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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Intervista a Sebastian Fitzek

«Tutti portiamo dentro di noi un mondo misterioso, quasi inesplorato, che talvolta rivela segreti dall’apparenza soprannaturale: la nostra psiche». Sebastian Fitzek è un maestro del thriller psicologico. Berlinese, 55 anni, ha studiato Giurisprudenza ma ha scoperto presto la vocazione al racconto: il suo romanzo di esordio, La terapia, è del 2006, cui sono seguiti altri 29 romanzi e 20 milioni di copie in 36 paesi. L’internato è un viaggio tra gli abissi della follia, che parte dall’incubo di ogni genitore: la scomparsa di un figlio bambino. Il protagonista è un padre disperato che per scoprire la verità s’infiltra in un ospedale psichiatrico dove è rinchiuso il responsabile di due orribili infanticidi, sperando di ottenere la sua confessione. «L’unico modo per essere liberi è guardare in faccia l’orrore».
Perché questa fascinazione per la mente umana, Fitzek?
«Amo esplorare i misteri di mondi sconosciuti. E nulla lo è di più della nostra psiche. Prendiamo solo i sogni: una volta al giorno scivoliamo in uno stato di incoscienza in cui vediamo, sentiamo e viviamo cose che non sono affatto reali. Alcuni riescono persino a volare nei loro sogni. Incredibile».
Che cosa l’ha portata a scrivere storie così cupe?
«La vita. Ho perso un caro amico a causa di una malattia psichiatrica purtroppo non curata. Questo evento mi ha colpito profondamente e cerco ancora oggi di elaborarlo nei miei libri. E poi c’è la possibilità di attenuare, nella mia finzione, una realtà spesso ancora più crudele e di condurla verso un lieto fine. Per esempio, non riesco a guardare alcun documentario su Maddy, perché so che questa povera bambina è ancora scomparsa. Nei miei libri, invece, posso rendere possibile l’impossibile e far riapparire le persone scomparse».
Le vittime sono bambini; scrivere è un modo per esorcizzare le sue paure più profonde?
«La cosa più importante in una famiglia sono i bambini. E poiché ogni grande storia è sempre una storia familiare, è logico che nei miei libri i bambini abbiano un ruolo centrale. Inoltre: nessuno decide dopo una vita appagante e senza particolari problemi, di diventare un serial killer. Qualcosa è andato storto molto prima – nell’infanzia. Proprio nei thriller psicologici è quindi indispensabile guardare all’infanzia».
Ha studiato giurisprudenza: che cos’è, secondo lei, la giustizia? E che cos’è il male?
«Sono proprio le domande a cui cerco risposte da oltre vent’anni. Il male è innato o appreso? Siamo vittime delle circostanze o dell’educazione, oppure tutto dipende dal destino? E per quanto riguarda la giustizia: che cosa è più importante, la giustizia nel singolo caso o il fatto che il sistema giuridico nel suo complesso funzioni per la maggioranza? Un buon esempio è il tema della prescrizione. Solo perché si gira una pagina del calendario, improvvisamente non dobbiamo più nulla al nostro creditore. È giusto? Per il creditore sicuramente no. Per il sistema giuridico, invece, sì, perché una giustizia sommersa da casi vecchissimi non sarebbe più in grado di agire efficacemente nei singoli casi».
Come lavora e come svolge le sue ricerche?
«Dipende da libro a libro. Una cosa, però, è sempre la stessa: faccio leggere la prima bozza a esperti ed esperte. A seconda del tema, può trattarsi di un comandante di aereo, una psichiatra, un poliziotto o un’esperta di armi. Per Mimica ho avuto la fortuna di essere affiancato fin dalla prima riga dal principale esperto tedesco di mimica facciale e linguaggio del corpo, Dirk Eilert».
Che ruolo ha l’umorismo nei suoi libri?
«Estremamente importante. L’umorismo è come la piccola luce che da bambini lasciamo accesa di notte, così da non avere paura. Tra l’altro ho scritto anche tre commedie, che in Germania sono state sorprendentemente ben accolte. Tuttavia, anche in queste il tema della morte non mi ha mai abbandonato. Bisognerebbe quindi chiedere al mio psichiatra che cosa non va in me».
C’è un autore che l’ha influenzata particolarmente?
«Uno solo? Centinaia! A partire da Michael Ende, la cui Storia infinita mi ha aperto le porte del mondo della fantasia. Poi Edgar Allan Poe, la cui malinconia – soprattutto nei suoi versi – continua ancora oggi a ispirarmi. E naturalmente leggende come Stephen King o Thomas Harris».
Che cosa le piace leggere? E guarda serie tv o film?
«Di tutto, senza limitarmi ai thriller psicologici. Per esempio, ho appena letto Project Hail Mary di Andy Weir e ho intenzione di vedere presto il blockbuster tratto dal libro».
Partecipa agli adattamenti dei suoi libri?
«Sì, ma il mio focus è sulla composizione del team. Mi piace paragonarlo a un ricovero in ospedale: cerco, se possibile, il miglior ospedale, il miglior professionista, ma non mi sognerei mai di dire al chirurgo, mentre è al tavolo operatorio, come usare il bisturi. Quindi collaboro strettamente con la produzione per la scelta del regista, dello sceneggiatore, dell’agenzia di casting, ecc. Ma non interferisco in ambiti che non conosco. Per questo non scrivo personalmente le sceneggiature».
Eppure mette in scena le presentazioni dei suoi libri come vere performance. Perché?
«Innanzitutto non sempre. Quest’anno, per esempio, c’è un tour Back to the Roots: in occasione del mio ventesimo anniversario torno nelle librerie dove sono stato già nel 2006. A volte, alle presentazioni, c’erano solo cinque persone, di cui tre lavoravano in libreria. D’altro canto, però, credo che anche il libro meriti il grande palcoscenico. Il mezzo più antico del mondo è ancora uno dei più amati: perché solo i musicisti dovrebbero riempire grandi sale? Non si tratta di me, ma di dimostrare al mondo quale forza abbiano i libri e quante persone riescano a entusiasmare».
E lei che musica ascolta? Quale colonna sonora sceglierebbe per questo libro?
«Una delle mie band preferite – sono pur sempre figlio degli Anni 80 – sono i Depeche Mode. Però ho lavorato per anni in radio, e questo ha reso i miei gusti molto vari: da Bruno Mars a Thirty Seconds to Mars. Di recente ho scoperto Sombr».

I Depeche Mode cantavano Policy of Truth. La verità è davvero sempre da preferire?
«È una decisione estremamente personale. Per quanto mi riguarda, sceglierei sempre la verità piuttosto che la menzogna, ma posso anche a capire chi vuole preservare la speranza che una verità crudele potrebbe distruggere per sempre».