repubblica.it, 13 maggio 2026
Stupro di Capodanno, sentenza d’appello: pena aumentata
È stata una violenza di gruppo. Il processo sugli abusi subiti da una 16enne nella notte di Capodanno del 2020 – almeno per ora – si chiude così come era iniziato: con l’accusa di stupro di gruppo. Un’impostazione sostenuta fin dall’inizio dalla procura, ma che in primo grado era stata derubricata a “violenza sessuale”. Adesso, invece, la Terza Corte d’Appello di Roma ha ripristinato l’ipotesi originaria, riconoscendo la “violenza sessuale di gruppo”. Una decisione che ha comportato anche l’aumento della pena per Patrizio Ranieri: sei anni e mezzo di carcere, un anno in più rispetto alla condanna inflitta in primo grado.
La nuova qualificazione giuridica, però, non cambia ciò che la vittima continua a ricordare di quella notte trascorsa in un villino di Primavalle, alla periferia di Roma, durante una festa di fine anno organizzata in pieno lockdown. Hanno trattato la ragazza come una bambola di pezza – ha detto la procura generale durante la requisitoria – il ragazzo (l’imputato ndr) era maggiorenne e non ha avuto un minimo di pietà. Ha approfittato della fiducia della giovane”. La sentenza aggiunge così un altro capitolo giudiziario al cosiddetto “stupro di Capodanno”.
La ricostruzione dei fatti
La vicenda risale alla notte tra il 31 dicembre 2020 e il primo gennaio 2021, quando 28 ragazzi appartenenti a due diverse comitive si ritrovano per festeggiare insieme. Da una parte i giovani dei Parioli: figli di professionisti, soubrette e parenti di nomi noti della politica, tra cui Simone Maria Ceresani, nipote dell’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita. Dall’altra il gruppo di Primavalle, gli amici di Ranieri.
Bianca, 16 anni, arriva a Roma dalla Spagna per le vacanze e partecipa alla festa insieme ai ragazzi dei Parioli. Alcuni hanno i soldi per comprare la droga, gli altri mettono a disposizione la casa e decidono chi può entrare. La regola è chiara: dentro solo “le pischelle”, salvo rare eccezioni.
Alle 19 la festa inizia. Nel giro di poche ore la situazione precipita. Bianca fuma, perde lucidità e i ricordi diventano frammentati. Saranno poi i carabinieri a ricostruire quanto accaduto quella notte, tra violenze e umiliazioni. Tra gli episodi finiti agli atti c’è anche quello della maglietta sporca del sangue della ragazza che Patrizio Ranieri avrebbe mostrato agli amici come un trofeo. Intanto la vittima, ormai stremata sul divano, viene insultata: «Non vali un cazzo... sei una tr... una pu...».
La mattina dopo Bianca si sveglia con forti dolori e il corpo coperto di lividi. I suoi slip sono appesi a una parete insieme ad altra biancheria: una sorta di esposizione degli “scalpi” raccolti durante la notte.
Indossa soltanto una felpa bagnata. I vestiti non ci sono più, così come gli amici che l’avevano accompagnata alla festa. Riesce però a telefonare e il padre di un’amica va a prenderla. Poi le docce bollenti per cercare di cancellare «tutto quello schifo», i tentativi di ricostruire quanto accaduto e infine il viaggio verso la caserma dei carabinieri. È l’inizio dell’inchiesta che porterà alla sentenza. Restano ancora aperti altri procedimenti, tra contestazioni legate allo spaccio e fascicoli per violenza davanti al tribunale per i minorenni di Roma.