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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Intervista ad Amélie Nothomb

Da tempo, Amélie Nothomb pubblica un libro all’anno. 34 romanzi, tradotti in 46 lingue, una sfilza di premi che vanno dal Grand prix du roman de l’Académie française allo Strega Europeo, e un folto pubblico di lettori che la segue con passione. Alla carriera della scrittrice belga, nata in Giappone da genitori diplomatici, è dedicato quest’anno l’Orbetello Book prize, che le verrà consegnato a fine giugno. «È un grande onore! Ogni occasione è buona per venire in un Paese che mi è così caro», commenta entusiasta.
Che rapporto ha con l’Italia?
«È uno dei Paesi dove i miei libri hanno più successo, si direbbe che gli italiani mi amano molto: di sicuro io li amo molto, sono così calorosi e sorridenti! E poi sono golosa del cibo italiano: ho una passione in particolare per la pasta. Non c’è Paese al mondo dove sia così buona».
Parla anche un po’ l’italiano?
«È una cosa misteriosa: non lo parlo, ma ho una specie di istinto per capire quasi perfettamente la vostra lingua».
Suo padre è stato ambasciatore a Roma. Nel suo ultimo libro Meglio così, pubblicato in Italia da Voland, lei racconta di una cena offerta dai suoi genitori all’allora premier Silvio Berlusconi: sua madre, racconta, gli offrì avanzi induriti e schifosi…
«È esattamente quello che è successo. Ho sempre pensato che mia madre in quell’occasione abbia dato prova di una fantasia abbastanza geniale, e la reazione di Berlusconi fu straordinaria: mangiò tutto dicendo “È deliziosa la cucina belga”. Spero solo di non aver troppo scioccato gli italiani raccontando l’episodio».
Evidentemente sua madre non amava troppo Berlusconi…
«Devo confessare che i miei genitori no, non erano suoi fan».
Lei si interessa alla politica? Nei suoi libri non ne parla mai.
«Mi interessa, certo, ma penso di non avere dei punti di vista molto originali. Mio padre aveva veramente una testa politica, era fatto per il suo mestiere e nella diplomazia la politica gioca un grande ruolo: quando ne parlava era appassionante. Io non sono capace di discussioni politiche di quel livello, ma vivo nel mondo, e quando vedo quello che succede in Iran o in Ucraina, naturalmente me ne interesso».
Nell’ultimo libro parlava di sua madre. Prima ne ha scritto uno su suo padre. Sta scrivendo un nuovo libro? Di cosa parlerà?
«Tutti i giorni della mia vita sto scrivendo il mio nuovo libro. Quindi la risposta è sì, in qualunque giorno dell’anno me lo chieda, perché scrivo sempre. Però pubblico appena un terzo di quello che scrivo, quindi non so mai se quello a cui sto lavorando sarà pubblicato. Quello che è sicuro è che ci sarà un nuovo libro».
Uscirà come sempre alla fine dell’estate?
«Il 19 agosto. Dal 1992 pubblico sempre nello stesso periodo, fine agosto-inizio settembre, è diventato quello che in francese si chiama un marronnier (un tormentone, ndr.) : un evento che si produce ogni anno alla stessa data».

Come il Natale.
«Ecco (ride). La gente mi dice: ho visto un nuovo libro di Amélie Nothomb in libreria, vuol dire che è il momento di tornare a scuola».
E scrive sempre quattro ore dalle 4 alle 8 del mattino?
«Sì, ho la stessa abitudine da 35 anni.
A volte qualche giovane non troppo gentile mi dice: ma madame Nothomb, sta invecchiando, verrà il giorno in cui non ci riuscirà più. Se succederà vedremo, ma per ora funziona ancora così».
Ma non le capita di sedersi e non avere un’idea?
«Succede quasi sempre, ma non bisogna aspettare che ci sia qualcosa per scrivere: è perché mi metto a scrivere che qualcosa arriva. È quello che provo a spiegare: non bisogna aspettare il passaggio dell’ispirazione. Se lo aspettate, potete essere assolutamente certi che non arriverà mai».
Lei è una scrittrice molto nota: il successo è merito del talento o del lavoro?
«Del lavoro. All’origine non avevo alcun talento, ne sono assolutamente convinta».
Non è vero.
«Dovrei inviarle il primo poema che ho scritto a sei anni, L’île des lapins (L’isola dei conigli, ndr.), posso assicurarle che era molto brutto».
Ma aveva sei anni!
«Ma esistono i geni precoci: se legge quello che scriveva Victor Hugo a sei anni era già magnifico. Non è il mio caso».
E scrive sempre a mano?
«Sì, perché sono al cento per cento analogica. Non posseggo il computer né so come funziona. Non ho il telefonino (lo pronuncia in italiano, ndr.) e non so come funziona».

Perché nella sua letteratura è così importante l’infanzia?
«Penso che ogni persona abbia nella propria vita un’età che la definisce più delle altre: per me sono i tre-quattro anni. Sono adulta, ma l’età che ricordo meglio e più mi interessa è quella: l’età dell’acquisizione del linguaggio, della prima definizione del mondo, l’età in cui si è Dio».
La piccola Amélie è il cartoon tratto dal suo libro Metafisica dei tubi. Sarebbe piaciuto alla Amélie bambina?
«La piccola Amélie era assolutamente megalomane, per cui avrebbe trovato il fatto di essere protagonista di un film d’animazione completamente normale. Ma la grande Amélie non è più megalomane per niente e continua a trovare questa cosa incredibile: essere l’eroina di un cartoon è la cosa più straordinaria che mi sia mai capitata. Adoro quel film, l’ho visto 16 volte e ho voglia di vederlo ancora».
Era candidato agli Oscar a Los Angeles. Che rapporto ha con gli Stati Uniti, dove ha vissuto da bambina?
«Ho adorato gli Stati Uniti, ci ho vissuto alcuni momenti importanti della mia infanzia. Ma era un’altra epoca e un altro Paese: erano gli anni 1975, 76, 77, era un posto dove si poteva essere felici ed era un Paese democratico. Non penso che si possa dire la stessa cosa oggi: quello che sta succedendo negli Usa è terrificante e non mi dà molta voglia di andarci. Ma resta un Paese che amo alla follia».
Cosa pensa di Donald Trump?
«Immagino quello che pensano tutti. Lo trovo un uomo pericoloso, e la guerra che ha cominciato è pericolosa. È un uomo che mi fa paura».
Tornerà nel suo amato Giappone? L’ultimo libro che gli ha dedicato è del 2024.
«Non ci sono più andata dopo il 2023. Ci tornerò di certo, il Giappone è veramente il Paese che amo di più al mondo, per questo andarci è difficile. Lo amo talmente tanto che andarci sapendo di doverlo poi lasciare è un trauma».
Da anni invece ha scelto Parigi come città in cui vivere.
«In realtà vivo metà del tempo a Parigi e metà a Bruxelles. Adoro Parigi, è una città difficile da vivere ma è magnifica. E poi qui la letteratura gioca un ruolo importante».
Alla fine ha scelto l’Europa.
«Ci sono problemi ma non è come gli Stati Uniti. È ancora un Paese – ne parlo come un Paese perché da un certo punto di vista lo è – dove esiste una certa libertà d’espressione, è ancora un posto dove si può essere felici».
Potrebbe provare l’Italia.
«Non è possibile: prenderei dieci chili!».