corriere.it, 13 maggio 2026
Casta, scudetto, esodati: chi ha inventato sul Corriere le parole entrate nella Storia
Le parole sono importanti. E un quotidiano è una fabbrica delle parole, il suo prodotto principale, il core business. Una copia del Corriere della Sera ne pubblica circa 50mila al giorno. Nei 150 anni di storia di via Solferino, sono stati scritti almeno due miliardi e 700 milioni di parole, ma non tutte sono finite sepolte negli archivi. Su queste pagine si sono costruiti termini e modi di dire che hanno resistito all’usura del tempo, entrando nelle conversazioni delle persone, nei dibattiti politici, nei libri di storia, nelle enciclopedie. Neologismi durati epoche intere, figure retoriche diventate luoghi comuni, prestiti da altre lingue. Uno sconfinato copyright che non esige diritti, ma forse ha diritto a un po’ di memoria. In ordine alfabetico ne abbiamo estratto un piccolo campionario.
Arcitaliano – Ovvero l’italiano in tutti i suoi pregi e i suoi difetti. È il soprannome che si dà Curzio Malaparte, negli anni ’30 inviato speciale ed elzevirista. Maledetto toscano, geniale e divisivo, imitato ed emarginato, ex camicia nera malvisto dal fascismo, cane sciolto che nel Corriere deve fare i conti col regime, finendo al confino: lo pseudonimo d’arcitaliano diventa un modo per definirci.
Baracconata – La pagliacciata da luna park. Prima che s’affermi definitivamente l’epoca del trash, nell’agosto 2003, il critico Tullio Kezich affronta il tema visitando la Biennale di Venezia. E davanti ad allestimenti che non lo convincono, conia un termine che rafforza il già usato «fenomeno da baraccone».
Bon ton – Nel 1982, mentre il Paese si lascia alle spalle gli anni di piombo e gli italiani tornano a occuparsi del privato e di come vivono, Lina Sotis esce col suo manuale di buone maniere. La nuova borghesia deve imparare come stare in società: non ci si presenta dicendo «piacere», guai a usare lo stuzzicadenti a tavola. «Non è essenziale l’essere eleganti: lo è l’essere educati». Il successo è tale che il francesismo finisce per sostituire il Galateo cinquecentesco di monsignor Della Casa. Il bon ton è entrato nel parlare quotidiano: per la buona educazione, c’è ancora da lavorare.
Boomer – Nel gennaio 1993, s’insedia Bill Clinton alla Casa Bianca. La prima presidenza americana figlia del baby-boom degli anni ’60. S’apre in America un dibattito sul nuovo termine, che il Corriere per primo (così certifica l’Accademia della Crusca) porta in Italia: «Saranno questi boomer, contrapposti alla Generazione X, all’altezza dei cambiamenti che li aspettano?»
Buonismo – Il 1° maggio 1995, con un editoriale, Ernesto Galli della Loggia alza il velo sull’ipocrisia e l’atteggiamento strumentale di chi ostenta finta benevolenza verso gli avversari politici, o un’eccessiva indulgenza nei confronti di fenomeni che, invece, richiederebbero fermezza. Nasce poi per contrapposizione il cattivismo: l’ostentazione di sentimenti d’intolleranza verso persone diverse per etnìa, fede, identità sessuale, condizione economica.
Carovita – «Come soffriggere i tortelli di Carnevale senza spendere troppo» in olio e burro? In tempi di guerra, sulle pagine milanesi del 27 gennaio 1940, compare qualche buon consiglio per sconfiggere «il carovita»: un fenomeno nuovo che arriva dalla Francia, informa il cronista, dove la protesta per il rincaro dei beni di consumo è forte e non intacca naturalmente la pace sociale dell’Italia, sotto autarchia fascista.
Casalinga di Voghera – È in un articolo sul Corriere che Alberto Arbasino, nato a Voghera, rivendica la paternità dell’espressione: l’inventò negli anni ’60, in articoli che raccontavano delle sue zie di Voghera e della loro capacità di rappresentare il solido buonsenso lombardo, virtù di cui erano privi a suo parere gran parte degli italiani. La locuzione fu poi resa famosa da un altro critico, Beniamino Placido, che la riprese per definire l’italiano medio.
Casta – Nel 2007, mentre in tutto il mondo nascono le proteste contro le élite, la politica italiana è scossa da un’inchiesta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, editorialisti del Corriere, sui privilegi e sull’impunità del potere. Raccolgono in un libro il ritratto d’una Seconda Repubblica alla deriva e che si protegge come le caste indiane. Una implacabile denuncia dell’ingordigia politica che definiscono con una parola: «la Casta». Diventata ormai sinonimo di classe politica.
Dietrologia – È il 10 aprile 1974. In terza pagina, con ironia, Luca Goldoni descrive la tendenza italiana di chiedersi sempre «che cosa c’è dietro?». Una domanda che si pone (giustamente) su temi come le stragi che insanguinano il Paese, ma anche su questioni assai meno drammatiche: al punto da dubitare, scrive Goldoni, «se oggi in Italia tutto non sia finito dietro e non ci sia più niente davanti». La parola è subito adottata da Indro Montanelli. Figlio della dietrologia, oggi è il complottismo.
Elzeviro – Nel 1900, è il Corriere il primo quotidiano italiano che decide di stampare recensioni e racconti dalla prosa raffinata, usando un carattere tipografico inventato nell’Olanda del ‘600, l’Elzevier: più leggero, più leggibile. Posizionato sulla sinistra, l’elzeviro è l’articolo di fondo della terza pagina.
Esodati – Se pensate che sia una parola nata nel 2012 con la riforma Fornero sulle pensioni, vi sbagliate. Il primo a citarla dal sindacalese è Giulio Nascimbeni nel 1992, quando se la prende con l’allora ministro del Lavoro, Franco Marini, e un suo decreto sugli autoferrotranvieri: «Esodato? – Il participio passato di un verbo “esodare” che nessun dizionario, né grande né piccolo, ha finora registrato? Proprio così: la Gazzetta Ufficiale, del resto, è una miniera inestinguibile di obbrobri linguistici».
Fattore K – Il 30 marzo 1979, in piena Guerra Fredda, Alberto Ronchey spiega il mancato ricambio di governo negli ultimi trent’anni e sintetizza un fenomeno che riguarda il Pci: la sinistra italiana non è considerata praticabile a causa della «K» (dal russo kommunizm) che la lega ancora all’Urss e non consente a socialisti e socialdemocratici di crescere per rappresentare un’alternativa alla Dc.
Lottizzazione – Dalla Rai alle cariche pubbliche, ci abbiamo fatto l’abitudine. Ma fu nel 1974 che Alberto Ronchey, in un libro e in alcuni editoriali, s’inventò questa parola per descrivere la spartizione selvaggia dei partiti politici.
Mattarellum – Un sistema elettorale ancora al centro del dibattito politico. La parola, coniata da Sartori nel 1993, si riferisce alla legge firmata da Sergio Mattarella, che prevede un 75% dei seggi a quota maggioritaria e il restante proporzionale. Pochi mesi prima delle Politiche 2006, il Mattarellum fu sostituito dalla legge Calderoli: una riforma che il suo stesso relatore definì «una porcata», e che Sartori prontamente ribattezzò Porcellum. Da lì in poi si latineggia: dall’Italicum al Rosatellum.
Menefreghismo – Prima del «me ne frego» di Mussolini, ci fu quello proclamato nel 1918 da Gabriele D’Annunzio, sul Corriere, in uno dei suoi manifesti contro la cessione di Fiume. Il menefreghista, poi fagocitato dalla retorica fascista, era chi non si curava del pericolo: l’opposto del menefreghista di oggi, che è indifferente a qualsiasi causa.
Mielismo – Da Paolo Mieli, direttore del Corriere negli anni ’90: stile giornalistico che mischia cultura alta e bassa, senza retorica, trattando temi leggeri con serietà e temi seri con leggerezza. Una lettura trasversale dell’attualità, talvolta criticata nei suoi eccessi, che ha cambiato l’informazione italiana. Dello stesso autore, «doppiopesismo» nel 1996: usare parametri diversi per giudicare situazioni analoghe.
Muro di gomma – Grande inchiesta d’Andrea Purgatori sulla strage di Ustica del 1980. Che ostinatamente tentò di far luce sull’esplosione in volo del Dc-9 Itavia, scontrandosi per dieci anni con pressioni politiche, depistaggi e omertà istituzionale. Quest’espressione è diventata la metafora d’un potere che si fa rimbalzare le verità più scomode.
Mutazione antropologica – Gli italiani non sono più quelli. Pier Paolo Pasolini lo certifica con una serie d’articoli dal 1974. Un’omologazione di massa che ha cancellato le culture contadine e regionali, le tradizioni, creando un nuovo tipo d’italiano borghese e consumista. Un neocapitalismo più totalitario del fascismo. Oggi, un concetto quasi scontato: allora, una pensata scandalosa.
Palazzo – Rigorosamente maiuscolo, è una metafora coniata da Pasolini negli anni ’70, per «affrontare il nodo della scissione tra la politica e la vita». La definizione è entrata nel vocabolario Treccani: è il potere «considerato come apparato autoritario e prevaricatore, contrapposto alle esigenze dei cittadini». La sua evoluzione sarà la Casta.
Paninaro – All’inizio degli anni ’80, una compagnia di ragazzi milanesi comincia a riunirsi davanti a un locale di piazzetta Liberty, «Al panino». Vestono marchi costosi e iconici: piumino Moncler, scarponcini Timberland, jeans Levi’s 501, hanno un loro gergo. Totalmente apolitici, rifuggono l’impegno, rappresentano alla perfezione gli «anni di plastica». Un servizio della cronaca milanese del Corriere li descrive per la prima volta e il fenomeno si diffonde presto.
Professionisti dell’antimafia – È il titolo d’un celebre articolo di Leonardo Sciascia, sul Corriere del 10 gennaio 1987, nel quale si critica l’uso strumentale della lotta alla mafia per ottenere potere e prestigio. Lo scrittore si riferisce al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ma implicitamente anche al magistrato Paolo Borsellino, nominato procuratore di Marsala. È un intervento che divide l’opinione pubblica e il mondo giudiziario.
Radical chic – Esordisce in Italia nel 1972 con Indro Montanelli in un articolo cattivissimo dal titolo «Lettera a Camilla» (Cederna). Con il termine, lanciato qualche anno prima da Tom Wolfe, intendeva stigmatizzare i sostenitori di ideali rivoluzionari che però non rinunciano ai propri privilegi.
Rapallizzare – Negli anni ’60, quelli del cemento selvaggio, Antonio Cederna denuncia gli ecomostri e l’urbanizzazione senza controlli. In Liguria s’è compiuta un’enorme speculazione edilizia e Rapallo diventa subito un simbolo, nonostante le proteste della cittadina del Levante che riuscirà, con una causa giudiziaria, a far togliere dai dizionari quel termine «ingiusto e offensivo» (ma non a impedire la rapallizzazione delle nostre coste).
Ribaltone – «Non sto proponendo un ribaltone», dice Massimo D’Alema in un’intervista al Corriere, il 2 novembre 1994: il neologismo indica un rovesciamento improvviso delle alleanze politiche, senza mandato degli elettori. Poche settimane dopo, lo scoop sull’avviso di garanzia al premier Silvio Berlusconi provoca la crisi. E la Lega di Umberto Bossi ribalta l’accordo di centrodestra.
Riflusso – Dopo gli anni ’70 dell’impegno politico, ecco gli ’80 del ritorno alla famiglia e dell’edonismo reaganiano. Francesco Alberoni, ogni lunedì, ha una rubrica «Pubblico e Privato» in prima pagina dove trova anche la definizione perfetta, riflusso, per questa placida e bassa marea che travolge le barricate rivoluzionarie e riporta l’opinione pubblica alla bonaccia sociale.
Scafista – La parola viene dalla nautica e ha sempre indicato chi lavora nei cantieri. Ma nell’Adriatico di fine anni ’80, spesso con la k (skafista), la si usa per raccontare i traffici illegali in gommone fra l’Albania e la Puglia. Il 22 febbraio 1989, la parola compare in una breve cronaca da Brindisi sull’edizione locale del Corriere. Gli scafisti sono quasi scomparsi e sono stati rimpiazzati, sulle rotte mediterranee, con le «carrette del mare» dall’Africa.
Scudetto – «I nostri modesti atleti… hanno sulle maglie uno scudetto e il colore nazionale, nel cuore una superba speranza…», scrive una corrispondenza da Torino il 10 giugno 1921 Gabriele D’Annunzio. Per una partita di calcio fra legionari fiumani e una squadra istriana, decide di far indossare ai suoi giocatori una casacca azzurra con uno scudetto tricolore, senza stemma sabaudo. Nasce il simbolo del Campionato italiano, che la Federcalcio dell’epoca adotterà nel 1924.
Trasformismo – L’8 ottobre 1882, nelle cronache del Corriere, si riferisce d’un discorso tenuto a Stradella dall’ex presidente del Consiglio, Agostino Depretis. Mancano due settimane alle elezioni e il leader della sinistra storica – in risposta a chi l’accusa d’accordarsi sottobanco con gli avversari – si giustifica così: «Se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?».
Velivolo – Lo chiamavamo aéroplane, alla francese. Gabriele D’Annunzio pensò che servisse un nome italiano e il 21 febbraio 1910 propose un adattamento del latino velivolus, «che va e par volare con le vele». Una parola «leggera, fluida, rapida; non imbroglia la lingua e non allega i denti; di facile pronunzia, avendo una certa somiglianza fonica col comune veicoli, può essere adottata dai colti e dagli incolti».
Vittoria mutilata – Vinta la Grande Guerra, perdute Fiume e la Dalmazia, serpeggia per l’Italia la sensazione che i 600mila caduti al fronte abbiano portato a una sconfitta morale. D’Annunzio organizza così l’impresa fiumana, occupando coi nazionalisti la città dell’Istria. E il 24 ottobre 1918, in un suo celebre intervento, conia il termine che secondo alcuni storici fu tra i miti fondanti del fascismo: «Vittoria nostra, non sarai mutilata».