la Repubblica, 15 maggio 2026
Alberta Basaglia ricorda sua madre
«Mia madre Franca Ongaro ha avuto un ruolo centrale, sia per la ricerca teorica che per il lavoro sulla memoria. Ma nelle fotografie storiche la sua immagine è rimasta troppo a lungo sfocata», dice la figlia Alberta Basaglia. «Per svariati decenni è stata solo casalinga, moglie, segretaria, dattilografa, volontaria. Fino a diventare “vedova” a vita, senatrice della Repubblica ma pur sempre all’ombra del monumento di mio padre. Con mia figlia Silvia Jop e con Marica Setaro abbiamo capito che era maturo il tempo per correggere questa inaccettabile presbiopia». La definitiva liberazione di Ongaro prende forma in questo volumone di novecento pagine che raccoglie la sua produzione intellettuale autonoma, anche al di fuori del sodalizio con Franco Basaglia (Franca Ongaro Basaglia, Una voce scomoda, il Saggiatore).
Saggi, monologhi, prefazioni, congedi, interventi pubblici e discorsi parlamentari, che trattano di emancipazione femminile, follia, manicomi, legge 180, scienza, potere, medicina, democrazia, fine vita, carcere, violenza sessuale: tutti lemmi che nel suo personale dizionario civile si intrecciano l’uno con l’altro dando vita a un nuovo linguaggio che parla ancora all’oggi. «La quantità di queste pagine rende evidente la complessità del suo percorso», dice Alberta che è psicologa, da anni impegnata sulla violenza di genere, ora artefice insieme all’antropologa Jop e alla storica Setaro di questa importante raccolta risarcitoria. «Franca non è stata solo una presenza indispensabile per la rivoluzione che porta il nome di mio padre. Ma la sua riflessione è andata oltre, raggiungendo traguardi importanti in un perimetro più ampio rispetto alla salute mentale: penso ai suoi progetti di legge su una sanità più attenta alla persona, sulla dignità del morire e sul contrasto alla violenza contro le donne».
Rileggendo i suoi scritti, a ventuno anni dalla morte, che cosa ha capito di più di sua madre?
«Immergermi in questi testi mi ha restituito la possibilità di incontrarla fuori dal rapporto filiale, cogliendone la dimensione di un doppio conflitto: quello che derivava dalla sua condizione di donna in un’epoca ancora segnata dal predominio maschile; e quello ancora più sottile che riguardava la tensione verso una parte di sé, fortemente impregnata di quella cultura patriarcale che diceva di contestare».
L’essere continuamente in battaglia con sé stessa la rendeva una mamma distratta?
«No, per niente. Se mio padre c’era come esempio, sempre impegnato da un’altra parte, lei con noi c’è stata davvero. Ma la sua lotta con sé stessa la rendeva sentimentalmente molto trattenuta, nei gesti e nelle parole. Mai una coccola o un abbraccio di troppo. E scarsa propensione per gli “amore” e “tesoro”. Per anni con mio fratello Enrico gliel’abbiamo scherzosamente rinfacciato, soprattutto dopo averla vista sciogliersi coi nipoti. Una rigidità che non aveva a che fare con l’intensità affettiva, ma con la sua condizione di “prigioniera”: chi si sente in trappola deve sempre misurare tutto intorno a sé. E non può lasciarsi mai andare».
Luciana Castellina nella prefazione fa notare che sarebbe potuta restare la Signora Basaglia, avendo due figli piccoli e nessuna competenza specialistica. Invece “senza complessi di inferiorità di tipo femminile” fin dal 1961, a 33 anni, si mette al lavoro nell’équipe goriziana.
«Era vicino ai quarant’anni quando si iscrive alla Facoltà di Sociologia a Trento. Poi va in Scozia a visitare l’ospedale psichiatrico dove Maxwell Jones sta facendo le sue sperimentazioni. E nel 1967 traduce in Italia Erving Goffman, innestando la componente sociologica nella battaglia psichiatrica di quegli anni. Non è un arricchimento da poco. Più della malattia conta la storia di una persona. E tutti gli esclusi vengono uniti da un filo indissolubile: i matti del manicomio, gli internati dei campi di concentramento, gli ultimi della terra. È Franca ad approfondire il rapporto tra mancanza di diritti, controllo sociale e repressione. E intanto, nel manicomio di Gorizia, lavora nei reparti e partecipa alle assemblee con i matti».
Suo padre le riconosceva il suo contributo originale?
«Sì, ma nel modo in cui lo facevano gli uomini di quella generazione: critiche severe e discussioni continue. Quante volte li avrò sentiti dire “no ti capissi niente”… le loro voci arrivavano nella mia camera da letto, la sera tardi, quando nello studiolo lui si agitava in piedi davanti all’Olivetti azzurra e lei seduta picchiava sui tasti, nel tentativo di dare sistematicità all’esplosione creativa di mio padre».
Firmarono insieme alcuni lavori fondamentali come “L’Istituzione negata”. Ma alla macchina da scrivere c’era lei.
«Lui parlava e lei traduceva, trasformando le parole di mio padre in parole di entrambi. In questo vedo l’originalità di una scrittura che non è completamente maschile né femminile, ma segna il superamento di genere».
La scrittura era la dimensione naturale di Franca Ongaro. Queste novecento pagine ne sono la conferma: prima, durante e dopo l’esperienza con Basaglia.
«Fino alla fine sarebbe stato il modo per comprendere e analizzare se stessa e il mondo che attraversava. Cominciò con i racconti per i ragazzi, poi cambia completamente registro quando la scrittura diventa strumento di lotta, nella stagione del sovvertimento della istituzione manicomiale. E continua seguendo il filo della battaglia ai pregiudizi che pongono limiti alla dignità di uomini e donne. Era convinta che dalla diseguaglianza nascesse il conflitto che richiedeva soluzioni radicali, andando alla radice dei problemi».
Anche la sua scrittura nasceva dal conflitto. A cominciare dal confronto acceso con il suo compagno.
«Lo disse esplicitamente nel Congedo, scritto subito dopo la morte di mio padre. “Ora che la mia lunga lotta con e contro l’uomo che ho amato si è conclusa, so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con lui, per far capire, per farmi capire”. Poi aggiungeva che a volte era un dialogo, talaltra un monologo perché lui non c’era».
Però in quel Congedo si riconosce anche una grande forza. Arriva a scrivere di cedere alla tentazione luciferina di sentirsi più forte.
«Chissà se ha messo a fuoco la sua forza solo dopo la morte di mio padre, o anche prima. Se non ci fosse stata lei, lui non ce l’avrebbe fatta. Mia madre era la sua misura, l’esame della realtà. Questo valeva sia nella ricerca intellettuale che nella quotidianità. Lei riusciva a dare un limite alla sua perpetua fremenza, al suo movimento continuo, che era cifra esistenziale».
Lo incoraggiò non mollare dopo il primo terribile impatto con la realtà manicomiale di Gorizia.
«Sì, lui tornava a casa la sera esasperato dal puzzo e dal degrado, ma lei non l’assecondava nel cedimento, al contrario lo spingeva ad andare avanti. E questo ruolo avrebbe mantenuto nei passaggi più difficili, quando mio padre era preso dallo sconforto. Non era accogliente né accomodante: lo metteva davanti alle sue contraddizioni, producendone una reazione. Era il loro modo di amarsi».
Da dove arrivava questa sua sicurezza?
«Non l’ho mai capito. So però che era stata così anche da ragazza. A 22 aveva scritto una lettera a Giulio Einaudi e qualche anno più tardi un’altra a Italo Calvino: gli proponeva le sue storielle per bambini. Mi colpisce il tono di quelle missive: totalmente sprovviste di timidezza, nonostante fosse una timida. E scevre da un atteggiamento prono. Quella di Franca è una postura naturalmente paritaria, la stessa con cui l’ho vista chiacchierare a casa con Michel Foucault o Robert Castel».
Sapeva tenere insieme personalità forti.
«Ha facilitato i rapporti tra cattivi caratteri, mediando tra contraddizioni, intemperanze, lotte di potere. Durante il giorno, a Gorizia, lavoravano con la materia umana più sconvolgente, poi la sera a cena i cavalieri della tavola rotonda sfogavano la loro stanchezza in litigate feroci. E mia madre se ne prendeva cura, al modo tradizionale di un’ottima padrona di casa degli anni Sessanta. Ma sempre mettendosi all’ascolto delle diverse posizioni. Era l’epoca in cui scriveva “di non voler scaldare il latte dei rivoluzionari”. In realtà faceva anche quello, insieme a molto altro».
Ha avuto un ruolo importante anche nella conservazione della memoria, che poi ha tradotto in pratica attiva.
«Non buttava via niente. Un intervento a un convegno, un’intervista, un appunto annotato da Franco al lavoro. Tira fora dalla scarsela, gli intimava appena arrivato a casa, svuotandogli le tasche dai foglietti. Si può dire che abbia salvato la rivoluzione dalla lavatrice. L’aspetto più interessante è che ha conservato le voci di tutti, non solo quelle di mio padre, archiviandole silenziosamente ogni giorno nei diversi faldoni. E anche dopo ha continuato la sua battaglia civile, fedele ai principi che avevano dato vita al movimento».
Larga parte del suo impegno è dedicato alle donne. Mentre abbatteva i muri del manicomio aveva lavorato per liberare sé stessa.
«Era capace di perlustrare a fondo le contraddizioni, interrogandosi su temi allora ancora poco indagati come il rapporto tra le donne e il potere. È stata lei a portare in primo piano la riflessione sulla specificità femminile nella malattia mentale, mettendo sempre al centro il corpo: è la dimensione naturale, biologica, ciò che ci distingue e ci caratterizza. Tutti i soprusi e le violenze passano attraverso il corpo delle donne, anche lo stigma della pazzia».
Quando il suo corpo si ammala, lei si permette per la prima volta di mostrare la sua fragilità.
«Aveva l’abitudine di leggermi a voce alta i suoi scritti. Ma negli ultimi tempi, nei passaggi su salute e malattia, la sua voce tendeva a incrinarsi. Una commozione che mi spiazzava, essendo abituata alla sua straordinaria forza. E allora reagivo con l’irritazione di una figlia che non si vuole arrendere alla vulnerabilità della madre. Quando lei è mancata, a 76 anni, ho sentito un’amputazione delle mie viscere».
È stato difficile ora reimmergersi nei suoi scritti?
«È stata come una lunga traversata dentro una corrente di parole e ricordi famigliari che ha avuto l’effetto di placarmi. Alla sua morte, le mie amiche mi portarono al mare: solo l’immersione nell’acqua mi permetteva di ritrovarla, dandomi conforto. Ora ho capito che era arrivato il momento di buttarmi a nuotare dentro la sua scrittura. Senza Silvia e senza Marica non ci sarei mai riuscita. E il risultato è stato quello pacificante di una nuotata in mare aperto».