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 2026  maggio 13 Mercoledì calendario

A Bologna stop alle cremazioni per le troppe emissioni

Il feno­meno, par­lia­moci chiaro, riguarda tutta Ita­lia: da qual­che anno le cre­ma­zioni sono in siste­ma­tico aumento, i 91 impianti attivi sul ter­ri­to­rio nazio­nale (appena nel 2024) sono rima­sti accesi per la bel­lezza di 298.614 volte, che rap­pre­sen­tano su per giù il 38% del dotale dei decessi e que­sti numeri testi­mo­niano un cam­bio di abi­tu­dini che non è né un bene né un male, è sem­pli­ce­mente diverso rispetto a ciò che suc­ce­deva mezzo secolo fa. Pre­messo ciò, ci sono situa­zioni più com­plesse di altre.
A Bolo­gna, per esem­pio, è dall’11 marzo, cioè da ben più di due mesi e per la pre­ci­sione da 63 giorni, che le tre linee del forno cre­ma­to­rio cit­ta­dino sono spente. Tem­po­ra­nea­mente chiuse, niente, non c’è verso: i bolo­gnesi che inten­dono cre­mare i pro­pri cari sono costretti a por­tarli a Fer­rara. Tra le moti­va­zioni c’è anche quella delle ragioni ambien­tali, nel senso che le emis­sioni di que­sti cen­tri non sono pro­prio irri­so­rie e pro­du­cono anche loro un effetto sull’aria che si respira: il che sì, d’accordo, nella città a trenta all’ora così attenta allo smog e alla san­tis­sima visione green sem­bra un para­dosso, quan­to­meno un cor­to­cir­cuito, però è lì, cer­ti­fi­cato dall’Arpae, l’Agen­zia regio­nale per la pre­ven­zione, l’ambiente e l’ener­gia dell’Emi­lia-Roma­gna, messo nero su bianco nei dati uffi­ciali: 18 mila salme cre­mate nel 2024, 16.500 nel 2025 sono troppe.
Ne è con­vinta anche la costola bolo­gnese di Fra­telli d’Ita­lia che ha già pro­po­sto più di un espo­sto e che moni­tora atten­ta­mente l’intera fac­cenda. «Non c’è solo la ragione dell’inqui­na­mento per il blocco che resta a tut­tora attivo», spiega l’euro­par­la­men­tare melo­niano Ste­fano Cave­da­gna, «fatto sta che è un dato di fatto per­ché i forni cre­ma­tori di Bolo­gna sono in inces­sante atti­vità: i decessi in città sono circa 5 mila all’anno, è vero che in alcuni casi si pro­cede con le cre­ma­zioni dei cosid­detti “resti mor­tali” (cioè di per­sone dece­dute magari da tempo, ndr), però tra 5 mila e 18 mila il salto è bello evi­dente».
Lo si spiega con una con­ven­zione di tariffe cal­mie­rate che l’impianto bolo­gnese, dal 2020, come hanno fatto altre strut­ture altrove, hanno sti­pu­lato con altre regioni: «Ma il risul­tato è che, per i bolo­gnesi, far cre­mare un pro­prio caro, costa per­sino più che per chi non vive qui». E, infatti, due anni fa, due imprese fune­bri hanno denun­ciato la gestione del sistema e i tempi d’attesa (nel decreto sem­pli­fi­ca­zioni del dicem­bre 2025, il governo è inter­ve­nuto rego­lando in maniera più pun­tuale il set­tore, cioè impe­dendo la scon­ti­stica che, ora, può essere sta­bi­lita solo dai Comuni).
«Prima dello stop», con­ti­nua Cave­da­gna, «i dipen­denti di que­sti ser­vizi lavo­ra­vano su tre turni di otto ore, dome­nica e festivi com­presi, per poter sup­plire a tutte le domande. Temiamo che non ci sia solo un pro­blema di insa­lu­brità dell’aria. Se que­sti impianti con­ti­nuano a lavo­rare senza fer­marsi mai, è chiaro che hanno una neces­sità di manu­ten­zione enorme». E infatti un impie­gato con­ferma: «Usare in que­sto modo l’impianto senza la manu­ten­zione ade­guata è stato come spin­gere una Panda ai 140 in auto­strada». Il risul­tato, per il momento, è un ser­vi­zio (par­te­ci­pato dal 51% da Palazzo d’Accur­sio e al 49% da un socio pro­vato, Svp) ancora in stallo sul quale, come ammet­tono gli addetti ai lavori, «non c’è una data per la ria­per­tura».