La Stampa, 14 maggio 2026
Petrolio, allarme scorte
Nonostante un significativo calo della domanda, nel 2026 l’offerta globale di petrolio non riuscirà a soddisfarla completamente perché sta subendo «uno choc senza precedenti». E questo si sta già traducendo in un massiccio ricorso alle scorte. È l’allarme lanciato dall’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) nel suo report mensile. Dall’inizio del conflitto, ogni giorno vengono immessi sul mercato 14 milioni di barili in meno dai Paesi del Golfo. Questo vuol dire che – in seguito alla guerra iniziata con l’attacco di Stati Uniti e Israele in Iran – il mondo ha già perso un miliardo di barili. Numeri che porteranno a un deficit di offerta, costringendo il mercato ad attingere sempre più alle riserve.
«Le scorte mondiali di petrolio si stanno già contraendo a un ritmo record» segnala l’Aie. Nel mese di marzo, le riserve hanno subìto un calo di 129 milioni di barili, ai quali si sono aggiunti ulteriori 117 milioni di barili nel mese di aprile. Questa dinamica, unita ai continui stop nelle forniture, provocherà con ogni probabilità «una nuova volatilità dei prezzi in vista del periodo di picco della domanda estiva».
I timori espressi per le conseguenze della chiusura dello Stretto di Hormuz sono in linea con l’analisi diffusa nei giorni scorsi da JP Morgan, secondo la quale le scorte globali dovrebbero scendere sotto la soglia critica di 7,6 miliardi di barili durante il mese di giugno per poi crollare a settembre sotto la soglia operativa minima assoluta di 6,8 miliardi di barili. Uno scenario che non garantirebbe la pressione necessaria negli oleodotti e nemmeno il funzionamento delle raffinerie.
I numeri attuali dicono che, nel corso del 2026, la domanda mondiale di petrolio si contrarrà di 420 mila barili al giorno e che di conseguenza si assesterà a 104 milioni di barili al giorno. Si tratta di 1,3 milioni di barili al giorno in meno rispetto alle previsioni pre-guerra. Ma il taglio dei consumi non basterà per compensare il calo dell’offerta: secondo le stime, nel corso del 2026 l’offerta di petrolio sarà inferiore rispetto alla domanda per 1,78 milioni di barili al giorno. Soltanto un mese fa, dunque a guerra già iniziata, il precedente report dell’Aie prevedeva un surplus di 410 mila barili al giorno rispetto alla domanda. A dicembre il surplus giornaliero stimato era addirittura di 4 milioni di barili al giorno: senza questi numeri, il deficit attuale sarebbe ancora più ampio.
Per il momento gli occhi restano puntati in modo particolare sui carburanti per il settore dell’aviazione. La situazione è stata al centro della riunione di ieri tra i ministri dell’Energia dei 27 Stati membri, che si sono riuniti a Nicosia per un Consiglio informale. «Nel breve termine non ci aspettiamo gravi problemi di sicurezza dell’approvvigionamento» ha rassicurato il commissario europeo, Dan Jorgensen. Aggiungendo però che tutto «dipenderà dalla situazione in Medio Oriente e da come reagirà il mercato» e che dunque «non possiamo escludere carenze nel lungo periodo».
Jorgensen ha ricordato che «la situazione è molto seria» e che è già costata agli Stati membri dell’Ue 35 miliardi di euro dall’inizio del conflitto in Iran. «L’Europa si trova sotto pressione» per quella che «è una crisi di energia fossile», ha aggiunto, tornando a insistere sulla necessità di «portare avanti gli obiettivi di transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili».
Ma al di là degli effetti e degli interventi nel medio-lungo periodo, le preoccupazioni sono per l’immediato. «Se dovessero esserci problemi legati alla sicurezza delle forniture – ha spiegato Jorgensen – parleremo con gli Stati su come affrontare al meglio la situazione».
Per il resto, Bruxelles continua a ripetere ai governi il suo mantra: gli aiuti ai cittadini e alle imprese devono essere «temporanei, mirati» e non devono far salire la domanda di combustibili fossili. Per questo la Commissione ha distribuito agli Stati membri un «catalogo delle buone pratiche» nel quale sono elencate una serie di misure adottate qua e là in Europa per rispondere all’impatto economico della crisi energetica.
Tre le linee lungo le quali agire secondo le indicazioni dell’esecutivo europeo. Per quanto riguarda il supporto ai consumatori e all’industria, viene elogiato – tra gli altri – il sistema di tariffazione a scaglioni dell’energia elettrica adottato dalla Grecia, che prevede costi più alti per chi consuma di più, incentivando il risparmio. Bruxelles insiste inoltre con il modello dei voucher energetici erogati dalla Francia e delle tariffe sociali introdotte dal Belgio. Suggerito inoltre lo stop agli incentivi per le caldaie a gas, come ha fatto la Repubblica Ceca.
Sul fronte della riduzione dei consumi, bene il taglio dell’Iva su fotovoltaico e pompe di calore adottato da Spagna e Belgio, così come gli sconti sul trasporto pubblico in Germania e il social leasing francese per le auto elettriche. C’è poi il capitolo degli investimenti nella decarbonizzazione, con incentivi alle rinnovabili e l’invito a estendere l’operatività delle centrali nucleari.