la Repubblica, 15 maggio 2026
Intervista a Valerio Lundini
«Non si aspetti granché, non so fare interviste». Valerio Lundini – romano, fresco quarantenne «che già si professa cinquantenne» – è il comico anti-tutto, retorica in primis. Il suo umorismo surreale, che in pandemia l’ha reso un star con il programma Una pezza di Lundini, cerca il paradosso e smonta ciò che ha intorno pezzo per pezzo: interviste, battute, ruoli. Senza padroni né maestri, si muove tra cinema, fumetti, social, musica e di nuovo il teatro, con la replica di Il mansplaining spiegato a mia figlia, spettacolo – stasera agli Arcimboldi a Milano, poi a Roma e per la prima volta in Europa – del 2022. Nonostante il successo, dice, non sa stare nella posa del guru. «So solo che non mi piace ripetermi».
Eppure riporta in scena uno spettacolo di tre anni fa.
«Giuro: c’è gente che non l’ha visto e me l’ha chiesto. Chissà se ora verranno davvero. Poi vado dagli italiani in Europa. Già mi mangio le parole, si figuri se un francese mi capisce. Sarà il mio Erasmus, quello che non ho mai fatto».
Che studente era?
«Tremendo. Ho cominciato Giurisprudenza, tre anni persi: il primo esame era andato bene, è stata come la prima dose di una droga, un inganno. Ho chiuso a Lettere, niente di che. Lo dico sempre: se non avete le idee chiare, non fate l’università».
Fate i comici, magari.
«Non sapevo fosse un mestiere. Con gli amici, dal liceo, facciamo battute su battute. Una buona richiede un livello altissimo, da noi. Poi ho scoperto che fuori di qui è più facile: tanti non coltivano l’umorismo, li prendo in contropiede».
Il momento di questo spettacolo che la fa più ridere?
«Quello in cui parlo bene del Papa – non conta quale, dalla prima messa in scena è pure cambiato – specificando che non-sono-cattolico. Il mettere le mani avanti a tutti i costi dei nostri tempi mi fa morire. Lo faccio anch’io: è uno spettacolo con tanti momenti diversi, perfino un musical; vado di palo in frasca, sperando che il salto dal palo alla frasca non sia traumatico».
A proposito di traumi: ha appena compiuto quarant’anni.
«Mi manca l’essere bambino. Non penso ai figli, ma so già che da anziano me ne pentirò. Mi pesa. Ecco, ora verrà un novantenne a picchiarmi per aver detto tutto ciò».
Le dirà che la sua generazione non cresce.
«Conta il contesto: ho pochi amici sistemati. È dura, perfino i lavori “normali” non pagano più».
Lei ha mai fatto altri lavori?
«No, sempre stato qui. Ero autore radio – per Lillo & Greg soprattutto – e avevo una band di musica demenziale, I Vazzanikki, con cui suono ancora. Mai pensato al “successo”. Stavo dai miei, con le buste con i soldi dei vari lavori».
La gavetta. L’esperienza più estrema?
«Suonare a un matrimonio in cui si scopre che gli organizzatori aveva fatto una grande cresta agli sposi. Dopo che ce ne siamo andati c’è stata una rissa, è stato picchiato anche un anziano».
Voi, comunque, non c’eravate più.
«Gliel’ho detto, non so fare le interviste. Doveva essere il momento in cui tiravo fuori un aneddoto forte, ma non me li preparo. Frank Matano ne ha sempre un paio pronti. Gran professionista, lui».
E lei?
«Mi diverto. Avrei potuto mandare avanti Una pezza di Lundini all’infinito, facendo bei numeri, ma grattando il fondo delle gag. Non mi avrebbe più divertito».
Fu strano quel successo?
«Sì, perché era in pandemia. Era fine 2020. Quando sono uscito di nuovo di casa, primavera 2021, tutti mi chiedevano foto e, nel frattempo, ero diventato pure adulto: vivevo del mio lavoro e mi ero trasferito a casa da solo. Ma non me n’ero reso conto».
Sembrava la volesse chiunque.
«Forse ho detto troppi pochi “no”. Sto bene ora, c’è più quell’attenzione enorme ma la gente comunque non si è dimenticata».
Si è fatto qualche nemico con le sue posizioni nette sulla Palestina?
«Ma no. Solo un fan che mi scrive papiri sul perché Israele, secondo lui, ha ragione. Ma non sono un attivista, condivido certi video sui social solo per rabbia. Non è diverso, di converso, dal mettere like a una bella ragazza».
I comici hanno un ruolo?
«Dipende. Io non ho la vocazione politica che riconosco, per esempio, a Zerocalcare. È tutto confuso e mi spiace: si ride di tutto, la comunicazione stessa di Trump è a base di meme e non va bene».
Si può ridere di tutto?
«Sì. Noi comici siamo dei lamentosi, non è vero che “non si può più dire niente”. Basta non farsi fermare dai commenti social. A me fa ridere tutto, da Elio e le Storie tese e gli Squallor fino a Mel Brooks. M’interessa la purezza del comico. Non il tono in sé, né il contenuto».
Ha seguito la questione di Pucci a Sanremo?
«Non lo conosco di persona, so che è stata una scelta sua, quella di sfilarsi. Ci sta che qualcuno si offenda, fa parte del gioco. Io, se m’invitano come co-conduttore, lo dico subito: ci vado».
Vedremo. Altri progetti?
«Ho pronta una sceneggiatura per il cinema e un disco con I Vazzanikki. Come all’università, punto sull’istinto di sopravvivenza».