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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Intervista a Mia Ceran

Conduttrice, ma anche un po’nume tutelare della qualità in tv. Ogni sabato pomeriggio, Mia Ceran analizza il piccolo schermo a Tv Talk su Rai 3: lo fa senza salire in cattedra – si è disfatta persino dello scranno amato dal predecessore Massimo Bernardini – dando voce a una coralità di punti di vista. «La nostra forza sta proprio nell’offrire tante letture diverse sullo stesso prodotto», conferma lei, che fin dai tempi di Agorà e Quelli che il calcio ha fatto del garbo la propria cifra. «Non c’è bisogno di puntare il dito contro nessuno anche perché alcune cose, rivedendole, si commentano da sole».
La buona tv è ancora un obiettivo plausibile o solo un pio proposito?
«Rispetto al passato, è più difficile far germogliare qualcosa di nuovo per via della concorrenza dei social: è invalsa l’idea che se non fai subito grandi numeri non vali, quando invece la tv richiede fisiologicamente tempi di gestazione anche lunghi. Però la qualità esiste ancora».
Chi la incarna meglio?
«Geppi Cucciari ha fatto un ottimo lavoro con Splendida cornice: un programma che funziona, intelligente, e con un’idea nuova. Anche Belve ha saputo sempre evolversi e rinnovarsi. Fuori dal circuito Rai, spiccano Propaganda Live, con Diego Bianchi, e il fenomeno Una giornata particolare: Aldo Cazzullo coniuga alti contenuti e ottimi numeri».
Riavremo mai un prime time che comincia presto?
«Non intravedo resurrezioni fintanto che 10 milioni di italiani si godono ogni sera, con entusiasmo, Affari tuoi e La ruota della fortuna. Probabilmente ci sarà una crescita del consumo differito (su RaiPlay e Mediaset Infinity) e quindi un cambiamento nella valutazione degli ascolti tv».
Da guardiana della qualità, chi rimanderebbe senza indugio a settembre?
«I reality. Il genere sta attraversando un momento di grande crisi. Titoli come Grande Fratello vivono ormai solo sulla presa dei personaggi: penso a Ilary Blasi, che è molto brava, e alle opinioniste Cesara Buonamici e Selvaggia Lucarelli, la cui forza è il principale richiamo alla visione».
E lei? Si promuove?
«Sono sempre piuttosto dura con me stessa. Diciamo che mi promuoverei per l’impegno. L’anno scorso era la mia prima edizione da conduttrice di Tv Talk, e sono entrata in punta di piedi, ora sento il programma un po’ casa mia, ma il margine di miglioramento resta ampio».
Qui pesa il rigore ereditato da suo papà tedesco?
«Ho indubbiamente un imprinting calvinista. Sono una che se la gode fino a un certo punto: giusto qualche ora di svago – che trascorro con il mio compagno e i miei figli – ma poi vado subito a lavorare, figlia di quella logica per cui “bisogna produrre”. Non ambisco a svegliarmi tardi la mattina e trascorrere una giornata di relax e massaggi. Non ho proprio memoria di essermi mai alzata a mezzogiorno».
È vero che da ragazza guai a non portare a casa meno di 8?
«Confermo. I miei non dicevano “brava perché ti sei impegnata": l’impegno, sia a scuola che nello sport, doveva portare risultati, altrimenti voleva dire che qualcosa non funzionava. In particolare mamma ci teneva molto che studiassi. Era una giornalista e mi ha insegnato a parlare senza accetto e in una lingua corretta, perché la forma è sostanza. Il loro era un amore intriso di rigore e disciplina, ma è molto più grande il “grazie” che sento verso di loro che non la fatica quotidiana».
Mai stata una ribelle?
«Il gene fumantino non mi appartiene. Sono una mediatrice per natura. Non amo il conflitto, cerco sempre di appianare le situazioni di contrasto».
Papà tedesco, mamma serbo croata, ha vissuto tra Italia, Germania e Usa. Dove si sentiva a casa?
«Finché ero piccola, da nessuna parte. Ero sempre la straniera, quella fuori posto. Avrei dato qualunque cosa per avere come tutti una comfort zone infatti a un certo punto mi atteggiavo a “quella di Roma Nord”. Poi, crescendo, ho capito che la mia internazionalità era invece una ricchezza da mettere a frutto. Aver viaggiato e vissuto in tanti posti mi ha dato duttilità mentale ma soprattutto mi ha insegnato a non non temere ciò che non conosci».
Riconosce la sua America in quella di oggi?
«Poco. Dieci anni fa sarebbe stato impensabile che dei cittadini venissero uccisi dall’Ice. Ma mi spaventa di più la nuova tecnocrazia: i nuovi oligarchi controllano strumenti tecnologici destinati a cambiare la nostra vita ma non sappiamo ancora come».