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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Siri Hustvedt parla del marito e della vedovanza

Sono passati due anni dalla notte in cui morì Paul Auster, il 30 aprile 2024. L’ultima lettera che il romanziere ha scritto al nipotino Miles appare alla fine del nuovo libro di sua moglie Siri Hustvedt, Ghost Stories. Paul aveva ammirato Miles nei suoi primi quattro mesi di vita mentre «si rotolava, rideva e cercava di capire a cosa servono le mani» e sperava di comporre un libricino di 100-200 pagine di lettere, per lasciargli un ricordo di sé. Ma ad aprile il cancro si era diffuso dal polmone destro al sinistro ed era dilagato in altre parti del corpo. Le sette lettere che è riuscito a scrivere a Miles fanno parte delle «storie di fantasmi» di Hustvedt: il libro, pubblicato il 5 maggio in America, uscirà in Italia per Einaudi in autunno; racchiude poesie e studi scientifici, lettere della stessa Husdvedt, scene di un amore lungo 43 anni e del primo anno senza Paul. È un dialogo tra marito e moglie.
«Non ci sarà cura né ripresa né nulla, a parte la certezza della morte in un paio di mesi», scrive Auster nell’ultima lettera. «Non ci sarà alcun libro, né lettere sui tuoi antenati (che storie avevo pensato di raccontare!), né riflessioni sulla scena americana contemporanea e sulle tese elezioni nazionali che affronteremo in autunno. Non ho grandi speranze di essere vivo a novembre e perciò non saprò mai se la Repubblica è morta o respira ancora. In terapia intensiva, magari, ma ancora respira».
Auster spiega a Miles di voler morire non in ospedale, ma a casa, a Brooklyn, «nella luce, circondato da tua madre e tuo padre» (sua figlia Sophie e il marito Spencer Ostrander) «e dalla mia amata Siri». E conclude: «Se potessi scegliere, preferirei morire facendo una battuta».
È in quella casa che ci sediamo a parlare con Hustvedt. «È tuttora difficile leggere quella lettera senza iniziare a piangere – dice —. Anche perché lui è così pragmatico e coraggioso: il modo in cui ha affrontato la morte, con grazia, mi ha sbalordito. E continua a farlo». Auster aveva deciso di vivere come un uomo «degno di ammirazione». Ha anche deciso di morire così, come ultimo «regalo» alle persone che amava.
Questo libro è una storia d’amore.
«Sì, le storie di fantasmi sono anche storie d’amore. Ho pensato a lungo alla struttura: è piuttosto complessa ma sentivo che doveva essere così. Inizia a maggio e finisce nel marzo successivo, il tempo passa ma è anche scombinato, perché i testi che uso nel libro sono documenti della memoria e vanno avanti e indietro nel tempo. E sin dall’inizio del libro dico che non avrei mai immaginato che avrei sentito lo scorrere del tempo in questo modo completamente fratturato dopo la morte di Paul. Ho letto alcune cose sulla frammentazione cognitiva, saggi di neuroscienze sul dolore e il suo effetto sull’ippocampo, la parte del cervello connessa alla memoria. Pare che si rimpicciolisca in alcune persone che patiscono una perdita o un lutto. Non è come la demenza, dove la memoria non ritorna. Con il passare del tempo apparentemente la memoria comincia a rigenerarsi: posso dire di esserne un esempio vivente. Oggi, due anni dopo, non ho più questa specie di frammentazione cognitiva, mi sento molto più coerente. Una delle cose che discuto nel libro è la natura fenomenologica, soggettiva, dell’esperienza quotidiana. Siamo creature che si adattano. Se potessi resuscitare Paul lo farei in un secondo. La vita non è migliore, ma il soggetto corporeo si adegua a un buco nel mondo. Non penso che si rifletta abbastanza sull’essenza del dolore. Quel pezzo che manca nella tua realtà percettiva è così drammatico che butta all’aria ogni cosa, incluso il tempo percepito».
Lei racconta il vostro primo incontro. «Sai chi è quello?», chiese a un amico. «È Paul Auster, il poeta».
«Volevo condividere questa mitologia privata tra di noi. Paul diceva: “Che cosa sarebbe successo se non ti avessi incontrata?”. Era anche parte di quello che chiamava “meccanica della realtà” o “musica del caso”, che entrava anche nella sua opera non come fato – non ci sono divinità che determinano quello che succede alle persone – ma come eventi accidentali, che poi diventano enormemente importanti nella storia di una vita. Entrambi pensavamo di essere stati lontani solo 5 giorni, una settimana al massimo, dopo quell’incontro e che io avessi scritto tre lettere ma in realtà ne ho trovate solo due. Era la nostra favola basata su qualcosa di reale. Ma solo quando ho iniziato a scrivere questo libro e ho recuperato le lettere mi sono resa conto che c’erano cose che non ricordavo. Per esempio non ricordavo che lui mi avesse chiamato dicendo: “Voglio che ci rivediamo”».
Perché ha inserito le lettere di Paul a Miles nel corpo del libro, a inframmezzare il racconto?
«All’inizio pensavo di dedicare una sezione a quelle 35 pagine, ma poi ho pensato che per anni avevo detto a Paul che “il nostro matrimonio è un dialogo”. E quando ho inserito le lettere nel mezzo, il ritmo è cambiato. Parlo io, poi Paul, poi di nuovo io e poi di nuovo lui. Quelle sette lettere sono diventate una punteggiatura ritmica molto importante per me: crea l’illusione del dialogo. In realtà sta scrivendo a Miles, non a me, ma questo mi piace e poi alla fine ci sono la sua ultima lettera e una mia poesia: sono i battiti che volevo. Nel libro italiano sarà il traduttore di Paul a tradurre le sue lettere e il mio a tradurre me: conoscono da anni le nostre voci, c’è una sorta di intimità che si è stabilita e che emerge nella traduzione. Per me è una cosa molto toccante».
C’è una scena a Taormina, dove eravate nel 2022 per il festival Taobuk con alcuni dirigenti della vostra casa editrice italiana, Einaudi. A un certo punto Paul finisce dritto nella piscina. Il bicchiere di vino che aveva in una mano si rompe, la sigaretta elettronica affonda, ma lui resta in piedi e sorride.
«Fu divertentissimo. Lo racconto anche perché in molti memoir centrati sull’elaborazione del dolore la persona morta è un’ombra, non è presente nel libro. E non era quello che desideravo io. Volevo il mio Paul, non il Paul che conoscevano gli altri, ma il marito, la persona che conoscevo nell’intimità, Paul. Volevo che ci fosse qualcosa di vero di lui sulla pagina: il suo senso dell’umorismo e, non so, la sua testardaggine, le penne che ho trovato sul suo tavolo dopo che è morto... non volevo santificarlo. E all’inizio del libro ci sono nuvole di ambiguità ma non è che poi abbia conquistato la sua personalità e non ci fosse più niente da capire. Resta sempre qualcosa di misterioso nell’altro: questo era molto importante per me. Non vuole essere una critica ai memoir del dolore perché penso che quanto provano le persone in lutto sia così travolgente che l’anatomia del dolore sia un soggetto perfettamente legittimo. Ma capivo che il mio desiderio era di resuscitare qualcosa, qualcosa di impossibile: non puoi riportare indietro quella persona, ma questi fantasmi della scrittura possono produrre qualcosa di ciò che fu. Ed è stato terapeutico per me».
Nel libro appaiono Daniel, il figlio di Paul dal precedente matrimonio, e la nipotina Ruby. La loro morte può aver causato in parte la malattia di Paul?
«Affronto questo tema nel libro, parlando del ruolo delle emozioni e del cancro, anche se non porto il lettore troppo addentro nei dibattiti. Ci sono moltissimi saggi nella storia della medicina sul rapporto con emozioni potenti di dolore e di rabbia ma in merito non c’è consenso. Quello che posso dire è che il sistema immunitario e i sistemi nervoso, endocrino, ormonale sono incredibilmente sensibili a ciò che succede oltre l’organismo. Nel cancro il sistema immunitario è cruciale: uccidiamo ogni giorno cellule cancerogene, e c’è un momento in cui il sistema smette di riconoscere il tumore. Penso che lo choc della morte di Ruby prima e poi lo choc che Daniel fosse responsabile – anche se ovviamente non aveva intenzione di uccidere sua figlia, ma l’ha fatto – è stato così orribile, così totalmente devastante per Paul, che dire che non abbia avuto alcun ruolo nel cancro sarebbe stupido. Quello che non so è fino a che punto. Ovviamente fumava da anni ed era vulnerabile. Ci sono persone che fumano indefesse fino a 101 anni e non si conoscono ancora i meccanismi biologici responsabili della connessione tra il fumo e il cancro ai polmoni, ma si sa che c’è una connessione, l’evidenza è travolgente».
Lei descrive i fumetti che disegnava Daniel a 12 anni. Uno era intitolato «L’isola dell’amore»: il protagonista, divorziato, finisce su un’isola deserta e quando arrivano gli aerei fugge, non vuole essere salvato.
«Non potevo scrivere di Paul e di me senza scrivere di Daniel, ma non volevo che il libro ne fosse sopraffatto perché è una storia terribile. Era una persona creativa e di talento. Ho riletto i fumetti, col senno di poi, perché a 12 anni non era tossicodipendente, ma aveva questo bisogno di nascondersi e di fuggire da quelli che nel fumetto chiama gli “aerei di ricerca” e che io chiamo “aerei di soccorso”: quella storia era una parabola di sé. Ho pensato: questo è il modo per non lasciarlo nel lurido mondo dei tabloid scandalistici, per consentirgli grazie alla mia interpretazione di essere presente nel libro».
Qualche mese prima della morte di Paul, venni a intervistarla: eravamo sedute su queste stesse poltrone. Paul tornò dall’ospedale, lei rise quando raccontò che aveva perso gli occhiali e che «la donna più bella del mondo» li aveva ritrovati e restituiti. Poi lui mi disse «Buona fortuna» per l’intervista, e si dileguò.
«Buona fortuna con questa matta che ho sposato! C’era molto senso dell’umorismo, ma non è che non ci fossero momenti conflittuali. E ovviamente tendeva all’iperbole. Per questo Sophie dice: “Mamma, chi parlerà di noi in quel modo adesso?”. Idealizzava le persone che amava. E a volte gli dicevo: “Calma...”. Ma vivere per 43 anni con un volto radioso che ti guarda con amore mi ha resa una persona migliore... C’è un documentario appena realizzato su di me (Dance around the self, ndr). In una scena siamo seduti sul divano al piano di sopra, Paul è malato, stiamo guardando le nostre foto da giovani e lui dice: “Eravamo spettacolari!”. E io scoppio a ridere perché penso alla distanza che ci separa dal nostro io giovane. Ovviamente io e Paul non eravamo persone che pensavano a loro stesse in quel modo. La maggior parte del nostro tempo l’abbiamo passato qui, scrivendo, lavorando e parlando».
Lei scrive che suo marito ha vissuto come qualcuno che sapeva che il fulmine può colpire in ogni momento (quando aveva 14 anni un fulmine uccise un coetaneo vicino a lui), ma non come qualcuno che se l’aspettava in ogni istante.
«Esatto, e sono due cose diverse. Tra noi io sono quella che se l’aspetta di più. Quando ha saputo che stava per morire, lui non si aspettava che andasse necessariamente così. Ha fatto le cure, non esattamente con ottimismo ma certamente non pensando che sarebbe morto di sicuro. E in quell’ultima lettera scrive che non c’era più tempo. Ma per tutto il tempo aveva sperato e pensato a qualcos’altro. E questo era cruciale per il modo in cui ha vissuto, per il modo in cui era vivo nel mondo».
Lei sentì la presenza di suo marito, come un fantasma il giorno del funerale. Le è più capitato?
«No, solo una volta in quel modo. Poi c’è stato l’odore: per esempio a settembre ero in aereo e improvvisamente ho sentito l’odore del sigaro, un’allucinazione olfattiva. Non penso che Paul stia fumando in Paradiso. No, sono troppo razionale. Ma è una cosa meravigliosa che mi dà conforto. Mi è capitato un paio di volte nelle ultime settimane, e mi rattrista che succeda sempre più raramente. Se potessi avere l’odore di sigaro nelle narici fino alla tomba, sarei perfettamente felice».
Lei parla anche della mancanza del sesso.
«I memoir sul lutto spesso non ne parlano. La mia vita intellettuale continua, ma il dialogo con questa persona intima, il suo tocco è insostituibile. E quindi senza scendere nei dettagli della nostra vita sessuale volevo che fosse nel libro come una perdita importante».
I media rivelarono la morte di Auster la sera stessa. Lei spiegò su Instagram il dolore che causarono.
«Una cosa orribile, il corpo di mio marito non era ancora freddo. Come avvoltoi. E sentivo che ci fossero solo due persone al mondo che potevano annunciarlo: io e Sophie. Avremmo aspettato il mattino. Poi mi dissero che Papa Francesco era rimasto commosso da quello che scrissi. Fu fissato un incontro, ma cancellarono la visita perché si ammalò, e poi morì. Lo ammiravo molto».
Lei e Paul eravate «sparring partner» e vi curavate l’uno dell’altra, ma tanti si aspettavano che lei fosse lo «scialle» di Paul, in un ruolo secondario. E lui scherzava che forse dovevate vivere separati e frequentarvi in segreto, così sarebbe stata apprezzata.
«Negli anni Paul divenne un femminista sempre più convinto e inflessibile perché aveva vissuto con me e vedeva che cosa succedeva. Nelle foto che dovevano essere doppi ritratti, mi spingevano indietro: comportamenti scioccanti. E lui lo sentiva, lui non mi vedeva così».