Corriere della Sera, 15 maggio 2026
Trump, il Papa e Mount Cristo Rey
Una maratona di preghiera di nove ore organizzata da Trump nel cuore di Washington, il Mall, per affermare che l’America e il suo governo hanno «fondamenta cristiane, basate sulla Bibbia». A condurla, oltre al titolare degli Esteri, il cattolico Marco Rubio (lui prova a limitare i danni), il ministro della Guerra, Pete Hegseth, e i pastori evangelici della Casa Bianca che presentano quello con l’Iran come un conflitto benedetto da Dio. Intanto a tremila chilometri dalla capitale, vicino El Paso, si consuma uno scontro che dà consistenza materiale alla volontà di Donald Trump di contrapporsi a Leone, il Papa americano, non solo sulla guerra, ma anche sull’aiuto ai poveri e l’accoglienza degli immigrati: temi da sempre cari ai cattolici. Dopo la guerra sui dazi (che non gli ha portato bene), The Donald rischia, insomma, anche una guerra di religione con un pontefice che, a differenza del suo predecessore, Francesco, percepito come troppo progressista anche da molti cattolici americani, gode del sostegno di tutte le diocesi degli Stati Uniti. Coi controversi riti nello Studio Ovale della sua consigliera religiosa, Paula White, quelli di Hegseth al Pentagono e, ora, il festival evangelico di dopodomani, Trump cerca di diffondere la visione di un cristianesimo «muscolare», tradizionalista e senza misericordia. E questo nonostante i sondaggi non solo indichino che papa Prevost è più popolare del presidente (il cui gradimento è crollato al 37%): gli americani promuovono (66%) Leone quando chiede ai cittadini di adoperarsi per la pace e bocciano (57%) il Trump che dice di non volere un Papa favorevole al nucleare iraniano. Ora lo scontro assume una concretezza fisica a Mount Cristo Rey, un colle desertico al confine tra Messico e Texas. Il muro di divisione si interrompe ai piedi del ripido pendio. In cima, mezzo chilometro dentro il territorio Usa, sorge dal 1940 una statua di Cristo benedicente, luogo votivo per 40 mila pellegrini che vengono a pregare qui ogni anno dai due lati del confine. È terra di proprietà della diocesi di Las Cruces, ma ora l’Ice dice basta: espropria la collina per costruire anche qui un muro che renderà inaccessibile la statua. Immediato il ricorso in tribunale della diocesi. Denuncia «un danno irreparabile al patrimonio religioso e culturale» e la «trasformazione di uno spazio sacro in un simbolo di divisione».