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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

L’Iran va al Mondiale tra proclami, guai con i visti e cori

A un mese dal debutto al Mondiale con la Nuova Zelanda a Los Angeles, l’Iran saluta il suo popolo con una cerimonia in piazza Enghelab a Teheran e parte per il lungo ritiro ad Antalya in Turchia, accompagnata dai cori di migliaia di tifosi, che gridano «Morte all’America», il nemico che quel Mondiale lo organizza.
«I giocatori rappresenteranno il popolo, i combattenti del Paese, la Guida suprema (Mojtaba Khamenei) e la Nazione – ha scandito il presidente della federazione calcistica Mehdi Taj —. La nostra è una nazionale di calcio in tempo di guerra, che sarà un pilastro di autorità e resistenza». Molte le foto dell’ex Guida suprema Ali Khamenei, ucciso negli attacchi israelo-americani che hanno dato il via alla guerra. «Per il sangue dei martiri, cantate l’inno con fermezza e senza esitazione», recitava un cartello.
I visti per la delegazione iraniana non sono ancora stati rilasciati dagli Usa e domani il presidente della Fifa, Gianni Infantino, incontrerà in Turchia lo stesso Mehdi Taj, al quale di recente il Canada (altro Paese organizzatore) ha negato il visto d’ingresso – era diretto al congresso Fifa di Vancouver – in quanto ex membro dei Guardiani della Rivoluzione, inseriti nella lista dei gruppi terroristici anche dagli Stati Uniti. Se il calcio unirà i popoli, come ha dichiarato Infantino nello stesso congresso e se l’Iran giocherà davvero la Coppa del Mondo, stabilendosi in ritiro a Tucson, in Arizona, una settimana prima dell’esordio, allora per il presidente della Fifa sarà un trionfo politico.
Ma la strada è ancora lunga, perché proprio la federazione di Teheran ha comunicato le sue condizioni per poter partecipare al Mondiale: Mehdi Taj vuole garanzie affinché tutti i giocatori, gli allenatori e i funzionari che accompagneranno la squadra ricevano il visto, compresi coloro che hanno svolto il servizio militare nel corpo dei Guardiani della rivoluzione. Tra le richieste iraniane figurano inoltre il rispetto della bandiera e dell’inno nazionale, oltre a maggiori misure di sicurezza negli aeroporti, negli hotel e negli stadi. L’Iran chiede anche di evitare domande che vadano oltre le «questioni tecniche calcistiche», memore anche dell’esperienza durante l’ultimo Mondiale in Qatar, con il tecnico Queiroz sempre sull’orlo della crisi di nervi, prima perché il Team Melli (così viene chiamata la nazionale iraniana, ndr) non aveva cantato l’inno per protesta contro il regime e poi perché lo aveva cantato a pieni polmoni nella sfida decisiva contro gli Usa, che costò l’eliminazione al primo turno a una squadra spaccata in due, per le diverse visioni politiche al suo interno. «Non abbiamo contatti con gli Usa, non sono prevedibili e degni di fiducia – ha aggiunto ieri Mehdi Taj —. La Fifa è responsabile dell’organizzazione del Mondiale e ci deve garantire ciò che abbiamo chiesto». Infantino lo farà. Ma non è detto che basti.