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 2026  maggio 10 Domenica calendario

Aids, la diserzione di Trump

Dottor Horton, da molti anni gli Stati Uniti sono impegnati in prima linea nella lotta contro la diffusione dell’Aids in Africa e nel mondo, ma adesso il governo ha fatto marcia indietro, e come lei scrive su «Lancet» questo sta causando migliaia di infezioni e morti che si potrebbero prevenire. Che cosa succede?
«Prima gli Stati Uniti investivano in programmi di prevenzione, cura ed educazione attraverso l’Agenzia per lo sviluppo nazionale (Usaid), il National Institute of Health (Nih) e i Centers for Disease Control (Cdc). Questo ha rappresentato una grande opportunità per gli ammalati di Hiv. Ora il governo degli Stati Uniti ha deciso di ritirarsi da tutte queste attività; le conseguenze di tutto questo ci sono, nero su bianco, in un rapporto appena pubblicato dai medici che lavorano per i diritti umani (Physicians for Human Rights, Phr). È stato pubblicato proprio la scorsa settimana, il titolo è: “Crisi incombente, investimenti sprecati: l’impatto dei tagli ai finanziamenti sull’Hiv in Sudafrica”. È proprio il Sudafrica che sta affrontando la più grande epidemia di Hiv/Aids al mondo. Pensi che là quasi il 20 percento della popolazione adulta è sieropositiva. Premetto che Phr è una Ong no profit per i diritti umani con sede negli Stati Uniti che, partendo dalle evidenze della medicina e della scienza, si propone di difendere le gravi violazioni dei diritti umani».
Cosa e quanto è stato tagliato? Le cure? Il sostegno ai bambini? I programmi di educazione?
«Sono desolato di doverle dire che non c’è più nulla, nulla di nulla. Su “Lancet” scrivo che tutti quei programmi così importanti, non solo per il Sudafrica ma, badi bene, per tutto il mondo, sono stati disrupted, in italiano si potrebbe dire che sono spariti. È sparita la distribuzione dei farmaci, in particolare Lenacapavir, un farmaco antiretrovirale che si somministra una volta ogni sei mesi, e questo basta a tenere sotto controllo la malattia, un passo avanti fondamentale rispetto a prima. Lei sa che Hiv/Aids molto spesso si accompagna alla povertà. C’era l’abitudine, ormai consolidata, da parte di quelle organizzazioni di distribuire ai più poveri, insieme ai farmaci, pacchi alimentari. Persino questa pratica è stata abbandonata. Oggi nelle cliniche per l’Hiv la qualità delle cure è diminuita drasticamente. E la cosa ancora più importante è che sono stati interrotti i programmi di profilassi pre-esposizione. Insomma, proprio oggi che l’infezione si potrebbe prevenire attraverso certi farmaci antiretrovirali, che finiscono per ridurre anche la diffusione della malattia, tutto questo lo si sospende, quei programmi non ci sono più».
E le conseguenze per il Sudafrica?
«Si è indebolito il sistema sanitario nel suo complesso. Non c’è più capacità di raccogliere i dati sulle nuove diagnosi e sui farmaci; prevenzione e trattamento dell’Hiv si fanno “al buio”. Si è interrotta anche molta ricerca sull’Hiv perché i ricercatori e i medici impegnati negli studi clinici, che in parte erano supportati dagli Stati Uniti, sono stati licenziati, con poche prospettive di trovare un nuovo impiego».
È vero che il Sudafrica, almeno per quanto riguarda l’Hiv, funzionava un po’ come un «laboratorio globale»? Come se aiutando loro, in un certo senso, si aiutasse un po’ tutti noi, e si aiutavano paradossalmente anche gli americani?
«Sì, è proprio così. Il Sudafrica funzionava come un “laboratorio globale”, certamente per l’Hiv, tutti abbiamo imparato a utilizzare i nuovi farmaci in modo adeguato dagli studi fatti là; ma è stato così anche per i vaccini contro il Covid-19 e per la tubercolosi resistente. Si sono avuti risultati straordinari. Ma tutto questo non c’è più, quell’epoca è finita. E così si è buttato via tutto quello che di buono era stato fatto nel campo della prevenzione e si è creato un rischio senza precedenti. È un vero peccato perché dei risultati delle ricerche condotte in Sudafrica hanno beneficiato tutti: noi europei, chi vive in Africa e chi vive negli Stati Uniti. Pensi che il Rapporto del Phr finisce così: “America First” è diventata “America ferita”».
Quella che descrive, dottor Horton, è una situazione drammatica, forse senza ritorno, ma il suo ottimismo è proverbiale. C’è qualcosa in cui si può ancora sperare?
«Nonostante il caos che le politiche del presidente Trump hanno portato al sistema sanitario del Sudafrica e al mondo, forse c’è ancora tempo per correggere la rotta. Il Congresso dovrebbe indignarsi per quello che è stato fatto e chiedere con forza che gli Stati Uniti tornino a sostenere la prevenzione e il trattamento dell’Hiv, e la ricerca sulla tubercolosi. Poi, ci si può appoggiare ad altri governi, che possono vicariare, almeno per il momento, quello che gli Stati Uniti hanno smesso di fare. È nell’interesse di tutti, chi ci governa deve saperlo con chiarezza, senza mezzi termini, e impegnarsi. Aiutare chi si ammala di queste malattie in qualunque parte del mondo è anche un modo per proteggere noi stessi. E poi, certo, il governo del Sudafrica deve fare la sua parte. Lo Stato, tutti gli Stati, hanno dei doveri nel campo della salute dei cittadini, e in qualche caso sono addirittura doveri costituzionali. Insomma, se tutti davvero volessero impegnarsi, non sarebbe troppo tardi per un’inversione di tendenza, proteggeremmo il mondo da un disastro annunciato».
Un altro punto che vorrei toccare con lei è quello dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Adesso che questa organizzazione è stata abbandonata dagli Stati Uniti, è ancora in grado di fare qualcosa per affrontare e provare a risolvere il problema delle malattie trasmissibili in Africa e nel mondo?
«Sì, l’Oms può fare ancora tantissimo. E poi ci sono il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria, l’Assemblea mondiale della Sanità e l’Unione africana. Queste organizzazioni devono monitorare quello che succede e considerare prevenzione e sorveglianza per queste malattie una priorità di salute pubblica. Ma l’Oms, che ancora oggi è un’autorità globale riconosciuta, dovrebbe fare di più: chiamare con forza l’amministrazione Usa a rispondere delle violenze che la loro politica sta infliggendo a tante comunità, in Sudafrica prima di tutto, ma in tante altre parti del mondo».
Lei su «Lancet» parla di atrocità commesse dal presidente Trump nei confronti di quelle popolazioni. È un’espressione molto forte.
«Lo so, e le ripeto che si tratta di atrocità. C’è qualcosa di più crudele che impedire a centinaia di migliaia di ammalati di accedere a trattamenti salvavita?».
Alla fine lei si rivolge direttamente al presidente degli Stati Uniti: «President Trump: it is up to you».
«Sì, ho scritto proprio così. Presidente Trump: adesso (prevenire la catastrofe, ndr) tocca a te».