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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Intervista a Patricia Cornwell

Abbandonata dal padre nel giorno di Natale. La madre in una clinica psichiatrica dove qualche anno più tardi lei stessa è stata ricoverata per un disturbo alimentare. Nata nel 1956 a Coral Gables, Florida, Patricia Cornwell racconta tutto nel dettaglio nel memoir di 440 pagine True Crime, in uscita per Mondadori martedì 12 maggio nella traduzione di Sara Crimi e Laura Tasso: dagli anni da giornalista che le hanno fatto scoprire la passione per la medicina legale e la scienza forense, fino alla creazione di uno dei personaggi più amati dagli appassionati di thriller, Kay Scarpetta, l’anatomopatologa protagonista di una saga di 29 romanzi da più di 120 milioni di copie vendute e che a marzo è diventata una serie tv Amazon con protagonista Nicole Kidman.
Nella prima puntata, Cornwell interpreta il giudice che le fa prestare giuramento. Charlie Cornwell, l’ex marito di cui l’autrice, nata Daniels, ha mantenuto il cognome, moriva proprio mentre lei stava girando quella scena. «Charlie ha condiviso con me ogni tentativo di portarla sullo schermo e tutte le volte in cui sono rimasta delusa», racconta Cornwell dallo studio di Boston, con sullo sfondo il modello di uno scheletro umano. «Speravo che ci sarebbe stato ancora un po’ di tempo, ma aveva un cancro ai polmoni. Quel giorno ho riportato gli abiti di scena al guardaroba, mi sono struccata e sono salita in auto. Sul telefono ho trovato il messaggio di sua moglie. Immagino di sorprendere molti, ma ho provato una sensazione di serenità perché sapevo che lui avrebbe sorriso. L’ultima volta che l’avevo visto, gli avevo mostrato un paio di foto di Nicole che provava i costumi e così ha potuto farsi un’idea. Mi è sembrata la conclusione appropriata, non qualcosa di cui essere tristi».
Per scrivere questo libro ha ripreso in mano i suoi diari e il romanzo autobiografico scritto al college.
«È stato strano rivedere le cose che avevo scritto quando ero molto giovane e rendermi conto che erano quasi una premonizione di qualcosa che sarebbe successo molti anni dopo. Ho capito cos’è il tempo. Pensavo di essere cambiata tantissimo, ma rileggendoli mi sono resa conto di non essere poi così tanto cambiata. I nostri corpi invecchiano, ma siamo sempre la stessa persona».
Allora però era convinta di morire giovane e fallita, molto probabilmente suicida.
«Ormai è troppo tardi per me per morire giovane: questo è poco ma sicuro. E di certo non lo farò di proposito. Ero impressionabile e piena di speranze, ma ero come un giocatore di baseball che pensa di non essere mai abbastanza bravo e poi un giorno arriva a fare un fuoricampo nelle World Series. Com’è successo? Com’è stato possibile? Il miracolo della vita. Se non ci arrendiamo e continuiamo a provare, le cose meravigliose possono accadere. Ricostruendo la mia vita, ho visto il lungo susseguirsi di fallimenti. La mia infanzia mi è parsa una tragedia perché è stata in gran parte infelice e mentre la vivevo tendevo a far ricadere ogni colpa su di me».
Invece guardi cosa ha raggiunto...
«Dovrebbe essere una lezione per tutti. Non rinunciate a ciò che potreste diventare e non è mai troppo tardi: io stessa spero di combinare ancora qualcosa di buono. Non mi sono arresa».
Nel libro parla molto del legame con i due fratelli Jim e John, ma anche dei tre aborti che vostra madre ha avuto prima di voi.
«Credo che il primo sia accaduto quando aveva 17 anni e pensava che per rimanere incinta si dovesse letteralmente dormire con quella persona. Quando mio padre l’ha scoperto, si è rivoltato contro di lei e se n’è andato. Mamma me ne parlava ossessivamente, ma ero troppo piccola e mi diceva cose che non avevo bisogno di sapere. La vita di mia madre è stata una serie di cose terribili. Quando sono diventata adulta ed ero pronta a parlarne, per lei era diventato troppo doloroso».
Racconta anche dei molti abusi sessuali che lei stessa ha patito, uno addirittura da bambina.
«I pedofili sono esperti nell’adescare un bambino. Nel mio caso, era un vigile di quartiere e sapeva che non mi avrebbe adescato con le caramelle. Sapeva la storia della mia famiglia e che noi bambini eravamo completamente privi di supervisione. Era amichevole. Io avevo cinque anni ed ero affamata di attenzioni. Mi ha adescata così. All’inizio non ci ho visto niente di male, ma presto ha iniziato a parlare in modo volgare. Mi ha messo la mano nella tasca dei pantaloncini e mi sono spaventata. Mi piacerebbe dire che sono stata una dura con gli stivali da cowboy e una pistola giocattolo alla cintura, che gli ho sparato e sono scappata. Invece sono rimasta pietrificata. Una parte di me pensava che, se lo avessi fatto arrabbiare, avrebbe fatto del male a me o anche a mia madre. Più tardi mi sono vergognata perché ho pensato che non avrei dovuto farlo arrivare a quel punto, forse c’è una parte di me che ancora lo pensa».
L’ha cambiata?
«Se ti accade una cosa simile è come modificare i chip di un computer. Non sarai mai la persona che avresti potuto essere. I bambini non dovrebbero aver motivo di sapere che una cosa simile può succedere. Non dovrebbero sapere che esistono persone che molestano i bambini. Ho portato dentro di me la vergogna e penso che tutto sia una minaccia».
Violenze simili le ha subite anche da adulta.
«E credo di essere tornata in modalità vittima. Mi sono paralizzata un po’ come quando ero bambina. Quando ero una giornalista e sono stata aggredita, ho avuto paura».
Era un ufficiale della polizia con una calibro 38.
«Aveva il potere di uccidermi o comunque di farmi male e io non ho reagito. No, non volevo morire».
E il conduttore tv Larry King?
«Eravamo da soli nella prima classe di un aereo e anche lì non c’era molto che potessi fare, se non dargli un pugno sul naso, cosa che avrei dovuto. Il suo non era l’atteggiamento di un pervertito. Aveva bisogno di dimostrare di essere in grado di sopraffare le persone. Le sue erano mosse di potere, non di qualcuno che flirtava o che aveva bevuto troppo. Si trattava di qualcuno che voleva rimettermi al mio posto. King si è comportato come qualcuno che odia le donne e gli veniva molto bene».
Nonostante i drammi, le sono accadute molte cose belle, eppure è come se sentisse di non meritarle.
«A volte mi sento ancora indegna. Sono grata di tutto quello che ho, ma ci sono molte persone brave in quello che fanno, brillanti, che scrivono libri meravigliosi, dipingono quadri fantastici, fanno musica o qualsiasi altra cosa e non vengono ricompensate quanto lo sono stata io. Voglio solo incoraggiare gli altri: se ci sono riuscita io, potete farcela anche voi».
Le viene riconosciuto di aver aperto la strada dei thriller forensi.
«E a chi è creativo direi che, se vuole fare qualcosa di originale, qualcosa che possa davvero essere d’impatto, è probabile che prima di riuscirci andrà incontro a molti fallimenti. Vale anche per gli inventori: Igor Sikorsky ci ha messo un bel po’ prima di capire che un elicottero ha bisogno di un rotore di coda per funzionare. Se sentite di dover assolutamente provare a fare qualcosa che nessuno ha ancora fatto, perseverate. Non è facile».
Un autore di thriller da tenere d’occhio?
«Direi lo scrittore britannico Chris Whitaker. Credo sia un talento raro e che potrebbe arrivare a fare qualcosa di veramente importante».
Nel libro racconta del sogno che fece quando non aveva nemmeno vent’anni e Agatha Christie le disse che avrebbe preso il suo posto.
«Ancora oggi quel sogno per me rimane un mistero. Non ho mai voluto parlarne pubblicamente perché sembra non solo ridicolo, ma anche presuntuoso. Se Agatha Christie fosse nata oggi, racconterebbe storie mille volte migliori di me e io smetterei di scrivere. Oh mio Dio, pensa se avesse avuto accesso a quello a cui ho accesso io. Era meticolosissima, sua figlia era la sua ricercatrice scientifica. Se Agatha Christie scriveva di veleno, puoi scommettere che era corretto. Quel sogno, però, è stato come una voce dall’aldilà che mi diceva di continuare a provarci. Secondo me qualche mio antenato le ha detto di darmi una parola di incoraggiamento».
Crede nell’aldilà?
«Oh, assolutamente. Non ne ho alcun dubbio. Nessuno. Ho visto troppa morte per pensare che smettiamo di esistere: la nostra coscienza va da qualche parte. Credo fermamente in qualcosa che potrei definire un potere superiore. Forse è un’astronave madre, chissà, ma qualcosa di sicuro esiste. Se non fosse così, l’esistenza sarebbe piuttosto triste, perché la natura umana non è tra le migliori. Ho visto il peggio del peggio e credo che siamo destinati a lasciare questa terra come persone migliori di quando siamo arrivati. Siamo tenuti a farlo».
Lei è cresciuta circondata da cristiani evangelici molto conservatori.
«La cosa più bella era la loro gentilezza. Certo, c’erano anche cristiani evangelici terribili come la madre affidataria che io e i miei fratelli abbiamo avuto quando siamo rimasti da soli, ma in genere, se qualcuno aveva un problema, loro erano i primi ad aiutare. E poi c’è la regola d’oro: fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te, sii gentile. Sono cresciuta con la forte convinzione che bisogna essere premurosi verso il prossimo, un principio guida della mia vita. Io ovviamente non sono una persona superconservatrice, lo sono solo per alcuni aspetti, ma avere la consapevolezza di dover rispondere a qualcosa di più grande di noi è importante. Anche Scarpetta ce l’ha. È una brava cattolica di origini italiane che si lamenta di non riuscire ad andare a messa. Ha una sua spiritualità, anche se non la ostenta».
Perché ha dato a Scarpetta origini italiane?
«Perché sono una grandissima fan della vostra cultura. Il mondo di Scarpetta è così brutto che ho dovuto controbilanciarlo con ciò di più bello che mi è venuto in mente: il cibo, la storia antica, la campagna. Alcune tra le cose più belle che ho visto, le ho viste in Italia, a cominciare dai carabinieri. Mi unirei a loro solo per l’uniforme. Staci, la mia compagna, dice che forse non è troppo tardi».
Ne «Il libro dei morti» c’è una scena con i carabinieri di Roma.
«Adoro scrivere qualsiasi cosa sull’Italia. Nel prossimo romanzo con Scarpetta, verrà annunciato all’inizio dell’estate, c’è una scena ambientata a Venezia, per la precisione a Murano».
In «True Crime» racconta anche di quando ha assistito a un’esecuzione capitale.
«Ero seduta accanto ai genitori della vittima. Può sembrare crudele, ma sapevo cosa quel condannato aveva fatto e non ho provato pietà per lui. È stata una morte molto rapida, di nemmeno tre minuti. L’ergastolo non è necessariamente la soluzione migliore e dopo quello che aveva fatto non meritava davvero di essere ancora qui, ma ciò che mi preoccupa è che cosa succede a noi che rimaniamo. Cosa accade se ci abituiamo a uccidere? È comunque importante che sia una morte umana. Un giorno, tramite telefono, ho assistito a un’esecuzione sulla sedia elettrica e qualcosa è andato storto. Hanno dovuto ricominciare tutto da capo e so per certo che è stato un modo di morire orribile. Se facciamo soffrire gli assassini, significa che siamo crudeli e non siamo migliori di loro. La pena capitale è estremamente imperfetta. Lo è la giustizia penale in generale. Come vede anche io ho i miei dubbi».
E sono da considerare eventuali errori giudiziari.
«Verissimo. Grazie alle prove del Dna in molti casi abbiamo scoperto che gli accusati non avevano compiuto il delitto. E anche questo metodo non è infallibile».
Il suo punto di vista sul possesso di armi?
«Sono assolutamente a favore delle armi per la legittima difesa, ma sono contraria ai fucili d’assalto, che io chiamo armi di distruzione di massa. Per affrontare un ladro che entra in casa non serve un AR-15. Ci sono molte persone oneste e perbene che anche con un fucile d’assalto non farebbero mai nulla di male, ma se li rendiamo facilmente disponibili, possono andare in mano a tanti che sono capaci di fare venti vittime. Un medico legale mi ha detto che le lesioni provocate da queste armi sono spesso irreparabili. Hanno una potenza tale da disintegrare gli organi colpiti».
George e Barbara Bush hanno invitato lei e sua moglie a trascorrere un weekend insieme, ma vi hanno fatto dormire in camere separate.
«Non mi ha sorpreso perché conoscevo Barbara e lei faceva così con tutti, che fossero coppie gay o etero non c’era alcuna differenza. Se non erano sposati, le camere erano due, e all’epoca io e Staci non eravamo sposate. Barbara era una forza della natura, era divertente. Un personaggio. Le volevo bene, anche se a volte mi faceva paura per quanto era determinata e diretta. Con Staci è stata molto gentile, come lo è sempre stata con me. E George era un orsacchiotto di peluche gigantesco. Era una persona molto affettuosa e non potevi fare a meno di volergli bene, se gli stavi vicino».
Invece ha incontrato Donald Trump solo una volta.
«Per un minuto. Demi Moore mi aveva invitato a una grande festa piena di persone famose e tra loro c’era anche lui, aveva appena pubblicato un libro».
Negli anni Novanta sembrava che sarebbe stata proprio Demi Moore a interpretare Kay Scarpetta, un ruolo per cui sono state prese in considerazione anche Jodie Foster, Susan Sarandon e Angelina Jolie. Demi Moore, però, ha addirittura assistito con lei ad almeno cinque autopsie. Adesso che il ruolo è stato finalmente portato sullo schermo da Nicole Kidman: ha avuto modo di riparlarle?
«No, non ho avuto più contatti con lei dopo aver abbandonato il nostro progetto cinematografico. Vorrei scusarmi perché, riletto il mio diario, mi sono resa conto di non essere stata corretta. Non avevo un contratto e non ero stata pagata, ma per sviluppare questo progetto abbiamo trascorso insieme circa sei mesi. Per una persona di quell’importanza è stato un investimento enorme e se io fossi stata al suo posto sarei molto infastidita. So che a Hollywood i progetti vengono abbandonati di continuo, ma io non sono un tipo da cambiare idea all’improvviso, in particolare con chi si fida di me».
Forse era troppo presto e lei avrebbe perso il controllo di Scarpetta.
«A quel tempo avevo pubblicato solo tre libri e quello di cui stavo cercando di scrivere la sceneggiatura non era ancora stato pubblicato. Avevo molta più paura di perdere il controllo della situazione di quanta ne ho ora, ma, parliamoci chiaro, sono semplicemente stata un’inesperta. Nel progetto sarebbe entrato anche Bruce Willis. Chi è che rinuncia a vedere il proprio romanzo portato sullo schermo da due star di tale portata?».