Corriere della Sera, 13 maggio 2026
Linea dura dell’Iran: basta compromessi. «Se attaccati portiamo l’uranio al 90%»
Mentre Donald Trump vola a Pechino insieme con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il dossier iraniano torna a infiammarsi tra minacce militari, tensioni nel Golfo e diplomazia parallela con Cina e Brics.
A Teheran i pasdaran hanno appena concluso cinque giorni di manovre militari, con l’obiettivo dichiarato di «potenziare le capacità di combattimento» contro il «nemico sionista-americano». Mentre il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha annunciato che l’Iran è «pronto a qualsiasi scenario» e che chiunque «osi mettere piede sul suolo iraniano subirà gravi danni». Ancora più minaccioso il post su X di Ebrahim Rezaei, portavoce della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale: «Una delle opzioni a disposizione dell’Iran in caso di un altro attacco potrebbe essere l’arricchimento dell’uranio al 90%». E questo è il livello considerato adatto alla produzione di armi nucleari.
La linea dura emerge anche dalle dichiarazioni dei Pasdaran sullo Stretto di Hormuz: Teheran, dicono, avrebbe ampliato di dieci volte la propria area operativa nel Golfo. Secondo diversi analisti, l’Iran è convinto di poter logorare Trump usando come leva Hormuz e il rialzo del petrolio. Ma il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribattuto che «siamo noi a controllare lo Stretto e l’Iran lo sa». Poco prima di partire per la Cina, Trump ha assicurato che «la guerra finirà a breve» e che gli Stati Uniti hanno «centinaia di petroliere pronte a uscire da Hormuz». Sulla questione è intervenuta anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera Kaja Kallas che ha aperto a un rafforzamento della missione navale europea Aspides per contribuire alle azioni della Coalizione dei Volenterosi.
L’escalation verbale arriva mentre il cessate il fuoco appare sempre più fragile. Lo stesso presidente americano aveva ammesso lunedì che la tregua con l’Iran è «in condizioni critiche». Hegseth ha confermato che le forze armate Usa sono pronte a riprendere le operazioni contro Teheran «se necessario». Intanto il Pentagono aggiorna il conto della guerra: secondo il responsabile finanziario Jules Hurst, il costo per Washington è salito a 29 miliardi di dollari, quattro in più rispetto alla stima di due settimane fa.
Ma il confronto si gioca ormai anche sul piano geopolitico. Trump, prima del viaggio in Cina, ha rivendicato il suo «ottimo rapporto» con Xi Jinping, aggiungendo però che «la Cina è forte, ma noi siamo più forti militarmente». Pechino resta un interlocutore cruciale: l’ambasciatore iraniano nella Repubblica popolare sostiene che la Cina possa essere «una forza importante per ridurre le tensioni» tra Washington e Teheran. A conferma del ruolo che le potenze asiatiche possono avere per sbloccare la crisi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi volerà in India per la riunione dei Brics, dove avrà colloqui con diversi leader del continente.
In parallelo Washington ha imposto nuove sanzioni contro società e individui accusati di aiutare Teheran a esportare petrolio verso la Cina.
Nel Golfo, intanto, cresce la preoccupazione dei vicini arabi. Il Kuwait ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando l’infiltrazione di membri dei pasdaran nell’isola strategica di Bubiyan, area militare al confine tra Iraq e Iran. L’emirato ha definito l’episodio una «violazione della sovranità nazionale». Teheran ha però respinto le accuse: «Sono infondate».
Sul fronte diplomatico la Repubblica islamica ha presentato un ricorso alla Corte arbitrale dell’Aia contro gli Usa per gli attacchi ai siti nucleari, le sanzioni economiche e le minacce militari. Un doppio binario, deterrenza e diplomazia, con cui l’Iran tenta di mostrare compattezza mentre la crisi resta appesa agli equilibri tra Washington, Pechino e il Golfo.