Avvenire, 13 maggio 2026
L’ombra di Trump sulla Bosnia e la «partita» del gasdotto Usa
I giornali bosniaci non parlano d’altro: le improvvise dimissioni, ufficializzate lunedì, dell’Alto rappresentante per la Bosnia Christian Schmidt, in carica dal 2021. Il quale ieri ha illustrato alle Nazioni Unite a New York il suo rapporto sull’ex repubblica jugoslava dilaniata dalla guerra del 1992-95. Un rapporto che parla di «rischio di smantellamento» del Paese, anzitutto per le attività separatiste della “Republika Srpska” (l’entità serbo-bosniaca che costituisce la Federazione bosniaca insieme alla confederazione croatomusulmana).
Secondo la Frankfurter Allgemeine, dietro le dimissioni ci sono pressioni «brutali» di Washington. Una versione confermata anche dall’ex ministro degli Esteri svedese Carl Bild, che fu anche il primo Alto rappresentante. Certo è che, dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha ribaltato la tradizionale posizione di Washington assumendo toni molto cordiali con l’ex presidente della “Republika Srpska” Milorad Dodik. Il quale è molto vicino a Putin (era alla parata a Mosca del 9 maggio) e apertamente indipendentista. Nel 2023 era stato colpito da nuove sanzioni Usa volute dall’amministrazione Biden. Un personaggio ancora potentissimo e nemico giurato di Schmidt. Non stupisce: il tedesco, sfruttando gli ampi poteri della sua carica, ha adottato il “pugno di ferro” contro i suoi tentativi di minare l’unità della Bosnia, ed è stato lui nel 2025 a ottenere la destituzione di Dodik che si era rifiutato di ottemperare alle sue decisioni.
Dodik ha visto subito una chance in Trump. Secondo vari media bosniaci, per ingraziarsi la nuova amministrazione, il leader serbobosniaco avrebbe pagato somme colossali a grosse società Usa di lobbying, ingaggiando pure l’ex consigliere per la sicurezza nazionale della prima amministrazione Trump, Michael Flynn. I risultati sono arrivati: a ottobre il Tesoro Usa ha revocato le sanzioni contro Dodik e altre 48 persone a lui vicine. Sullo sfondo, potrebbero esserci questioni economiche. Secondo Bloomberg, la Republika Srspska sta negoziando con aziende Usa per la costruzione di autostrade, impianti idroelettrici e altri progetti. Vari giornali bosniaci parlano di contatti diretti tra il figlio di Dodik, Igor, affarista di calibro, e Donald Trump jr, il figlio maggiore del presidente. Trump jr non a caso era a Banja Luka (capitale della “Republika Srpska”) in visita a fine aprile, proprio su un invito ricevuto dallo stesso Igor Dodik.
Soprattutto, c’è il mega progetto di un gasdotto per portare fino a Sarajevo gas americano arrivato in forma liquida a un centro di rigassificazione a Krk, un’isola croata. Un progetto stimato a 1,8 miliardi di dollari. Il governo bosniaco l’ha assegnato senza gara di appalto a una sconosciuta società Usa, la “Aafs Infrastructure ed Energy”. Dettaglio rilevante: la società è guidata da Joseph Flynn, fratello del su citato Michael Flynn, il suo vice è Jesse Binnal, avvocato che assistette Trump nel contestare l’elezione di Biden. Dodik ha fortemente appoggiato il progetto, essenziale visto che serviva anche il sì di Banja Luka. La Frankfurter Allgemeine ipotizza come non irrealistico che Dodik possa aver chiesto in cambio a Washington la testa dell’odiato Schmidt. Più semplicemente, il sospetto diffuso è che la Casa Bianca abbia fatto fuori un personaggio che infastidiva quello che è ormai divenuto ormai un suo forte alleato. E magari disturbava gli affari.