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 2026  maggio 14 Giovedì calendario

Caso Shalabayeva, la paura nelle questure

Un intervento politico e normativo urgente sul caso Shalabayeva e sulla tutela dell’azione di polizia giudiziaria viene chiesto dal segretario nazionale dell’associazione nazionale funzionari di polizia, Enzo Letizia, in una lettera inviata al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al capo della Polizia Vittorio Pisani. Una richiesta che va oltre la vicenda giudiziaria dei cinque funzionari condannati nel processo d’appello bis di Firenze e investe direttamente il rapporto tra lo Stato e chi, ogni giorno, è chiamato a esercitare funzioni di polizia giudiziaria in condizioni di urgenza, pressione operativa e responsabilità immediata.
Perché, dopo tredici anni di processi, assoluzioni annullate, sentenze ribaltate e nuovi giudizi, il caso che ha travolto il prefetto Renato Cortese e gli altri dirigenti della polizia di stato diventa, secondo l’associazione dei funzionari, il simbolo di una frattura più profonda: il rischio che chi agisce sulla base di atti ufficiali, procedure codificate e interlocuzioni formali con l’autorità giudiziaria possa ritrovarsi, a distanza di anni, esposto a interpretazioni radicalmente diverse delle stesse condotte. È qui che la vicenda Shalabayeva smette di essere soltanto un processo e diventa una questione politica e istituzionale.
C’è una frase, nella lettera di Letizia, che pesa più di tutte le altre. Perché non parla soltanto del caso Shalabayeva. Parla dello Stato. E della paura: «Quando un procedimento dura una parte significativa della vita professionale di un funzionario dello Stato, il processo stesso diventa una sanzione».
È questo il cuore del problema. Non la solidarietà ai cinque poliziotti condannati. Non soltanto la vicenda personale di Renato Cortese, Maurizio Improta, Luca Armeni, Francesco Stampacchia e Vincenzo Tramma. Ma ciò che questa sentenza rischia di produrre dentro gli uffici che si occupano di immigrazione, nelle Squadre mobili, negli apparati investigativi. Dentro la testa di chi deve decidere in pochi minuti assumendosi responsabilità enormi.
La lettera dell’Associazione nazionale funzionari di polizia non chiede immunità né invoca impunità. Fa qualcosa di più inquietante: fotografa il momento in cui un apparato dello Stato smette di fidarsi di se stesso. Perché se un operatore che agisce «sulla base di atti ufficiali, procedure codificate, interlocuzioni formali con l’autorità giudiziaria e strumenti di cooperazione internazionale» può ritrovarsi condannato dopo oltre un decennio, allora il rischio evocato da Letizia è uno solo: la paralisi decisionale.
È la paura che entra nelle questure. La paura di firmare. Di assumersi responsabilità. Di compiere un atto operativo che, anni dopo, potrebbe essere reinterpretato da un tribunale. «Non basta più agire secondo legge», avverte Letizia, perché oggi si pretende che il funzionario «intuisca scenari geopolitici», dubiti dei canali istituzionali e anticipi future interpretazioni giudiziarie. È un salto pericoloso. Perché uno Stato democratico può chiedere ai suoi uomini rigore, disciplina, legalità. Ma non chiaroveggenza.
Ed è per questo che la lettera diventa un atto politico. Chiede regole chiare, tempi ragionevoli, tutela del legittimo affidamento di chi opera per conto dello Stato. Chiede soprattutto che «il coraggio decisionale richiesto ogni giorno non si trasformi, anni dopo, in una solitudine istituzionale».
Dentro questa frase c’è tutto il caso Cortese. E forse qualcosa di ancora più grande: il rischio che lo Stato finisca per disarmare da solo i propri servitori migliori.