Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Emma Bonino ricorda il suo rapporto con Pannella

Emma Bonino e Marco Pannella, un binomio di battaglie irripetibili. A dieci anni dalla morte del leader radicale, quale ricorda come la più difficile?
«La prima, contro l’aborto clandestino, che poi è quella che ha fatto diventare la politica la mia passione. Oltre che aver riguardato la mia vita personale. I radicali conducevano questa battaglia da molto tempo. Io non lo sapevo quando, ritenendolo quasi un atto rivoluzionario, feci l’amore prima del matrimonio. Mi ero premunita con delle visite da un ginecologo che mi aveva detto: “sei sterile”».

E non era così.
«Evidentemente. Il ginecologo mi disse che se proprio volevo interrompere una vita in fiore lo potevo fare con 500 mila lire. Io non le avevo. A Firenze trovai un signore che ne voleva 50 mila. È stato l’inizio. Da allora ho cominciato ad accompagnare a Firenze gruppi di donne due volte alla settimana.
Ero venuta in contatto con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia e con loro portavamo le donne al Cisa per abortire in sicurezza con il dottor Giorgio Conciani. Era la linea della disobbedienza civile, anche se ancora non sapevo cosa fosse. Poi, nel gennaio del ‘74 il giornale di destra Il Borghese fece esplodere lo scandalo e arrestarono me, Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio. Dopo Marco ebbe l’intuizione di mandarmi a Parigi da Simone Veil, che con il governo di destra, quando presidente era Giscard d’Estaing, aveva appena fatto approvare una legge in Francia contro l’aborto clandestino. Da quel momento il binomio Emma Bonino e Marco Pannella è diventato la mia vita».
Quale invece la battaglia più emozionante?
«Tante, è difficile scegliere, oltre questa sull’aborto, con anche il referendum e l’approvazione della legge 194. Il divorzio, certo, ma le battaglie radicali degli anni Settanta furono una stagione così prolifica sui diritti civili: voto ai diciottenni, l’obiezione di coscienza e la riforma del diritto di famiglia».
Lei e Marco vi siete conosciuti al Partito radicale, quale è stato l’inizio della vostra amicizia?

«Ricordo la prima volta che lo incontrai. Fino a quel momento avevo avuto a che fare solo con Adele Faccio. Quel giorno del 1974, dopo aver fatto sette piani a piedi, entro nella sede del Partito radicale, una topaia, con l’acqua che cadeva dalle pareti. Marco fumava. Dopo poco Adele dice di avere fame, io non ne avevo in realtà. Marco quindi preparò la pasta col burro e il parmigiano, mi pare ditalini; una cosa immangiabile per quanto burro e pasta ci fossero. Il giorno dopo eravamo già sulle barricate insieme».
Cosa è successo?
«La mattina dopo fummo svegliati tutti presto dalla notizia da Rolando Parachini dell’arresto di Gianfranco Spadaccia di nuovo per la disobbedienza civile sull’aborto. È stato a quel punto che Marco chiese a me e Adele di andare a Milano perché un gruppo di anarchici ci avrebbe aiutato ad andare in Francia».
Un’amicizia, quella fra lei e Pannella, che spesso qualcuno ha voluto fraintendere tanto eravate legati…
«Fraintendere in che senso? Che avessimo una relazione? Nessuna relazione, ché poi eravamo di generazioni differenti. E, semplicemente, per quanto in tanti lo ritenessero un bell’uomo, lui non piaceva a me e io a lui».

Come definirebbe allora con una parola il vostro rapporto? Amicizia o ne sceglierebbe un’altra?
«Non era un’amicizia tipica. Non passavamo le ore insieme per trascorrere il nostro tempo in compagnia l’uno dell’altra. Il nostro rapporto è stato il frutto di un impegno e una passione enormi, mosso dalla consapevolezza che soprattutto le battaglie definite minoritarie, che poi non erano minoritarie affatto, potevano diventare di interesse nazionale, polarizzando l’attenzione, anche quando impopolari»

Cosa amava di più di lui?
«Di certo era un uomo di grande statura e intelligenza politica. E ciò che mi manca ancora adesso è la sua capacità di inventiva, riusciva sempre a trovare l’elemento di spaccatura che, pur tra le molte difficoltà di chiusura mediatica, si imponeva nel dibattito pubblico.
Come quella volta che organizzò una conferenza stampa al Partito radicale per la legalizzazione della cannabis».
Cosa successe quella volta?
«Marco si accese uno spinello e lo passò a tutti noi che eravamo al tavolo. Io ero l’ultima della fila e mi arrivò una cosa umidiccia, probabilmente quello mi fece decidere che non avrei più provato. Marco era capace di avere un guizzo anche all’ultimo momento utile, senza mai perdere di vista il proprio obiettivo. E lo faceva avendo ben presente la caduta dell’iniziativa senza farne un elemento di promozione banalmente personalistico».
E cosa detestava di lui?
«Che ascoltava poco. Una volta presa una decisione, difficilmente ci ripensava. Ma forse più che un difetto questo era il suo tratto distintivo e la sua forza».

Negli ultimi anni del vostro rapporto ci sono state più ombre che luci… O dobbiamo dire solo buio?
«Né luci né ombre. Si smise di parlarsi e non ne capii davvero il motivo. Con Marco sono cresciuta molto, anche se prima di lui al Partito radicale avevo avuto contatti con Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia. Di certo riconoscevo a Marco la sua capacità di fare politica anche in modo fantasioso, con iniziative di non violenza. Ho imparato tanto, anche con gli scioperi della fame e della sete, con cui ho persino perso quasi tutti i miei denti. Ma alla fine lui ha voluto chiudere. Una rottura unilaterale. Sono stata molto tempo a cercare di capirne i motivi, ma poi mi sono rassegnata. Anche perché mi aveva fatto molto male».
Adesso che sono passati dieci anni è riuscita a mettere a fuoco il motivo?
«Ora come allora non riesco a capirlo. Se potessi gli chiederei se gli avesse dato di volta il cervello, ma oramai me ne sono fatta una ragione. Anche dieci anni dopo».
Se oggi potesse fare con lui una battaglia sui diritti su cosa la farebbe?
«Non c’è che l’imbarazzo della scelta: eutanasia, giustizia, carceri, per arrivare fino alla battaglia, portata avanti ora da +Europa, per gli Stati Uniti d’Europa. Certo, il tutto presupporrebbe la difesa dello Stato di diritto e una situazione politica molto differente da quella portata avanti da questo governo».
La figura di Marco Pannella manca a questo Paese?
«Credo proprio di sì, anche se non è facile immaginare cosa direbbe o farebbe Marco oggi. Certo era uno che dialogava con tutti, anche con chi era proprio agli opposti. Considerava gli Stati Uniti, difetti compresi, una delle democrazie più evolute e credo non sarebbe felice di vedere come sia adesso con Donald Trump. E provo ad azzardare: credo appoggerebbe il sostegno per l’Ucraina contro l’invasione russa. E tra Usa e Russia, continuerebbe a lottare per la centralità politica dell’Europa, per una sua forma federalista».
A lei manca Marco?
«Mi manca la sua inventiva e la sua capacità creativa. Probabilmente anche il non aver chiarito la fine del nostro rapporto. Ma la vita va avanti».