Corriere della Sera, 13 maggio 2026
I quattro scenari per l’eventuale successione a Downing Street
La crisi politica aperta a Londra dai risultati delle elezioni amministrative della scorsa settimana – che hanno visto una sconfitta storica del partito laburista a vantaggio degli opposti populismi di Reform (il partito di Nigel Farage) e dei Verdi – può svilupparsi secondo scenari assolutamente disparati.
Quello che appare però evidente è che neppure la schiacciante maggioranza, ottenuta dai laburisti alle elezioni parlamentari di meno due anni fa, è servita a stabilizzare una situazione britannica terremotata dallo choc del referendum sulla Brexit di dieci anni fa: da quella data si sono succeduti a Downing Street ben sei primi ministri – un fatto senza precedenti nella storia di stabilità del Regno Unito – e non è detto che fra non molto non se ne insedi un settimo.
Keir ammaccato
Un primo scenario è che il primo ministro continui a resistere: dopo tutto, è quello che ha detto che intende fare. Le regole del partito laburista per la rimozione del leader sono molto più complicate di quelle dei conservatori: ed è su questo che Starmer fa leva, oltre al fatto che non esiste un candidato ovvio alla sua successione. Il premier sarebbe però un’«anatra zoppa», come si dice in gergo: ormai la sua autorità politica è ridotta al lumicino e sarebbe un primo ministro «in carica, ma non al potere», non in grado di imprimere una svolta alla sua azione politica. Il suo sarebbe un tirare a campare, caracollando di crisi in crisi, fino a quella fatale.
La sfida di Streeting
Tutti gli occhi sono puntati su Wes Streeting, il quarantenne ministro della Sanità che non ha mai fatto mistero della sua ambizione di diventare primo ministro: se deve agire per lanciare una sfida per la leadership, deve farlo adesso, nelle prossimo ore o giorni, altrimenti il suo momento sarà passato. Ma Streeting deve prima raccogliere almeno 81 firme di deputati (ossia il 20% del gruppo parlamentare laburista) a sostegno della sua candidatura e poi dovrà correre contro Starmer in una votazione che coinvolgerà tutti gli iscritti al partito. E qui sta il suo problema: perché Streeting è un esponente della destra blairiana del partito (oltre che un ex pupillo del disgraziato ex ambasciatore a Washington, Lord Mandelson) e difficilmente otterebbe il favore dei militanti, che in questo momento pensano che bisogna spostarsi a sinistra per contrastare la minaccia dei Verdi.
Angie «La Rossa»
È qui che potrebbe entrare in scena Angela Rayner, la pasionaria della sinistra del partito, che servirebbe a stoppare Streeting. Le sue quotazioni nelle ultime settimane però sono scese, anche perché è ancora impegolata in un affare di evasione fiscale, ma soprattutto è vista come una bestia nera dai mercati finanziari: c’è già chi l’ha soprannominata «la Liz Truss laburista», perché rischierebbe di portare la Gran Bretagna al tracollo, come era quasi successo durante le brevi sette settimane di premiership della Truss, nel 2022.
Il taumaturgo
In realtà, il candidato più popolare alla successione di Starmer è il sindaco di Manchester, Andy Burnham: anche lui è un esponente della sinistra del partito, ma non è divisivo come Angela Rayner e non ha il suo «bagaglio». Il problema per lui è che non siede a Westminster, e in base alle regole non scritte della politica britannica non ci si può candidare a premier se non si è prima deputati. Quindi Burnham dovrebbe dimettersi da sindaco e provare a farsi eleggere in una qualche suppletiva: uno scenario non privo di rischi. Lui ci aveva già provato a febbraio, ma Starmer aveva fatto mettere il veto alla candidatura: operazione difficile però da ripetere negli attuali frangenti. Su Burnham si appuntano in ogni caso le speranze di un rilancio del governo e del partito, anche se è uno scenario che richiede tempi lunghi, fino all’autunno: ed è per questo che i suoi sostenitori non vogliono le dimissioni immediate di Starmer, ma piuttosto un calendario per una transizione ordinata.