repubblica.it, 14 maggio 2026
Il 16% delle specie vegetali potrebbero estinguersi entro la fine del secolo
Quando il clima si fa inospitale, anche le piante hanno una sola alternativa: la fuga verso ambienti più adatti alle loro esigenze. Ma non sempre è possibile: in assenza di ecosistemi con le giuste caratteristiche ambientali, una specie che si trova privata del proprio ambiente naturale è destinata a sparire. E purtroppo, sembra che in futuro sarà un fenomeno fin troppo comune: una nuova ricerca pubblicata su Science calcola infatti che fino al 16% delle specie vegetali del pianeta potrebbero andare estinte entro la fine del secolo a causa degli effetti dei cambiamenti climatici, e della mancanza di ambienti adatti in cui traslocare.
La velocità della migrazione non basta
La ricerca nasce per comprendere come risponderà la flora del nostro pianeta ai cambiamenti climatici previsti nei prossimi decenni. E si distingue dai modelli precedenti perché integra un dato fondamentale: la velocità con cui le specie vegetali riescono a spostarsi per rispondere ai mutamenti dell’ambiente. In questo modo, gli autori hanno sfatato un’ipotesi piuttosto diffusa tra gli esperti, e cioè che alle piante basti riuscire a tenere il passo con lo spostamento delle aree che presentano temperature per loro ideali per avere garantita la propria sopravvivenza. Stando ai risultati dello studio, invece, tra il 7% e il 16% delle specie vegetali studiate (oltre 68mila, che rappresentano il 18% della biodiversità vegetale della Terra) perderà oltre il 90% del proprio areale entro la fine del secolo, indipendentemente dalla loro velocità di migrazione.
“Abbiamo scoperto che ciò che causa l’estinzione non è il fatto che le piante non si muovano abbastanza velocemente”, spiega Xiaoli Dong, professore della University of California di Davis che ha coordinato la ricerca. “Il problema è piuttosto che entro la fine del secolo una gran quantità di ambienti per loro abitabili sarà scomparsa. Se l’obiettivo è ridurre i tassi di estinzione delle specie vegetali, la priorità deve restare il taglio aggressivo delle emissioni di gas serra, non ci sono altre direzioni possibili”.
I cambiamenti climatici interessano l’intero pianeta, ma non tutte le regioni del mondo corrono però gli stessi rischi. Lo studio ha infatti identificato diverse zone in cui la biodiversità vegetale è particolarmente vulnerabile. In California, ad esempio, è a rischio la Selaginella, una delle linee di piante vascolari più antiche, risalente a oltre 400 milioni di anni fa. In Australia, le preoccupazioni riguardano il genere Eucalyptus, che costituisce i tre quarti delle foreste native del continente ed è centrale per l’economia del legname e la cultura indigena. In queste regioni, così come nell’Europa meridionale, la contrazione degli habitat sarà più marcata, portando a una netta diminuzione della diversità biologica locale. Al contrario, circa il 28% della superficie terrestre potrebbe vedere un aumento della ricchezza di specie locali. Questo fenomeno accadrà nelle aree che diventeranno più umide, come gli Stati Uniti orientali, l’India, il Sud-est asiatico e il Sud America meridionale. Queste zone diventeranno rifugi sicuri per molte specie di piante in fuga dal proprio ambiente naturale, creando ecosistemi vegetali inediti, dove molte specie si troveranno a interagire per la prima volta.
I dati suggeriscono che le attuali strategie di conservazione basate sulla “migrazione assistita”, ovvero il trasporto umano di specie vegetali in nuove aree, potrebbero avere un impatto limitato sulla riduzione globale delle estinzioni. Gli scienziati propongono invece un approccio integrato che combini la protezione dei cosiddetti “rifugi climatici” (aree che rimarranno stabili nonostante il riscaldamento) con il ripristino ambientale su larga scala.In questo scenario, istituzioni come le banche dei semi e gli orti botanici assumeranno un ruolo sempre più cruciale per preservare il patrimonio genetico, medicinale e culturale di piante che potrebbero sparire in natura. Quel che è certo, è che il mondo vegetale del futuro non sarà quello che abbiamo conosciuto. “Le cose cambieranno e dovremo adattarci – conclude Xiaoli Dong – alcune di queste specie si incontreranno per la prima volta. Vedremo interazioni inedite, il cui esito è difficile da prevedere. Le cose saranno profondamente diverse da come le ricordiamo rispetto a 40 o 50 anni fa”.