la Repubblica, 13 maggio 2026
Lurie, l’erede dei Levi’s ha salvato San Francisco
A San Francisco hanno riscoperto l’amore per un sindaco, dopo anni di polemiche e fughe dalla città. Daniel Lurie sembra uscito dall’ennesimo romanzo americano: erede della famiglia che un tempo controllava l’impero dei jeans Levi’s, filantropo fondatore di noprofit contro la povertà, outsider senza esperienza, è diventato sindaco nel 2024 promettendo non una rivoluzione ideologica ma qualcosa di molto meno glamour, cioè far funzionare di nuovo la città. E questo, nel cuore tech d’America, lo ha reso molto popolare perché ha rimesso al centro ciò che il mondo digitale sembrava aver fagocitato: la vita reale.
Secondo un sondaggio del San Francisco Chronicle, Lurie ha un indice di gradimento del 74 per cento, un numero quasi irreale per una città che negli ultimi anni era diventata simbolo nazionale del disordine urbano progressista: overdose da fentanyl, downtown svuotata, negozi chiusi, accampamenti urbani di homeless trasformati in metafora televisiva del declino americano. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva avuto gioco facile nell’accusare le amministrazioni democratiche di aver spalancato le porte dell’inferno, intossicando il decoro e mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Il tycoon citava sempre San Francisco. Ora non più. L’aspetto nuovo è che l’erede della famiglia discendente di Levi Strauss, 49 anni, non è un tribuno dalla retorica avvolgente.
Non è un Barack Obama della Bay Area, non ha il fervore ideologico del senatore Bernie Sanders o il carisma del sindaco di New York Zohran Mamdani. Si esprime con toni bassi, lessico pragmatico e ha un’ossessione per due parole: “Efficienza” e “risultati”. In un’epoca di sindaci show, non è poco. Sul social Reddit, in una catena di messaggi dedicato alla popolarità di Lurie, un utente ha scritto che qualche anno fa «nessun immobiliarista voleva più fare affari a San Francisco», mentre ora «la sensazione è che stiano tornando tutti». Il sindaco ha lavorato per ridurre il crimine, aiutare gli homeless, sgomberare le strade a downtown e attirare investimenti. Il lavoro è ancora lungo ma molti ammettono che la città non appare più fuori controllo. Lurie sembra aver capito che la via progressista per riconquistare la gente è pensare ai loro bisogni, e meno ai principi. Nel suo discorso davanti ai democratici californiani ha definito San Francisco «una città che funziona». Non era uno slogan progressista classico, sembrava più una cosa alla Michael Bloomberg, il miliardario che guidò New York.
Lurie non rinnega i valori liberal, ma sostiene che quei valori abbiano smesso da tempo di essere accompagnati dal buon senso. In questo ricorda il sindaco Mamdani, che a New York si occupa di chi ha una casa popolare fatiscente e non può permettersi di mandare i figli all’asilo. Entrambi sono il volto della mutazione del nuovo Partito democratico, post-ideologico. Il centro di San Francisco è tornato a popolarsi. Conferenze di intelligenza artificiale tornano al Moscone Center, il turismo è in ripresa. San Francisco è diventata un test psicologico nazionale: se la città simbolo del progressismo americano riesce a sembrare di nuovo pulita, sicura e prospera, allora forse il liberalismo può convincere gli elettori moderati di non essere sinonimo di caos. Può riproporre una normalità ritrovata e la sensazione, come dicono in Usa, che gli adulti sono tornati nella stanza.