Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 15 Venerdì calendario

«Alligator Alcatraz» verso la chiusura a causa dei costi

Il centro di detenzione per migranti sinistramente noto come «Alligator Alcatraz», aperto da Donald Trump in Florida, potrebbe chiudere il mese prossimo. La notizia, benché non abbia ancora avuto conferme ufficiali, è stata riportata da numerosi media americani tra cui il New York Times e la Cnn. Il dietrofront sarebbe stato causato non dalle proteste e dai ricorsi delle associazioni per i diritti  – che da tempo denunciano le disumane condizioni in cui vivono i detenuti – ma dagli esorbitanti costi di gestione della struttura. 
Da tempo «Alligator Alcatraz» era oggetto di ripensamenti e voci su una imminente chiusura. In mancanza di un annuncio ufficiale i media statunitensi citano il fatto che ai fornitori del centro di detenzione sarebbe stata comunicata l’interruzione dei contratti a partire dal mese di giugno: una conferma indiretta, dunque, del fallimento del progetto.  
Secondi i dati dell’ICE in questi giorni ad «Alligator Alcatraz» si trovano 1.400 detenuti, tutti migranti bersaglio delle retate volute da Donald Trump. Aperta nei primi mesi del secondo mandato presidenziale, la struttura – che si trova in un aeroporto abbandonato – era divenuta tristemente famosa per le condizioni di vita di chi ha la sventura di esservi rinchiuso: circondato da paludi popolate da serpenti ed alligatori, composto da celle in cui vengono stipate anche 20 persone, in condizioni igienico sanitarie precarie e con un caldo soffocante. Ma Donald Trump si era fatto vanto proprio delle condizioni degradanti in cui i detenuti vengono confinati. 
I costi di gestione ricadono sullo Stato della Florida, il quale deve sborsare 1,2 milioni di dollari al giorno: a marzo il governatore Ron Desantis, trumpiano di ferro,  aveva ammesso che erano stati intavolati colloqui con l’amministrazione federale per capire se «Alligator Alcatraz» potesse essere tenuto in vita. Se non per considerazioni umane, almeno per quelle economiche. Non è stato chiarito dove verrebbero trasferiti i 1.400 migranti attualmente ospitati. 

I detenuti, i loro familiari e avvocati nonché diverse associazioni avevano fin dall’inizio denunciato le condizioni disumane del centro tra le paludi delle Everglades; alle loro proteste si erano unite quelle degli ambientalisti, secondo i quali la struttura edificata in tutta fretta avrebbe violato le norme di tutela ambientale della zona. Nell’agosto del 2025 un giudice della Florida aveva ordinato lo stop ad alcuni lavori di ampliamento della struttura, proprio perché in contrasto con le norme ambientali.