Corriere della Sera, 15 maggio 2026
Strette di mano, gesti di cortesia: il body language
Ogni vertice è uno spettacolo, specialmente quando i protagonisti sono l’imprevedibile Donald Trump e i cinesi, cultori delle grandi coreografie di massa. L’incontro con Xi Jinping ha presentato subito un’esibizione di «body language», il linguaggio del corpo studiato per proiettare potenza fisica e politica.
Riflettori puntati sulla stretta di mano tra i due presidenti, sul tappeto rosso sotto la gradinata della Grande Sala del Popolo. È noto che The Donald tende ad afferrare la mano di chi incontra, tenendola a lungo, per poi girarla, e se vuole indicare vicinanza affettuosa portandosela al petto in una procedura studiata che dimostra forza e quasi sottomissione dell’avversario. Xi era ben preparato, ha sorriso e ha mantenuto la sua mano in alto, subendo solo una breve pacca sul dorso dalla sinistra. Pareggio al primo round dunque.
Trump ha segnato un punto quando i due si sono incamminati sul podio per ascoltare gli inni nazionali: ha messo la mano sulla spalla a Xi, quasi fosse il padrone di casa. Lo fece anche con la regina Elisabetta, infrangendo il tabù che vieta di toccare un sovrano britannico.
Durante la salita della scalinata che porta al palazzone che domina piazza Tienanmen il presidente americano allargava il passo per tenere l’equilibrio, è sembrato affaticato. Xi si è fermato e ha cominciato a parlare e indicare, come per illustrargli alcuni dettagli dell’edificio. È sembrato un espediente del momento per far riprendere fiato all’ospite più anziano (a giugno Trump compirà 80 anni, Xi 73).
Nei discorsi di apertura è stata netta la differenza di stile comunicativo. Xi ha letto il suo intervento, centrato su principi: la richiesta di «stabilità» che è alla base della politica mandarina; l’appello a essere «partner più che rivali, pur nelle diversità». La Cina è un misto di ambizione e insicurezza; non vuole presentarsi come una superpotenza a immagine degli Stati Uniti, cerca una gestione prudente delle relazioni. Trump ha parlato a braccio, si è detto entusiasta per i ragazzini che lo hanno accolto sventolando mazzi di fiori, ha elogiato l’ottimo rapporto personale che è convinto di avere con Xi e dunque ha giocato la carta della lusinga. Fuori onda nella Grande Sala del Popolo, quando, nella ressa dei giornalisti che non volevano eseguire prontamente l’ordine di sgomberare il campo per i colloqui riservati, si è sentita una voce: «Get the fuck out of here», presumibilmente di un agente del Secret Service Usa. La traduzione risulterebbe piuttosto volgare.
E ancora, al Tempio del Cielo, momento di tensione quando la sicurezza cinese ha voluto convincere un americano del Secret Service che nel luogo sacro non si può entrare con una pistola sotto la giacca. La questione è stata risolta dopo una mezz’ora di negoziato.