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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Il futuro che rischiamo di perdere

Quando si parla di giovani, le posizioni sono polarizzate. Da un lato, c’è chi descrive le nuove generazioni come apatiche, disincantate, quasi «spente»: giovani intrappolati nella rete digitale, incapaci di desiderare davvero, più inclini al consumo che alla costruzione. Dall’altro lato, c’e chi le descrive come generazioni sensibili, aperte, consapevoli, che si trovano però a crescere in un mondo ostile.
Una recente ricerca promossa dalla Fondazione Unhate e Fondazione Poetica su un campione nazionale di ragazzi/e tra i 14 e i 24 anni offre elementi preziosi di valutazione. Solo il 17% dei giovani – meno di uno su cinque – vive in modo convintamente positivo la propria condizione: ragazzi e ragazze che si sentono coinvolti, capaci di immaginare il futuro, disponibili a investire energie nella costruzione di sé e del mondo. All’estremo opposto, il 25% (uno su quattro) esprime chiusura, risentimento, isolamento: giovani che vivono una condizione di distacco e di contrapposizione rispetto al mondo circostante. Nel mezzo, il 55% – più di uno su due – che si colloca nella zona grigia caratterizzata da fragilità diffuse, dipendenze leggere, incertezza, confusione e soprattutto ansia. Una condizione di sospensione, di difficoltà a orientarsi, a prendere posizione, a trasformare il potenziale in azione.
Non siamo, dunque, di fronte a una generazione perduta, ma nemmeno a una generazione pienamente fiorita. Siamo piuttosto in una condizione di latenza diffusa, in cui l’energia vitale tipica della giovinezza fatica a trovare vie di espressione. Ed è qui che emerge un secondo elemento, particolarmente rilevante: la ricerca indica che gli atteggiamenti positivi tendono a diminuire già dopo i vent’anni. È come se una parte della speranza si consumasse precocemente, come se l’impatto con la realtà producesse una sorta di raffreddamento delle aspettative. Questo dato colpisce perché rovescia l’idea tradizionale della crescita personale: invece di consolidarsi, la fiducia nel futuro sembra indebolirsi proprio quando si entra nella vita adulta.
Se si assume che la giovinezza sia il momento della massima spinta vitale, questi dati fanno pensare: una società che non riesce a sostenere e a canalizzare l’energia dei giovani difficilmente può generare futuro.
Ma che cosa spiega quel 17% di giovani «positivi»? Al di la delle qualità individuali – il carattere, la forza di volontà, il talento – contano il contesto familiare, la qualità del percorso scolastico, il coinvolgimento in reti associative, culturali o sportive. In altre parole, ciò che fa la differenza è l’esistenza di ambienti capaci di sostenere, orientare, riconoscere. Colpisce, invece, che la dimensione territoriale incida meno: non è tanto il «dove» si cresce, ma il «come».
In altre parole, il potenziale delle nuove generazioni richiede condizioni favorevoli per essere attivato. In loro assenza, diventa difficile riconoscere la traiettoria che conduce all’età adulta. Quando ciò accade, la promessa di possibilità che caratterizza il nostro tempo – amplificata dalla globalizzazione e dalle tecnologie digitali – si trasforma, per una parte consistente di giovani, in una fonte di frustrazione. Troppe opzioni, ma poche strade praticabili; molte immagini di successo, ma pochi dispositivi reali di accompagnamento.
Il tema dunque è immaginare politiche capaci di aumentare il numero di giovani che si sentono positivi e ingaggiati. Politiche che, per essere efficaci, devono essere precoci e sistemiche.
In primo luogo, è necessario rafforzare il sostegno scolastico, non solo in termini di competenze, ma anche di orientamento e costruzione del senso. La scuola deve tornare a essere un luogo in cui si apprende a leggere il mondo e a collocarsi in esso, non solo a performare.
In secondo luogo, occorre sostenere le famiglie, soprattutto nelle fasi iniziali della vita. Le disuguaglianze educative si formano molto presto, e senza interventi mirati rischiano di consolidarsi nel tempo.
Infine, è fondamentale investire nelle reti sociali: associazionismo, sport, esperienze comunitarie. Sono questi i contesti in cui i giovani possono sperimentare relazioni significative, riconoscimento reciproco, possibilità di azione.
In definitiva, ciò che emerge è un’immagine frastagliata. I nostri giovani non sono né semplicemente perduti né automaticamente salvati. Sono esposti a un mondo ricco di possibilità ma povero di mediazioni. Per questo, invece di giudicarli, la cosa da fare è creare le condizioni affinché possano esprimere la loro spinta vitale.
Anche perché i giovani sono già pochi. In un paese segnato da un forte declino demografico, non possiamo permetterci di perderli. Ogni giovane che si spegne, che si ritrae, che rinuncia a partecipare, rappresenta una perdita di energia sociale, di creatività, di futuro. Investire su di loro non è una scelta tra le tante. È la condizione stessa per continuare a immaginare una società capace di rigenerarsi.