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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Quando la politica si fa col carrello della spesa

Da Enrico Berlinguer tra le bancarelle a parlare con le massaie, a Silvio Berlusconi che (evoluzione della specie) pattugliava i centri commerciali. Dal ministro tecnico Pier Carlo Padoan, che scivolò sul prezzo del latte in un duello tv contro Matteo Salvini, al presidente del Senato Ignazio La Russa, che si fece riprendere mentre comprava melanzane a 1,5 euro al chilo nella sua Paternò, profonda Sicilia. Last but not least, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, che se ne uscì così: «Da noi spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi». Apriti cielo.
Ma fare la spesa è di lotta o di governo? Questione di punti di vista. Perché da almeno quarant’anni il destreggiarsi tra le bancarelle dei mercati prima, e tra gli scaffali dei supermercati poi, è diventato un vero atto politico. Le statistiche contano fino a un certo punto: per capire quanto pesa il carovita bisogna stare in mezzo alla gente. E sapere, schioccando le dita, quanto costa un litro di latte, un chilo di mele, un filone di pane. C’è chi sulle buste della spesa ha vinto le elezioni e chi le ha perse.
I primi a capirlo, seppure con il rispettivo understatement, furono il comunista Berlinguer e il nostalgico fascista Giorgio Almirante, entrambi affezionati frequentatori dei mercati delle zone popolari. Un’era geologica fa, quando i social erano pura fantascienza. Ma la dinamica è sempre rimasta la stessa: quando la sinistra era al governo, la destra attaccava sulla perdita del potere d’acquisto. E oggi che a Palazzo Chigi c’è la destra di Giorgia Meloni – e le elezioni si avvicinano – è la sinistra che parte a testa bassa.
«Ci state lasciando un Paese più povero e fragile. Ma lei da quanto tempo non va a fare la spesa?», ha tuonato contro la premier il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia. E Meloni, ben consapevole di quanto pesino politicamente questi duelli, ha risposto rivendicando la sua normalità domestica: «Ci sono stata sabato scorso. Non rinuncio a stare in mezzo alle persone, che vogliono bene a questo governo».
Perché nella «Repubblica del carrello» i leader cercano di dimostrare normalità, empatia con il ceto medio, conoscenza del costo della vita. E spesso inciampano proprio lì. Bancarelle e scaffali sono un impareggiabile teatro politico. E chi lo ha sfruttato forse meglio di tutti – al netto delle gaffe in altri ambiti – è Matteo Salvini. Il leader della Lega, negli anni, ha trasformato mercati rionali e sagre in un set permanente: panini, ciliegie, mortadella e street food. Per dire: «Ehi, io sono uno di voi!».
Matteo Renzi, ai gloriosi tempi degli 80 euro, provò invece a spingere il «carrello» della ripresa economica. Ma subito dopo, la sua fedelissima deputata Pina Picierno, probabilmente un po’ troppo euforica, mostrò una spesa sufficiente per sfamare una famiglia intera grazie al bonus. Non andò benissimo.
Durante il lockdown, le immagini delle file ai supermercati e degli scaffali svuotati divennero fortemente politiche. L’allora premier Giuseppe Conte usò spesso il riferimento alla «spesa delle famiglie» per spiegare ristori e aiuti. E come dimenticare il medesimo «avvocato del popolo» che si destreggia come un giocoliere con le arance in un mercato romano, per sostenere la sua candidata governatrice alle ultime Regionali.
Prima ancora della pandemia, il M5S a trazione grillina – quelli convinti di aver abolito la povertà – insisteva continuamente su benzina, pane, pasta e olio come indicatori concreti del successo o del fallimento della politica. Nazionalpopolare, poi, il video estivo in cui La Russa acquista gli ingredienti per cucinare la pasta alla Norma per un esercito o quasi. E come non menzionare il leader di Forza Italia Tajani, alla guida di un carrello con il governatore del Piemonte Cirio, o la segretaria del Pd Elly Schlein a caccia di voti nei mercati, da Nord a Sud.
Perché in fondo, dalla Prima Repubblica a quella dei social, il dilemma è rimasto sempre lo stesso: il leader sa davvero quanto costa vivere?