repubblica.it, 13 maggio 2026
Sinodo, irritazione dei conservatori per le testimonianze di due cattolici gay in uno dei rapporti conclusivi
Le testimonianze di due uomini cattolici apertamente gay e sposati con il loro partner contenute in uno dei rapporti conclusivi del Sinodo sulla sinodalità hanno suscitato le reazioni irritate dei cattolici conservatori.
I gruppi di studio
Il Sinodo sulla sinodalità si è svolto si è svolto in Vaticano dal 2021 al 2024. Già prima dell’ultima assemblea, che si è celebrata a ottobre del 2024, papa Francesco decise di stornare i temi caldi (ad esempio, donne diacono, omosessualità, formazione dei preti, poligamia) e affidarli all’approfondimento di alcuni gruppi di studio formati da teologi e canonisti. Gruppi che stanno concludendo il lavoro in questi mesi pubblicando via via i rapporti finali. Nei giorni scorsi, il 5 maggio, sono state pubblicate sul sito del Sinodo le conclusioni del gruppo 9. Dietro il titolo piuttosto fumoso, “Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti”, si cela tra l’altro la questione dell’omosessualità che tradizionalmente fa emergere spaccature in seno alla Chiesa tra progressisti e conservatori.
Metodo e linguaggio nuovo
Il gruppo di studio affronta il tema con metodo e linguaggio innovativo. Innanzitutto evita di classificare l’omosessualità tra le questioni “controverse” e lo annovera invece tra le questioni “emergenti”, perché, si legge, non si tratta di trovare la “soluzione a un problema” ma di mettere a fuoco una “conversione relazionale” che interessa l’intera Chiesa. Il documento, che ha valore consultivo e ha consegnato il suo rapporto a papa Leone XIV, non segna una svolta dottrinale, non entra nel dibattito sulla benedizione delle coppie gay, ma presenta le testimonianze di due uomini apertamente gay, che usano, tra l’altro, l’acronimo – raro in un documento ecclesiale – lgbtq.
Le due testimonianze
I due uomini, un portoghese e uno statunitense, raccontano della scoperta della propria omosessualità, del senso iniziale di solitudine, delle difficoltà che hanno incontrato in alcuni ambienti ecclesiali, ma anche della scoperta di altri ambienti cattolici – parrocchie, università, associazioni – dove sono stati accettati. Il portoghese, sposato con un altro uomo (ovviamente non in chiesa), racconta che delle guide spirituali gli hanno proposto sia le cosiddette “terapie di conversione”, che trattano l’omosessualità come una malattia da cui guarire, sia di sposarsi a una donna per nascondere l’orientamento sessuale. “La mia sessualità non definisce la mia vita, ma è una parte intrinseca di me”, afferma il giovane uomo: “Senza riconoscerla, non posso essere completo”. L’americano, anch’egli sposato con un altro uomo (ovviamente non in chiesa), è professore in un’università cattolica e confida di venire da un ambiente cattolico conservatore che gli chiedeva di reprimere e negare la propria omosessualità: “Ci sono voluti anni di preghiera, terapia e una comunità accogliente per arrivare fin qui, ma ringrazio Dio per la mia sessualità e la mia posizione nella vita”. L’uomo, in particolare, denuncia i tentativi dell’associazione Courage international, che ha frequentato per un periodo, che chiede ai gay cattolici di vivere in astinenza: “Le persone che vi ho incontrato erano sole, disperate e spesso depresse”.
Stigma e accoglienza
Il gruppo di studio sinodale non giunge a conclusioni definitive ma pone questioni. Registra che ci sono “la solitudine, l’angoscia e lo stigma, che accompagnano le persone omosessuali e le loro famiglie”, il che “spesso si collega alla tentazione di nascondersi in una doppia vita”. E sottolinea, d’altro canto, che nella Chiesa emergono anche nuove prospettive che riguardano la pastorale, la teologia, l’esegesi biblica. Non si tratta, scrivono gli studiosi, “di immaginare una strategia per nascondere le reali difficoltà o di forzare la mano per affermare una nuova dottrina: si tratta di partire dall’ascolto delle esperienze e di favorire pratiche pastorali ed ecclesiali di conoscenza reciproca, di collaborazione, di inclusione e dialogo tra i credenti”. Il gruppo di studio è composto dal cardinale peruviano Carlos Gustavo Castillo, da monsignor Filippo Iannone e monsignor Piero Coda, da padre Maurizio Chiodi e dal gesuita Carlo Casalone, da suor Josée Ngalula e da Stella Morra.
Conservatori irritati
I conservatori hanno reagito con irritazione al nuovo rapporto. Il quale, secondo il cardinale Gerhard Ludwig Mueller, evidenzia come “l’eretica relativizzazione del matrimonio naturale e sacramentale venga apertamente accolta con favore”. I teologi e canonisti del gruppo 9, secondo il prefetto emerito della Dottrina della fede, “non negano apertamente le verità rivelate. Ma le ignorano e, accanto ad esse, costruiscono la propria casa di un cristianesimo comodo e conforme al mondo”. La testimonianza dell’uomo gay statunitense, ha detto da parte sua padre Gerald Murray, sacerdote dell’Arcidiocesi di New York intervistato da Raymond Arroyo su Ewtn,è “oltraggiosa” e il rapporto nel suo complesso è “orribile” perché è un “tentativo sovversivo di rovesciare la morale cattolica sulla questione dell’omosessualità”. L’associazione Courage, riporta il National Catholic Register, ha denunciato il rapporto, affermando che esso costituisce “calunnia e diffamazione nei confronti dell’organizzazione e dei suoi membri”. Per Athanasius Schneider, vescovo ausiliare del Kazakhstan e punto di riferimento dei circoli tradizionalisti, il rapporto, ha detto a quanto riportato dalla giornalista Diane Montagna, propone una “esegesi del dubbio” che è “esattamente quello che ha fatto il serpente nel giardino dell’Eden”.
Il plauso dei progressisti
Il gesuita statunitense James Martin, da parte sua, da sempre impegnato nella pastorale con persone lgbtq, il gruppo 9 “ha pubblicato le testimonianze di due uomini gay, nell’ambito di quella che viene definita ‘casi di ascolto’. Per quanto ne so, questa è la prima volta che una relazione vaticana include storie così dettagliate di cattolici lgbtq. Pertanto, rappresenta un significativo passo avanti nel rapporto della Chiesa con la comunità lgbtq”. Ascoltare i cattolici lgbtq in questo modo “rappresenta tuttavia un cambiamento epocale, persino storico, per la Chiesa”. Alcuni, dice padre Martin, “potrebbero ancora considerare la relazione finale del Gruppo di Studio 9 ‘non sufficiente’. Ma se la Chiesa cattolica ha iniziato ad ascoltare i cattolici lgbtq come parte integrante della sua metodologia, ha già compiuto un passo avanti significativo”.
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto
In Italia Massimo Battaglio si è domandato, sul sito della Tenda di Gionata, storica sigla di cattolici lgbtq, se il rapporto sinodale rappresenti il proverbiale “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”. È mezzo pieno, scrive l’attivista, proprio perché “il lavoro del gruppo di studio sinodale è iniziato con l’ascolto di alcune testimonianze vive di persone omosessuali, anzi, di coppie, e di coppie che non parlano solo di dolori e struggimenti ma anche e soprattutto della bellezza delle proprie relazioni amorose”. Positivo, poi, il riconoscimento dell’omofobia presente oggettivamente nella Chiesa e la critica delle “terapie riparative”. Il bicchiere è invece mezzo vuoto, secondo Battaglio, per l’insistenza sul classico concetto di “accoglienza”: “La Chiesa deve accogliere, aprire le porte, ascoltare eccetera. Sembrano concetti teneri, pieni d’amore. In realtà, come ripetiamo da sempre, sono parole insufficienti e persino ingannevoli”. Perché “noi persone lgbtq siamo già state accolte nel popolo di Dio una volta per tutte all’atto del nostro battesimo” e “questo sfugge ancora molto a chi, pur in buona fede, pur volendoci bene, continua ad anteporre il ‘bene comune’ della Chiesa ai nostri diritti di cristiani, cioè di membri titolari della Chiesa stessa”.