Robinson, 10 maggio 2026
David Grossman riflette sui suoi libri e sulla scrittura
A casa di David Grossman, sulle colline a poca distanza da Gerusalemme, c’è uno scaffale che ospita le edizioni dei suoi libri in molte delle lingue in cui sono stati tradotti. È colmo fino all’orlo: 45 anni di storie e di parole che da queste stanze piene di luce hanno preso le vie del mondo, facendo dell’uomo che oggi siede di fronte a noi una delle voci più amate della letteratura contemporanea. Pensare di racchiudere tutto questo in un’opera unica è un’idea folle e quasi impossibile: chi ama Grossman dovrà dunque essere grato a Wlodek Goldkorn e Gabriel Zoran per averla intrapresa e aver creato progetto editoriale (l’uno) e curato i testi (l’altro), del Meridiano a lui dedicato, in libreria dal 12 maggio.
Due volumi che ripercorrono la carriera dell’autore israeliano più conosciuto al mondo: dai primi scritti a quelli più recenti. Dai romanzi alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza fino ai saggi e ai discorsi che hanno segnato l’impegno civile di Grossman, da sempre in prima fila per la pace fra israeliani e palestinesi. Se questo impegno ha dato allo scrittore notorietà oltre ai confini della letteratura, sbaglierebbe chi prendesse in mano questo Meridiano con gli occhiali della politica: è la rivoluzione che Grossman ha portato nel mondo della letteratura – una lingua nuova, un modo nuovo di raccontare anche l’inenarrabile e di mettersi nella testa e nella vita dell’altro – quella che domina. È un puzzle complesso, fatto di tantissimi pezzi distinti che nei due volumi si incontrano fino a formare un quadro armonioso: davanti al quale anche il suo autore oggi ammette di essere emozionato. «È come trovarsi di fronte al me stesso di un tempo: un giovane scrittore senza esperienza, e poi osservarlo mentre si trasforma in ciò che io sono oggi. Non può che essere qualcosa di molto personale», dice Grossman seduto davanti alla grande finestra che dà sulla valle. Fuori un gatto miagola per entrare: ci prova in tutti i modi, ma alla fine si arrende e si stende sul tavolo da giardino.
Cosa direbbe a chi prenderà per mano quel giovane scrittore e insieme a lui viaggerà con il Meridiano?
«Prima di tutto, non so se ci sarà davvero qualcuno che lo leggerà tutto, dall’inizio alla fine. Ma se davvero ci fosse, gli direi che questo è una sorta di ritratto dello scrittore attraverso i suoi libri. A me è molto chiaro che ogni testo non avrebbe potuto essere scritto senza quello precedente. E poiché di solito scrivo un libro non perché voglio scriverlo ma perché mi è diventato inevitabile, perché la storia si è impossessata di me, quello che c’è in queste pagine è una sorta di carta di identità. È quasi imbarazzante vedersi tanto esposto tra le pagine. Come ricordarsi improvvisamente che mentre ieri sera eri ubriaco hai scritto quella cosa lì: ora è nero su bianco e dice tutto di te. Ma questo libro è anche una gioia: perché guardandolo mi rendo conto che alla fine sono riuscito a scrivere le cose che sono importanti per me».
Qual è per lei la cosa più importante che c’è in questi due volumi?
«Dal mio punto di vista è osservare i cambiamenti che sono avvenuti nel corso degli anni. Come si è modificato il mio stile di scrittura, le priorità, gli argomenti. E poi è importante il legame tra i libri: è affascinante vedere come, senza che davvero ci pensassi, un libro per bambini riecheggia in uno per adulti, o i romanzi si riflettono nei saggi. La sensazione che ho è che ogni libro sia quasi un’eco di tutti gli altri, un altro modo di guardare la realtà: da una prospettiva documentaristica, come nei saggi, oppure letteraria, come nei romanzi. Ma è sempre la stessa realtà».
Ad ascoltarla sembra che il suo percorso sia stato lineare e facile. Ma nella sua carriera lei è stato anche molto criticato: per aver osato parlare della Shoah come ha fatto in “Vedi alla voce amore”. Per aver messo l’Occupazione davanti agli occhi di Israele con il “Vento giallo” e “Il sorriso dell’agnello”, per le sue parole su Gaza, un anno fa. È stato difficile?
«Ogni singolo libro che ho scritto, l’ho scritto perché sentivo un disperato bisogno di esprimere qualcosa. Era un vero e proprio impulso fisico di superare quella sensazione di soffocamento che provavo di fronte a diversi argomenti: l’occupazione, l’adolescenza, la Shoah. Ci sono cose che io so di poter capire appieno solo scrivendole. Scrivere è stata, è ancora, una necessità: questo per quanto riguarda il rapporto con il mondo esterno. Per quanto riguarda me, posso dirle che il rapporto tra il me stesso scrittore e il mio libro è qualcosa di molto complesso: quando pensi di cambiare il libro, è il libro che cambia te. Io sono una persona diversa con ogni nuovo libro che scrivo. Prima di tutto c’è il tempo che ci impiego: il libro che spero di finire ora l’ho scritto in quattro anni, ed è solo un romanzo breve. E poi le difficoltà che ho incontrato, le tante, tantissime, notti insonni e i momenti di gioia quando improvvisamente avevo una svolta, magari dopo mesi di blocco. Per scrivere un libro bisogna abbandonarsi alla storia, arrendersi, lasciare che prevalga dentro di noi e ci trasformi. Non è necessariamente facile».
Il legame fra la letteratura e l’impegno civile è qualcosa di molto evidente in tutta la sua opera e i lettori di Repubblica lo sanno bene. È una scelta precisa dietro o è le è venuto naturalmente?
«Devo ripetermi. Se scrivo di una cosa è perché il bisogno è inevitabile: vale anche per la politica. Non posso farne a meno, ma nel farlo cerco un linguaggio che non sia quello dei giornali, o ancor meno quello della televisione. Quando scrivo di politica, come quando scrivo romanzi, cerco quella che chiamerei “la vena d’oro”, il linguaggio giusto, il modo di arrivare al cuore. Quando lo trovo, so che ho trovato la voce del libro. Non è sempre facile, perché i libri non sempre si consegnano spontaneamente allo scrittore, ci vuole molto tempo: c’è una parola in ebraico, raz. Raz è un segreto profondo. C’è sempre un raz in un libro: è quello che io cerco».
Nel Meridiano c’è molto spazio per i testi per l’infanzia e per l’adolescenza: è raro trovare uno scrittore del suo livello che abbia scritto tanto per i più piccoli. Perché?
«Cresco i miei futuri lettori, è il mio investimento per il futuro! (Grossman si ferma e fa una sonora risata: lo sguardo gli si illumina, è evidente che ama parlare di bambini, ndr). A parte gli scherzi, è emozionante accompagnare il lettore da quando è quasi un neonato fino a quando diventa genitore: oggi incontro spesso genitori che comprano ai figli il mio libro che amavano di più da bambini. È una cosa molto bella ed è bello che sia nel Meridiano. Scrivere per bambini è diverso dallo scrivere per adulti, prima di tutto dal punto di vista linguistico: io cerco sempre di inserire sottotraccia alcune parole che probabilmente il bambino non ha mai sentito. Quando ero piccolo mio padre o mia madre mi leggevano delle storie e c’erano parole che non capivo e non volevo che me le spiegassero. Restavano lì di notte a volteggiare nella mia stanza fino a quando non riuscivo a scoprirne il senso. Non solo: amo i libri per i più piccoli perché mi diverte il fatto che a volte prendano una piega che la gente non si aspetta da me. Ma c’è un altro motivo per cui è importante che siano nel Meridiano: ho 72 anni e appartengo a una generazione che molto più delle precedenti ha capito quando fosse importante – anzi legittimo – che un padre fosse coinvolto nella vita di suo figlio. Quando io ero bambino, il padre era quasi solo quella persona che tornava a casa esausto dopo una giornata a lavorare, nel mio caso a guidare l’autobus. Oggi non è più così. La mia generazione ha compreso la gioia che possiamo provare nell’essere presenti nella vita dei figli. E quando scrivo per bambini, penso sempre che anche il genitore che legge la storia ne tragga grande beneficio: perché i due insieme entrano nella bolla della favola della buonanotte e il genitore può ricordare come era qualche decennio prima. Io ho ben presente il volto di mio padre mentre mi leggeva le storie: era una persona piuttosto autorevole ma, quando leggeva, eravamo come due turisti nel mondo della storia. Non c’era gerarchia».
Ci sono due linee guida in questo Meridiano, nel mio modestissimo parere di lettrice. La prima sono le parole, la seconda è l’empatia. «Volevo chiamare le cose con il loro nome». «In quel momento capii che non sapevo nulla della vita dei palestinesi. E decisi che dovevo comprendere»: sono due frasi che ho preso dalla conversazione con Goldkorn che accompagna il volume. Ci sono andata vicina?
«Un elemento fondamentale, o meglio, una forza potentissima di un libro è il linguaggio con cui è scritto. Dico sempre quanto siamo fortunati noi artisti, scrittori compresi, perché in un mondo così ottuso, torbido e inquinato, abbiamo la possibilità di creare qualcosa che è preciso e rilevante. Ecco, proprio la parola “rilevante” mi porta alla questione dell’empatia. C’è un piacere immenso nell’abbandonarsi al punto di vista dell’altro. Può sembrare strano, ancor di più in Israele, un Paese che è in un perenne stato di guerra e dove quindi non si vuole, o non si riesce a provare empatia. Ma spogliarsi di qualsiasi scudo protettivo e vedere cosa succede quando ci si abbandona anche solo per cinque minuti a guardare le cose con lo sguardo dell’altro è liberatorio: si vedono cose che prima uno aveva trascurato e all’improvviso si viene avvolti dalla sensazione di come si sente l’altra persona. Io credo che la capacità di guardare attraverso gli occhi dell’altro sia una delle gioie più grandi della vita. Anche quando l’altro fa paura, quando è minaccioso, quando rischi che ti faccia a pezzi: se ti metti nelle sue scarpe per un attimo, capisci che quella persona avresti potuto essere tu. Siamo qui seduti nella mia casa, ma in un altro contesto io avrei potuto essere una persona nata a cinquecento metri da qui, in un villaggio palestinese. Scrivendo, posso esserlo».
La parola empatia mi porta alla parola pace. Per lei, la pace è sempre stata una questione di empatia: “Il sorriso dell’agnello” è il primo romanzo israeliano che parla di Occupazione. Molto diverso da ciò che scriveva il suo amico Amos Oz, ad esempio. Per lui la pace era un progetto razionale: dividere, punto e basta. Dopo il 7 ottobre lei per mesi ci ha detto «non ho più le parole»: ha fatto un percorso, ce lo ha raccontato qui su “Repubblica” e con sofferenza è riuscito a guardare di nuovo l’altro. La pace ora per lei è ancora una questione di empatia o piuttosto una necessità?
«Israele vive ancora nel trauma del 7 ottobre: agli occhi della gente qui le atrocità di quel giorno sono ancora concrete e visibili. Dobbiamo attivare il più rapidamente possibile un meccanismo di ripresa per uscirne e parte del meccanismo di ripresa, da entrambe le parti, consiste nel dare il giusto spazio ai timori e ai sospetti verso l’altro. Non negare la paura e nemmeno l’odio: ma attraversare il lutto. In questo processo, molti perderanno la speranza e l’empatia: ma, dopo un po’, arriverà il momento di tornare indietro. E di provare empatia anche per la gente di Gaza, cosa che in questi anni non abbiamo neanche immaginato. Qui in Israele abbiamo visto pochissime immagini di ciò che noi abbiamo fatto a Gaza, la distruzione, i morti. A un certo punto dovremo tornare a vedere l’altro, a guardarci. L’empatia è un privilegio che ci è stato concesso, che ci viene dalla nostra natura di esseri umani: il fatto di poter essere anche un’altra persona è un grande privilegio».
Siete in pochi a dire queste cose in Israele: ancora meno da quando sono morti Amos Oz e Abraham Yehoshua che assieme a lei erano considerati le voci principali di questo Paese. Si sente solo senza di loro?
«Assolutamente sì. Li ho persi in pochi anni: prima Oz, poi Buli, il mio Buli (Buli è il diminutivo con cui gli amici chiamavano Yehoshua, ndr). Non sa quanto mi manca. E poi è morto anche Meir Shalev, un altro grandissimo autore. Quando è scoppiata la guerra – questa guerra, il 7 ottobre, Gaza e poi il resto – ho sentito davvero il bisogno di Buli e Amos per capire cosa provavo, cosa pensavo. Perché è stato spesso attraverso il dialogo con loro che ho trovato la soluzione ai problemi della mia scrittura. Le persone che sostenevano la necessità del dialogo con i palestinesi erano già poche e improvvisamente si sono ridotte ancora di più. E io ero lì a chiedermi: perché mi hanno lasciato solo? Come faccio a capire? Ho bisogno di voi, ho bisogno di loro, dicevo a loro e a me stesso. La gente era sempre stupita dal fatto che noi, quattro scrittori israeliani, collaborassimo con un calore così profondo e sì, con amicizia. Certo, c’era un po’ di gelosia: se Buli pubblicava un libro e aveva molto più successo del mio ero geloso, ma potevo dirglielo. E lui faceva lo stesso con me. I nostri libri erano così diversi, ma l’energia che c’era dentro era la stessa. Il bisogno di raccontare una storia. La gioia di essere dentro una storia. Buli era amichevole, persino ingenuo, mentre Amos era molto razionale e profondamente guardingo. No, non è facile sopportare di essere rimasto solo. Una volta, durante una conferenza negli Stati Uniti, un lettore ha iniziato a parlare male di Amos. Ricordo di averlo fermato e di avergli detto: “Ricordi che loro sono dei giganti e noi siamo sulle loro spalle”. Lo penso ancora».
Adesso c’è una nuova generazione di scrittori che guarda a lei come punto di riferimento…
«E sono in gamba, moltissimo: Zeruya Shalev, Assaf Gavron, Sarah Shilo. Sono produttivi, sono creativi, è un piacere osservarli».
Vorrei chiudere con la domanda proibita: ci racconta del nuovo libro?
«Le racconto solo che è la storia di un padre e di un figlio, che sono adulti ma hanno entrambi il ricordo di quando erano bambini».
Ci vorrà un altro Meridiano?
«Direi che uno basta: lo accompagnerò a Torino e poi lo farò andare in giro da solo. Come Yocheved, la madre di Mosè: dopo averlo deposto in un cesto di giunchi, rimase nascosta a osservare cosa succedeva. Io farò lo stesso».