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 2026  maggio 14 Giovedì calendario

Fubini intervista il politologo Odd Arne Westad

Il saggio di Odd Arne Westad The Coming Storm («La tempesta in arrivo») è il caso editoriale di queste settimane: il politologo di Yale sottolinea i paralleli fra il quadro internazionale di oggi e quello che portò alla Grande guerra nel 1914. Con la Cina nei panni della Germania di allora e gli Stati Uniti in quelli dell’impero britannico.
Si aspetta un’intesa tra Donald Trump e Xi Jinping?
«Credo che il vertice fra loro sia un esempio di ciò di cui scrivo – dice Westad —, il parlarsi senza capirsi. Oggi i leader mondiali comunicano molto. Ed è un bene. Ma come prima del 1914 comprendono poco scopi e obiettivi gli uni degli altri. Fra Trump e Xi mi aspetto colloqui importanti su temi commerciali e tecnologici. Ma un dialogo serio su questioni strategiche più ampie è difficile».
Trump soffre di un isolamento internazionale?
«Credo di sì ed esso nasce dall’interno stesso degli Stati Uniti. È un’altra somiglianza con la Gran Bretagna di prima della Grande guerra, quando essa passò da un periodo in cui influenzava quasi tutto negli affari internazionali a una fase di grande incertezza. L’insicurezza aveva la sua origine a Londra. E ricorda quanto accade negli Stati Uniti oggi: gli stessi americani si stanno ritirando da gran parte delle interazioni soprattutto con i loro amici e gli alleati».
Con quali conseguenze?
«Ciò crea incertezza e tensione. E un’instabilità che porta verso un potenziale conflitto in futuro, perché la Cina e la Russia osservano. E decideranno da sé se ritengono che il tradizionale coinvolgimento degli Stati Uniti nella Nato, in Europa o negli accordi di sicurezza con il Giappone e la Corea del Sud funziona ancora davvero. O no».
Perché ciò la preoccupa?
«Come abbiamo visto nel 1914, è uno degli aspetti che può portare a gravi fraintendimenti su ciò che si può ottenere con pressioni politiche estreme e azioni militari».
Una differenza è che oggi non esistono alleanze così rigide da trascinare tutti in guerra dopo un incidente.
«Vero. Parte del problema nel 1914 fu che esistevano alleanze formali. Esse dovevano scoraggiare gli avversari dall’avviare delle guerre, ma potenze revisioniste come la Germania dubitavano che le alleanze contro di loro fossero credibili. Lo stesso mi preoccupa anche per alcune delle potenze di oggi: la Russia, ma anche la Cina. È qualcosa che mi preoccupa davvero, perché vedo un parallelo. All’epoca i governi pensavano che ciò che accadeva nei Balcani restasse nei Balcani. Finché ciò non è stato più vero».
I conflitti in Ucraina e in Iran si rivelano difficilissimi da chiudere. Stanno diventando guerre croniche?
«Alcune di queste guerre stanno diventando croniche, coinvolgendo le zone in cui si svolgono. Potrebbero non assumere sempre la stessa forma. Sull’Ucraina il conflitto potrebbe continuare con meno scontri nel Donbass. E lo stesso vale per l’Iran. In una lunga tregua nessuno dei problemi sparirebbe, perché la guerra non ha risolto le ragioni degli attriti. Quindi questi conflitti possono essere considerati cronici, nel senso che interessano solo quelle aree e hanno implicazioni limitate. L’altro modo di guardarli è che tendono a diventare endemici, o a coinvolgere gradualmente altri Paesi».
A quale delle due opzioni crede di più?
«Se dovesse verificarsi un evento su scala globale, potrebbe contribuire a una guerra tra grandi potenze. È la mia preoccupazione riguardo al tipo di conflitti cronici che abbiamo attualmente in alcune parti del mondo».
Dall’Iran e dall’Ucraina la Cina concluderà che è meglio restare prudenti o che è il momento di osare su Taiwan, perché l’America è debole e distratta?
«Pechino valuterà cosa tutto ciò possa significare per i propri interessi. E l’unificazione con Taiwan è probabilmente in cima alla lista delle priorità. I cinesi presteranno attenzione a quale sia il potenziale di altri di interferire in una loro operazione contro Taiwan. E l’Iran ha mostrato alcune debolezze negli interventi americani all’estero, distogliendo massicciamente gli Stati Uniti dall’Estremo Oriente. E le munizioni americane che scarseggiano».
Dov’è il parallelismo con il 1914?
«Allora c’era la convinzione che si potessero raggiungere degli obiettivi strategici con un’azione rapida e immediata. Ecco, è proprio questo che mi preoccupa. Non penso che Xi Jinping si svegli la mattina e dica: “Oggi è il giorno giusto, realizzerò la riunificazione nazionale”. Ma se dovesse accadere qualcosa che spingesse in quella direzione la leadership cinese, potrebbe benissimo ragionare sulla stessa linea dei tedeschi nell’estate del 1914».