D - la Repubblica, 13 maggio 2026
La Florida e il paradosso del successo
Il Sunshine State è lo stato hot del momento? A guardare la sua crescita economica, finanziaria e tecnologica, dalla pandemia a oggi, si direbbe di sì. Dismesse le vesti di destinazione vacanziera e paradiso dei pensionati, la Florida ha reclamato il suo posto al sole, facendo leva su un mix allettante: clima tropicale, imposte basse, politiche favorevoli all’impresa e prezzi delle case accessibili. Una formula che ha attirato ingenti investimenti e migliaia di nuovi residenti da altri stati e dall’estero: 310mila arrivi solo nel 2022. Il segreto? Mentre durante il Covid gran parte del Paese era in lockdown, la Florida apriva le porte alla sua versione del sogno americano. È diventata così la quarta economia degli Usa, prima per crescita economica (2025-2026) e nona per stabilità fiscale. Secondo la Florida Chamber Foundation, se fosse una nazione indipendente sarebbe la 15esima economia al mondo. Il fulcro è Miami, nuovo nodo strategico della finanza (non a caso la chiamano Wall Street of the South) e dell’innovazione tecnologica. Un trend positivo che tocca anche l’economia spaziale. Sulla Space Coast, Cape Canaveral è il cuore pulsante dei lanci, con SpaceX, Nasa e Blue Origin che hanno fatto di questo tratto di costa atlantica un riferimento mondiale per l’industria aerospaziale. E poi c’è il turismo: 143 milioni di visitatori all’anno generano un indotto di 133,6 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro (dati 2024). A Orlando, Universal ha inaugurato nel 2025 Epic Universe, il parco più grande e ambizioso mai costruito nello stato, mentre Miami ospiterà la Fifa World Cup. Non da ultima, la politica, da quando Trump ha fatto di Mar-a-Lago il suo quartier generale.
Un’ascesa straordinaria, se non fosse che il Florida Dream cela fragilità e paradossi che sembrano mettere a rischio la sua sostenibilità. “Un Eden di cose pericolose”, la descrive Lauren Groff che, nel suo libro Florida (Giunti), parla di un senso di precarietà e ostilità nascosto nella grande promessa. Un paradiso tropicale oggi minacciato da uragani sempre più frequenti (6 tra il 2022 e il 2024), le cui coste si allagano facilmente e dove il calore diventa emergenza. Una vulnerabilità climatica che ha fatto impennare i costi assicurativi e i prezzi degli alloggi, insostenibili per un ceto medio con salari stagnanti. Così il sogno diventa sempre meno accessibile e a prendere piede è un esodo silenzioso. A complicare il quadro è l’avanzata dei miliardari (passati dal 3,4% al 13% del totale americano in vent’anni), i cui capitali hanno gonfiato il mercato immobiliare fino a creare un paradosso: da un lato l’economia vola, dall’altro il carovita soffoca il ceto medio e i giovani (quasi un quarto di chi lascia lo Stato ha tra i 20 e i 30 anni), sostituiti da una popolazione mediamente più anziana. Addio boom demografico, quindi. Benché la Florida resti il terzo stato più popoloso, la migrazione dagli altri Stati è crollata del 93% in tre anni, tornando ai livelli pre Covid. Solo Miami-Dade ha perso oltre 10mila residenti tra il 2024 e il 2025.
La Florida Atlantic University, in uno studio recente, conferma che la promessa di mobilità sociale è ora frenata dai costi fuori controllo: la crescita economica ha infatti creato uno squilibrio che, altro paradosso, minaccia la tenuta del sistema. E la Chamber of Commerce locale avverte che l’esodo di manodopera qualificata sta già colpendo turismo, ristorazione e servizi. Senza una classe media attiva, un’economia basata solo su miliardari e pensionati rischia di diventare insostenibile. Non un problema per politici e oligarchi del tech, pronti a pagare un milione di dollari per la quota di ingresso al club esclusivo di Mar-a-Lago, roccaforte del trumpismo, ma anche macchina da soldi con ricavi fino a 50 milioni solo nel 2024. Un indotto che ha fatto lievitare il valore delle ville nella zona (circa +118% in 5 anni), ma anche le spese per la sicurezza dell’area (fino a 300mila dollari al giorno durante le visite presidenziali).
A farne le spese è la comunità locale che alle recenti amministrative ha eletto la democratica Emily Gregory. Il segnale di un malcontento diffuso, seppur ancora isolato in uno stato saldamente repubblicano. Anche per via delle politiche del governatore Ron DeSantis, che ha trasformato la Florida in un laboratorio conservatore con la sua guerra alla cultura woke. A cominciare dalla scuola: dai 4mila libri rimossi, il famoso Book Ban, alla riforma ideologica del New College, università pubblica trasformata per decreto in istituto conservatore, al controverso Don’t Say Gay, legge che proibisce discussioni su orientamento sessuale e identità di genere nelle scuole. Le guerre identitarie non sono, però, popolari come sembrano, e lo dimostra una crescente resistenza civica di movimenti come Florida Freedom to Read e il Pride. Lo Stato rispecchia così le contraddizioni dell’intero Paese: come ha intuito Gregory, la cui vittoria a sorpresa si spiega con poche parole: “Gli elettori vogliono qualcuno focalizzato sui loro problemi reali”. E infatti sembra che la politica stia correndo ai ripari per calmierare il prezzo delle case: è anche da lì che passa l’American Dream.