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 2026  maggio 16 Sabato calendario

Trump, ancora minacce all’Iran. Tregua in Libano estesa di 45 giorni

Lasciatosi alle spalle il tempio del Cielo (o del Paradiso) a casa di Xi Jinping, Donald Trump non aspetta nemmeno di rimettere piede a Washington per ricominciare a minacciare la Repubblica islamica. Già sull’Air Force One dice ai giornalisti che gli Stati Uniti «potrebbero intervenire di nuovo in Iran per fare un po’ di pulizie», rivendicando di aver «spazzato via le loro forze armate di fatto».
Nell’ennesimo giorno della marmotta fatto di dichiarazioni a ripetizione, la televisione amica gli offre il solito palcoscenico confortevole per sparare a raffica. Nella notte, al programma «Hannity» di Fox News, Trump ricorda che «con l’Iran non avrò molta pazienza». Alla domanda se avesse sottovalutato la capacità di resistenza di Teheran, replica: «Non ho sottovalutato nulla. Li abbiamo colpiti duramente. Guardate, non abbiamo toccato i loro ponti. Non abbiamo toccato le loro reti elettriche. Possiamo distruggere tutto in due giorni». Sul nucleare ribadisce le condizioni americane parlando di un possibile stop dell’arricchimento dell’uranio: «Vent’anni sono sufficienti, ma serve un certo livello di garanzie, devono essere veri vent’anni».
Da New Delhi, dove ha partecipato alla riunione dei ministri degli Esteri dei Brics, l’iraniano Abbas Araghchi dice che qualsiasi sforzo compiuto dalla Cina a sostegno della diplomazia «sarà accolto con favore dalla Repubblica islamica», ricordando che anche i tentativi di mediazione del Pakistan continuano, pur tra molte difficoltà «soprattutto a causa del comportamento americano». Sul dossier più delicato, l’uranio arricchito, il ministro chiarisce che il tema, per ora, è stato messo da parte: «L’argomento è molto complesso. Siamo giunti alla conclusione, insieme agli americani, che poiché è molto difficile e ci troviamo quasi in una situazione di stallo su questo punto specifico, è opportuno rimandare». Aggiunge che la questione potrà essere discussa con Mosca «non appena raggiungeremo questa fase» e ribadisce l’estrema sfiducia nei confronti degli Stati Uniti.
Intanto il mercato globale dei bond crolla per i timori che l’inflazione aumenti ancora a causa della guerra. E lo Stretto di Hormuz resta il termometro della crisi. La tv di Stato iraniana annuncia che «un numero maggiore di navi può ora attraversare lo Stretto con il coordinamento dei Guardiani della Rivoluzione». Dicono: oltre 30 navi autorizzate nelle ultime 24 ore, «diverse cinesi». Per Teheran il fatto che tanti armatori accettino i nuovi protocolli imposti dai pasdaran dimostra che «molti Paesi» riconoscono di fatto la sovranità iraniana su quel corridoio di mare. Una narrazione non condivisa dall’America.
Da ieri, nel mondo arabo circola una storia nella storia che riguarda gli Emirati. Secondo alcune ricostruzioni, all’inizio della guerra il presidente Mohammed bin Zayed avrebbe contattato l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman e altri leader del Golfo per proporre una risposta militare contro l’Iran. Riad e gli altri Paesi avrebbero però frenato sostenendo che il conflitto non li riguardava direttamente. Le stesse fonti parlano di operazioni limitate condotte dagli Emirati e di una cooperazione rafforzata con Israele su intelligence e difesa aerea. Ma Abu Dhabi respinge con forza ogni dichiarazione.
Arrivano barlumi di speranza sul versante libanese. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano è stato prorogato di 45 giorni. Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Tommy Pigott, dichiara che la proroga è stata concordata dopo due giorni di colloqui «altamente produttivi» mediati dagli Stati Uniti: «Ci auguriamo che questi colloqui promuovano una pace duratura, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una sicurezza autentica lungo il confine condiviso». Si festeggia cautamente ma non si dimentica il bilancio: 2.951 morti, tra cui circa 200 bambini, 9 mila feriti, 59 vittime solo nelle ultime 24 ore.
Il governo israeliano annuncia nel frattempo l’eliminazione di Izz al-Din al-Haddad, il comandante militare di Hamas nella Striscia di Gaza: «Al Haddad era uno degli architetti degli attacchi del 7 ottobre 2023 contro Israele», e, spiega la nota, si era rifiutato di attuare l’accordo per il disarmo di Hamas. Ancora nessuna reazione dal movimento islamista.