Corriere della Sera, 15 maggio 2026
Ci sono regole per i videogame, non per i social
I videogiochi sono differenti da film e serie tv: sono interattivi. Una banalità ribadirlo, ma il sistema europeo di classificazione – il Pegi (Pan-European Game Information) – finora ha distribuito bollini come se i videogame fossero prodotti a narrazione lineare. Dunque basandosi sui soli contenuti e linguaggio. Ma nei videogiochi è l’utente a determinare l’andamento dello «spettacolo»: c’è tutto un altro tipo di coinvolgimento. E negli anni l’interazione ha sviluppato nuove strade: gioco online, con relazioni che si allargano ad altri giocatori, metodi di «ricompensa» per chi accede con maggior frequenza, possibilità di fare acquisti, anche delle loot box, bottini-sorpresa a lungo combattuti perché assimilabili al gioco d’azzardo. Un bell’elenco di grattacapi per genitori chiamati a contenere figli attratti – e irretiti – dalla chiamata dello schermo. Da giugno il Pegi cambia per fornire elementi non solo formali a mamme e papà che vogliono capire se il gioco chiesto è adatto al figlio. La comunicazione non normata con altri giocatori all’interno del titolo, per esempio, lo porterà a prescindere dai contenuti a essere un Pegi 18, cioè sconsigliato ai minori d’età. In caso di vendita di loot box – come accade con Ea Sports Fc, il videogioco in assoluto più venduto in Italia (grazie anche al Pegi 3) —, la classificazione salirà almeno a Pegi 16. Dunque, pur arrivata in ritardo, è una buona notizia. Ma se parliamo di design creato ad arte per adescare, un intervento informativo di questo genere non dovrebbe essere fatto anche per i social? Qui la differenza con i videogiochi è di modello economico: i videogame hanno un costo, servono genitori disposti a pagarlo. Da qui la mano tesa degli editori. Ma i social media, almeno in apparenza, sono gratuiti. Non serve la carta di credito di mamma/papà per fatturare con i dati dei minori. Come dimostra l’iniziativa di divieto per legge in Australia, una regolamentazione delle piattaforme social non può (più) partire dal basso.