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 2026  maggio 15 Venerdì calendario

Hormuz, altre due navi colpite. Trattative in corso nel Golfo

Un patto di non aggressione per quando le aggressioni finiranno. Ieri un cargo ancorato al largo degli Emirati Arabi Uniti è stato abbordato e costretto a navigare verso la costa dell’Iran, mentre un mercantile vicino all’Oman è affondato dopo essere stato attaccato. Nessuno ha rivendicato le operazioni, ma i raid sono avvenuti nelle stesse ore in cui Donald Trump arrivava a Pechino per chiedere l’aiuto di Xi Jinping nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz e toglierlo al controllo del regime islamico. Il presidente dichiara di aver ottenuto dai cinesi «che non daranno appoggio militare» ai Pasdaran, allo stesso tempo riconosce: «Continueranno a comprare il petrolio iraniano». Le navi che portano il greggio in Cina – rivela una fonte del governo a Teheran – avranno permessi speciali. Resta il problema per tutte le altre, con Trump indeciso se riprendere la missione Project Freedom per scortarle attraverso la via d’acqua.
L’Arabia Saudita, gli Emirati e il Kuwait sono contrari, temono che l’attrito tra i cacciatorpedinieri americani e le imbarcazioni pilotate dai Guardiani della Rivoluzione causi la riesplosione del conflitto. Progettano come provare a mantenere la pace nella regione, se la tregua iniziata il 7 aprile riuscirà a diventare permanente. Riad – rivela il Financial Times – sta discutendo con i diplomatici occidentali un’intesa sul modello di quella di Helsinki negli anni Settanta che aveva contribuito a ridurre le tensioni in Europa durante la Guerra Fredda. I Paesi del Golfo temono di ritrovarsi con un regime a Teheran «ferito ma ancora più oltranzista» e che mantiene le capacità per colpire.
L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom americano, è stato ascoltato ieri dai senatori a Washington e ha cercato di rassicurare che gli Stati Uniti «hanno raggiunto tutti gli obiettivi» e che la campagna iniziata il 28 febbraio assieme a Israele «ha ridotto drammaticamente» gli arsenali iraniani. L’opinione dell’intelligence è quasi opposta: l’Iran avrebbe mantenuto il 70 per cento dei lanciamissili mobili. È per questa ragione che i sauditi e le altre monarchie puntano al patto di non-aggressione. «È fondamentale capire chi ne farà parte – spiega una fonte al Financial Times – perché senza gli israeliani rischia di essere controproducente: dopo l’Iran sono visti come il fattore principale di conflitto e instabilità». Uno dei fronti che resta aperto è quello in Libano con Hezbollah: ieri i diplomatici israeliani e libanesi si sono incontrati un’altra volta a Washington nel tentativo di trovare un accordo, che sembra complicato.
L’assalto al cargo davanti agli Emirati è avvenuto dopo che Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver visitato durante la guerra la nazione, che ha normalizzato i rapporti con lo Stato ebraico nel 2020. Il premier israeliano è ormai in campagna elettorale e ha reso pubblico il viaggio segreto per mostrare le sue capacità di manovratore internazionale. Ad Abu Dhabi sarebbero stati meno contenti della rivelazione: «Stanno cercando di differenziare – spiega l’analista Yoel Guzansky all’Associated Press – tra la cooperazione con lo Stato e quella con questo governo che criticano per la guerra condotta a Gaza». Abbas Araghchi – il ministro degli Esteri iraniano accolto con entusiasmo al vertice dei Brics in India – accusa gli Emirati di essere stati «parte attiva del conflitto contro di noi».
I Paesi del Golfo aspettano le elezioni che a questo punto Netanyahu vuole anticipare di almeno un mese, rispetto alla fine di ottobre. Ieri gruppi di giovani fanatici hanno marciato attraverso la Città Vecchia, per la parata del giorno di Gerusalemme, assaltando i palestinesi e urlando slogan come «morte agli arabi». Il premier ha invece deciso di fare causa al New York Times dopo la pubblicazione dell’articolo di Nikolas Kristoff, premio Pulitzer, in cui raccoglieva testimonianze di «abusi sessuali e torture sistematiche sui prigionieri palestinesi» da parte di soldati e guardie carcerarie.