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 2026  maggio 13 Mercoledì calendario

Intervista a Giovanni Soldini

Dondoliamo sulla barca personale di Giovanni Soldini, Elmo’s Fire, un ketch di 22 metri degli Anni Sessanta. Alle Grazie, una baia tra La Spezia e Portovenere, il mare è comunque piatto. Sole, brezza, è il set giusto per riavvolgere la pellicola dei 60 anni dello skipper, che compirà sabato (venerdì, intanto, sarà al Salone del Libro di Torino, con Matteo Lancini).
Soldini, togliamoci subito il dente. Ha sorpreso il suo divorzio dal progetto della barca Ferrari. L’ad del Cavallino, Benedetto Vigna, in una intervista ha detto che la sua uscita era prevista. Era tutto già scritto?
«No. Sicuramente non era stata programmata la mia uscita. Le cose sono andate in maniera diversa”.
Come? Quali i motivi?
«Sorvoliamo».
Altro dente. I sessant’anni. Come vive questa boa?
«Preferirei compierne 30 (ride)».
Torniamo indietro, allora. La sua prima barca?
«Sul lago Maggiore, navigavo con mio padre. Poi, verso gli otto-nove anni ho cominciato ad uscire da solo, su un Flying Junior. Piccole barche».
Lì ha capito che la vela poteva essere un futuro?
«Ma no... Ero solo un bambino. La barca era il mio modo per evadere, essere autonomo, cambiare scenario. Mi piaceva».
Quelle uscite erano anche un modo per stare con suo padre?
«Sì, all’epoca i genitori facevano le vacanze con i figli col contagocce».
Lei ha quattro figli. Ne ha fatte e fa più vacanze con loro?
«Hai voglia! Ma è cambiato il mondo».
Suo padre era un dirigente industriale. Perché non ha seguito la sua strada?
«Non volevo fare la sua vita. Si è ritrovato capofamiglia molto presto, con un sacco di responsabilità, ha sempre seguito il senso del dovere, tanti sacrifici. Ho avuto la fortuna di crescere con quella mia idea fin da subito».
Che voleva fare?
«Seguire i miei sogni, viaggiare, senza pensare ad investire sul futuro».
Nel suo libro “Nel blu” cita la frase di Ismaele, il narratore del romanzo “Moby Dick” di Herman Melville: “Pensai di darmi alla navigazione… per cacciare la malinconia”. È così anche per lei?
«È una frase che mi piace, ma io navigo perché amo stare in mare».
Meno a terra?
«Dopo un po’ mi stanco di starci. Ho bisogno di salpare. Ora, per esempio, non vedo l’ora».
A sedici anni scappò di casa.
«Andavo malissimo a scuola, perché ero dislessico. Volevo viaggiare e ho pensato che farlo in barca a vela era una roba intelligente. È un mezzo che rende molto liberi: basta issare le vele e se vuoi arrivi in Nuova Zelanda. E quindi, mi sono detto: voglio imparare».
Da qui, casi fortunati e fortuiti. Lei che vende braccialetti per strada e incontra Francesco Malingri, casato di velisti. Poi, un americano alle Baleari, con cui attraversa per la prima volta l’Atlantico con una barchetta.
«No, erano orecchini. Io non facevo braccialetti... E comunque, quello era un vecchietto speciale, che usava solo il sestante e non issava lo spinnaker perché per lui era una vela troppo moderna…».
Incontri che le hanno consentito di imparare e anche di entrare nel mondo delle regate.
«Uno su tanti: Franco Malingri aveva affidato a me, a suo figlio Vittorio e ad altri amici la costruzione di una barca. Ci aveva dato una responsabilità e una fiducia enormi. Siamo cresciuti, con gli errori. Oggi la società tende al contrario: si cerca di non far sbagliare i figli, i giovani. Io ho messo in mano Elmo’s Fire a mio nipote Matteo. Aveva 18 anni, mi dicevano che ero pazzo, ma se l’è cavata benissimo».
Un imprenditore romano le finanzia la prima barca, Looping. L’esordio nel 1991.
«Mi aveva detto: “La compriamo, ma per 5 anni corri solo per me”. Dopo due mi si è staccata la chiglia a Sud dell’Irlanda e la barca è affondata».
Poi decide di costruire Stupefacente, per cantiere la comunità di recupero Saman.
«A Milano erano anni bui: ho perso amici per overdose. A una festa avevo incontrato un amico che lavorava per la Saman. Gli avevo detto: “Facciamo fare qualcosa a sti’poveri ex tossicodipendenti, anziché vasi di terracotta, magari imparano anche un lavoro”. Per finanziarmi avevo anche lanciato un crowdfunding ante litteram».
Un primo giro del mondo, poi il secondo, in cui salva Isabelle Autissier, la cui barca ribaltata era un puntino nel Pacifico del Sud. Un colpo di fortuna?
«Sì. Potevo benissimo passarle accanto senza vederla. Ma anche perizia. Avevo chiamato il mio maestro meteorologo, Pierre Lasnier, che aveva tracciato il campo di ricerca».
Inizi poveri. Quando comincia ad avere budget idonei per regatare?
«Con la traversata atlantica del 1996, l’Ostar. Prima non avevo un soldo».
Erano anni in cui i soldi giravano.
«Anche le tangenti, le fatture gonfiate. Non ne ho mai voluto sapere. Sarebbe stato più facile, avrei guadagnato tempo, ma non faceva per me. Volevo uno sponsor che credesse in me, non per fare il “nero”. Non credo nelle scorciatoie».

È naufragato due volte, con l’Open 60 Fila si è ribaltato e nell’incidente ha perso la vita il suo amico Andrea Romanelli. Ne ha sempre parlato come il suo dolore più grande. Ha mai messo tutto sulla bilancia: vite perse, vite salvate?
«Sarebbe assurdo. La verità è che quando ti va bene va benissimo, al contrario va malissimo. Il confine tra sfiga e fortuna è un filo di rasoio. Ti prepari per tutto, ma c’è sempre un margine per il quale non puoi fare nulla».
L’incontro con John Elkann è stato importante?
«Molto. Ero andato a navigare sullo Stealth, il veliero nero del nonno e durante quella traversata avevo scoperto in lui una passione autentica. E poi John ci ha dato la possibilità di sviluppare barche innovative, vale a dire Maserati Vor 70 e il trimarano Maserati Multi 70, che hanno stabilito nuovi standard sugli Oceani. E sono venuti anche i record, la Cap2Rio, la Sydney-Hobart in cui ci siamo piazzati quarti a un soffio dagli avversari…».
Quanta percentuale c’è di divertimento nelle sue imprese?
«Per me? L’80%”.
È vero che per l’orecchino che porta, segno del passaggio di capo Horn, ha voluto fare il buco senza ghiaccio?
«Se passi Horn, ai confini del mondo, non puoi poi chiedere il ghiaccio per sentire meno male».
Un episodio legato a capo Horn?
«Con il Vor 70 Maserati c’era un equipaggio multinazionale. Incluso un cinese, Tiger. Ad un certo punto, verso Horn, lo vedo uscire da sottocoperta e gettare un salame in acqua. “Ma che ci fa un salame a bordo? “, urlo. Stavamo attenti al peso in maniera maniacale, nemmeno un salame era accettato. Gli abbiamo poi perquisito la sacca: ne aveva ancora 4 o 5 nascosti».
Ora che farà? Un altro giro del mondo?
«Non lo so, vedremo. Non sono in cerca dell’impresa della vita. Ognuna è degna. Più che altro deve essere degna dal punto di vista delle persone, dell’ambiente, dei valori. Deve essere qualcosa che abbia un senso».
Ha detto ambiente. È impegnato nella salvaguardia del mare, nella sostenibilità. Le pare che sia cambiato qualcosa su questo fronte?
«A me pare che il mondo stia andando dritto contro un muro, guidato da personaggi come Trump».
È deluso?
«Sono preoccupato».
Pensa ai suoi quattro figli? A proposito. Li ha spinti a fare vela?
«No. Vanno tutti in barca, ma in vacanza».
Che fanno?
«Seguono i loro sogni, come ho fatto io».