Corriere della Sera, 15 maggio 2026
Xi avverte Trump sul «rischio» Taiwan: «Ma collaboriamo»
«Caro Presidente Trump, è per me un grande piacere incontrarla ancora una volta qui a Pechino… il nostro incontro sta attirando l’attenzione di tutto il mondo», ha detto Xi Jinping aprendo l’atteso summit Cina-Stati Uniti, nella Grande Sala del Popolo. Il primo incontro è stato di due ore e 15 minuti, oggi i colloqui continuano in formato ridotto, da leader a leader. Davanti a Xi e ai suoi ministri sedeva ieri gran parte del governo americano. Xi aveva accolto Trump con una lunga stretta di mano ai piedi della scalinata. La banda ha suonato gli inni nazionali dei due Paesi, 21 cannonate sono risuonate su piazza Tienanmen e i due leader hanno passato in rassegna la guardia d’onore e salutato bambini armati di bandierine e fiori. «I bambini erano straordinari», dirà Trump, ma già dai gesti, accanto a Xi sulla pedana rossa e oro, si capiva che gli è piaciuto molto. Diversi dei giornalisti americani si sono detti colpiti dallo spettacolo della superpotenza comunista.
La filosofia
Xi ha usato un tono filosofico nel discorso introduttivo. Ha citato – non è la prima volta – la «Trappola di Tucidide», la teoria geopolitica secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire una potenza dominante (come Atene con Sparta) la probabilità che scoppi un conflitto armato diventa altissima: «Il mondo si trova a un nuovo bivio. Possono la Cina e gli Stati Uniti superare la cosiddetta Trappola di Tucidide e forgiare un nuovo paradigma per le relazioni tra le grandi potenze?». «Dobbiamo essere partner, non rivali», ha concluso Xi, auspicando «stabilità»: «Il 2026 possa diventare un anno storico e cruciale, capace di proiettare le relazioni tra Cina e Stati Uniti verso il futuro». Trump ha risposto con il suo stile iperbolico e adulatorio. «Sei un grande leader. È un onore essere tuo amico. Avremo un futuro fantastico insieme. C’è chi dice che questo sarà il più grande summit di tutti i tempi». Gli ha presentato gli amministratori delegati al suo seguito («i migliori del mondo») definendo il loro tentativo di accesso al mercato un segno di «rispetto per la Cina».
Poi nell’incontro chiuso alla stampa, Xi ha precisato che la questione di Taiwan, che la Cina rivendica come parte del suo territorio, è la più importante nelle relazioni tra i due Paesi: «Se gestita bene, i due Paesi possono mantenere la stabilità. Se gestita male, andranno verso la collisione o persino lo scontro, mettendo l’intera relazione in una situazione estremamente pericolosa».
L’isola «ribelle»
E ancora: «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto sono inconciliabili come il fuoco e l’acqua». Non sappiamo cosa abbia risposto Trump a Xi. Rubio ha assicurato che la politica su Taiwan non cambierà. Il comunicato americano cita l’allineamento tra i due leader sull’Iran, cita il fentanyl, i prodotti agricoli, ma non menziona l’isola. Quello cinese non cita l’Iran. D’altra parte, il summit era più una questione di simboli che di contenuti: le divergenze tra le due superpotenze sono difficili da risolvere e ciò che accadrà nei prossimi anni deciderà come si evolverà davvero il rapporto. Ma in questo riavvicinamento che entrambi vogliono, il tono di Trump è conciliatorio, fino a cozzare con le campagne elettorali «America First» in cui accusava la Cina di rubare il lavoro agli americani, mentre Xi nonostante i problemi economici interni non esita a mettere paletti, forte della convinzione di aver vinto la guerra commerciale costringendo Trump a ridurre i dazi con la minaccia di togliergli terre rare ed export agricoli.
Trump vuole l’aiuto della Cina sull’Iran e dice che Xi gliel’ha offerto, ma Pechino lo farà senza nulla in cambio? Nonostante le divergenze, il tono è stato positivo fino al banchetto serale, dove Xi ha citato lo slogan Make America Great Again: «Il grande rinnovamento della nazione cinese e l’America di nuovo grande vanno mano nella mano». Ma il mondo Maga non è del tutto d’accordo: Steve Bannon, nel suo show War Room, definisce molti degli imprenditori giunti a Pechino con Trump «China First, America Last» (Cina prima, America ultima).