Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 13 Mercoledì calendario

Quando i lavoratori vivevano all’inferno

Prendono il cuore, le foto dei bambini sardi pubblicate in questi giorni con i loro vestitini da piccolo minatore, messi in posa candidi di bucato per la commemorazione della strage di poveracci dell’11 maggio 1920 a Iglesias. Dove cinque manifestanti furono ammazzati a fucilate e altri ventidue feriti più o meno gravemente dalle «forze dell’ordine» perché avevano osato protestare contro i padroni delle miniere. E gela il sangue la cronaca del Corriere dove si legge, in un articoletto, che «s’ignora per quali precisi motivi» fossero scoppiati i tumulti. Salvo accennare poi che nei giorni precedenti c’erano state «agitazioni per la deficienza degli approvvigionamenti».
Quali fossero quei «precisi motivi» e «la deficienza degli approvvigionamenti» lo fanno capire gli atti della Commissione d’Inchiesta, di cui scrive l’antropologa Paola Atzeni: i minatori non erano pagati in contanti (come in molti altri casi, allora, si pensi ai contadini veneti pagati con una quota del mais che coltivavano) ma con buoni da consumare negli spacci interni dove i prezzi venivano pure ricaricati.
Ma quanto guadagnavano? La paga giornaliera più comune era di 3 lire. Vale a dire che, stando alle tabelle del Sommario di statistiche storiche italiane, con una intera giornata di lavoro massacrante e pericoloso nell’inferno d’una miniera un povero Cristo poteva comprare in quel 1920 un chilo e mezzo (scarso) di fagioli secchi oppure due etti e mezzo di strutto oppure mezzo chilo di zucchero oppure poco più di un etto di caffè tostato oppure tre decilitri di olio.
Quanto alla carne, era fuori portata: per un chilo di manzo ci volevano tre giorni di fatica. Inarrivabile.
Cosa volesse dire lavorare sottoterra in una miniera di carbone, invece, lo spiega una delle testimonianze raccolte da Paolo Di Stefano nel libro La catastròfa: «Quando sei sotto nel pozzo ti dici: l’acqua e il fuoco non perdonano, puoi morire annegato o asfissiato, ma è un pensiero generale che non ci credi davvero. (...) Quando sei sotto nel pozzo, c’è un’amicizia che ti fa pensare che sei forte e nessuno può farti male, neanche il grisù. Dici siamo tutti qua nello stesso inferno e se non succede niente, un pezzo di pane ce lo mangiamo insieme». Solo questo volevano quei minatori uccisi l’11 maggio di tanti anni fa: mangiare insieme un pezzo di pane...