Corriere della Sera, 13 maggio 2026
Intervista a Francesco Scianna
Cu cu ti unci, Francesco? «Letteralmente: con chi ti ungi. Nel dialetto siciliano significa: con chi ti frequenti? Ed è un modo di dire bellissimo, perché l’unto rimane addosso. Sull’importanza di circondarsi di figure che possano fare da maestri, rifletto spesso».
Di padri e madri artistiche Francesco Scianna da Bagheria, Palermo, Italy, ha lo zaino del viaggiatore pieno. Con Cristina Comencini a 19 anni ha realizzato il sogno di recitare, a 25 Giuseppe Tornatore gli ha offerto il ruolo della vita. In mezzo ci aveva infilato Mario Martone; seguiranno Placido, Muccino, Montaldo, Ozpetek, Ronconi a teatro, Pif in questi giorni di sale felici. Dopo il liceo a Palermo l’esistenza l’ha portato a Roma, all’Accademia d’Arte drammatica. Con la sua terra ha mantenuto un rapporto ambivalente: le radici sull’isola, ma anche l’esigenza di scollarsi dalla maschera – stereotipata come tutti i cliché – del siciliano. A 44 anni, studiando (anche all’estero) come se il mestiere fosse un corso di laurea, Francesco Scianna è diventato molto altro, e di più.
C’è un maestro dei maestri, a cui dire grazie?
«A livello professionale e umano l’incontro che mi ha segnato di più è stato quello con un insegnante di recitazione americano, Michael Margotta, che mi ha aiutato a trovare il mio istinto artistico. Ronconi aveva una sorprendente capacità di attingere all’essere umano, ma su alcuni approcci tecnici facevo più fatica; quando invece il mio lato emotivo veniva fuori, allora lì volavo. Difatti il maestro americano mi ha fatto fare un lungo percorso di immedesimazione, più che di esecuzione. Meno legato a quello che avevo fatto in Accademia».
La sua è una vocazione, un lavoro o cosa?
«Io credo di aver seguito un bisogno: riuscire a tirar fuori tutto il mio mondo emotivo».
Che bambino è stato, tra Bagheria e Palermo, a fine anni Ottanta?
«Un bambino che cercava le sue strategie di sopravvivenza, come tutti. La Sicilia in quel periodo storico era drammaticamente calda: avevo dieci anni quando ci sono state le stragi di Falcone e Borsellino, erano anni difficili, pesanti, c’era molta microcriminalità. Quando scendevo in strada a giocare, mi capitava di dovermi scontrare, a volte scappare. Quel clima, poi, te lo porti dentro dappertutto».
Recitare come fuga?
«A 15 anni ho detto ai miei che volevo fare l’attore. Erano già avanti: mi hanno supportato. A 18 faccio l’esame sia alla Paolo Grassi di Milano che alla Silvia D’Amico: entro in entrambe. Ho scelto Roma perché il livello dei compagni di classe mi sembrava superiore, perché in città avevo una casa ereditata e c’era il mare vicino. Il cielo grigio di Milano, in quella settimana di audizioni, mi aveva turbato».
L’isola, benché grande, inietta spesso la voglia di evasione, alla conquista del continente. L’ha sentita?
«Lì dove c’è mancanza, c’è desiderio di esplorazione: sono grato di ciò alla Sicilia. Fossi nato altrove, avrei avvertito meno la spinta di andare a New York, Parigi, Londra, Madrid... Da subito ho sentito il desiderio di non cristallizzarmi nella regionalità: mi sembrava limitante. Un artista può creare ovunque, ma l’idea di tornare a vivere in Sicilia, perché lì ci sono cose di cui ho bisogno, resiste».
Il 19 luglio 1992, l’attentato a Borsellino in via d’Amelio. Lei, bambino, sente il terrificante boato da casa. Che ne ha fatto di quello choc?
«Bella domanda: ancora oggi non so se sono consapevole di quello che mi è accaduto dentro. Corsi da mio padre in salotto, accendemmo la tv: mentre guardavamo, lui mi abbracciò. Ricordo questo abbraccio in salotto, lui seduto e io mezzo in piedi. Il rumore della bomba ce l’ho ancora nelle orecchie. Da un paio d’anni eravamo arrivati a Palermo da Bagheria: credo che i miei genitori si siano chiesti dove avevano portato i figli... Poi, eventi della vita che hanno riguardato me bambino mi hanno impattato in maniera più diretta e più forte».
Comencini e Tornatore, tutto e subito, giovanissimo. Troppo presto?
«C’era chi mi diceva: ti auguro il successo più in là possibile. E io mi arrabbiavo. Credo di essere stato capace di gestire quel momento così forte della carriera. E la vita forse mi ha fatto un regalo: ha continuato a farmi fare gavetta. Da lì in poi ho potuto scegliere: ogni tappa è stata desiderata, ragionata. Mi piacerebbe poter ripetere un’occasione come Baaria oggi, perché non sono l’uomo e l’attore di quando avevo 26 anni. Intanto è bello vedere come la vita ti porta ruoli che sembrano andare a braccetto col tuo percorso esistenziale».
A giorni comincerà a girare la nuova serie di Muccino per Sky, sarà Maurizio Gucci. Prenderà ispirazione da Adam Driver, che lo è stato per Ridley Scott al cinema?
«L’ho rimosso e non lo rivedrò. È fondamentale che io trovi la mia chiave: non vado mai a studiare un personaggio perché temo l’emulazione, che è poco interessante».
Chi è il suo attore-totem?
«Uh, tanti. Da piccolo Chaplin, Jim Carrey, Morgan Freeman. Tempi moderni e Luci della città li avrò rivisti in Vhs cinquanta volte. C’è un talento impossibile da non riconoscere: Daniel Day-Lewis mi affascina e mi spaventa. Ma non meno di Volontè, Gassman, Tognazzi. Il segreto è trovare la tua unicità. Come? Sperimentando come Ennio Morricone, che a 90 anni studiava la musica elettronica».
È stato Francis Turatello in Vallanzasca. Il lato oscuro l’attrae più della comicità?
«In realtà a teatro, a 15 anni, ho iniziato dalla commedia. Mi sono molto divertito in Latin Lover, poi stranamente il mercato mi ha visto nei ruoli di criminale, che è comunque un modo di tirare fuori una parte di te, l’ombra. Durante un permesso dal carcere, Vallanzasca venne sul set di Placido: fu simpatico, desideroso di condividere i segreti di Turatello. Mi strizzò l’occhio: Francesco, le cose te le dico io, che le so. Poi mi chiamò: il film gli era piaciuto».
Al Pacino invece non gradì la mozzarella di bufala.
«Era di Caserta, squisita. Ci ritrovammo a tavola con amici comuni, gliela regalai. Devo dire che sono molto grato alla vita perché ho avuto la fortuna di incontrare i miei idoli: Sean Penn, Al Pacino, De Niro, Rourke, Freeman...».
Conoscere i propri miti non comporta il rischio di atroci delusioni?
«Mah diciamo che non c’è stata una frequentazione tale da poter dire se mi hanno deluso, però è sempre interessante vedere la fragilità degli artisti lontani dalla maschera che hanno indossato. E allora scopri che il successo è pericoloso, non è un qualcosa che necessariamente ti aiuta perché ti sposta da un equilibrio. E capisci anche perché Day-Lewis si prende tre anni per fare un film: se lo fai in un certo modo, ti squarcia. A volte dobbiamo cercare di stare male per restituire verità a un personaggio, che è l’opposto di quello che un essere umano farebbe nella vita. Il processo di ricerca lascia un segno, non è indolore... Vabbé, comunque è un bordello».
Sui David ha soffiato la polemica, il Governo taglia i fondi. Il settore è in crisi. È vero che il cinema italiano è un circoletto? Lavorano i soliti?
«Cosa posso dire? Ho avuto la fortuna di incontrare registi e produttori che stimo profondamente, con cui ho costruito rapporti di amicizia. Ma non c’è uno di questi rapporti che mi sembra abbia fatto sì che la mia carriera prendesse una strada diversa da quella che forse era giusto che prendesse. Se adesso torno a lavorare con Muccino è perché con Gabriele ci troviamo bene insieme. Trovo che gli attori che lavorano spesso siano molto bravi, spesso giusti, a volte meno giusti, però c’è anche una legge di mercato. Io penso che noi abbiamo un compito: migliorarci. E lì dove magari il mercato non ti cerca, io punto sull’artigianato del nostro mestiere: scrivo, cerco testi, propongo. È molto più semplice delegare che essere totalmente artefici del proprio destino».
Cosa consiglierebbe il Francesco di oggi al ragazzo che lasciò la Sicilia per Roma?
«Di fidarsi di più di quello che sente di pancia e delle prime sensazioni, anziché filtrare con la testa per paura delle conseguenze, di ferire o per raccontarsela un po’: la pancia non ha mai sbagliato».
E la mozzarella di Al Pacino che fine ha fatto?
«L’ho mangiata io. Pacino il giorno dopo ripartiva per Los Angeles. Vogliamo dirla tutta? Poteva anche dire vabbé, a sto punto apriamola qua insieme, già che l’hai portata...».