Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 09 Sabato calendario

La lezione di Morante è politica: felicità, grazia e saggezza sono precluse ad adulti e borghesi

Il mondo salvato dai ragazzini: titolo efficace per una manifestazione letteraria, e scelta oculata del Salone del Libro. Innanzitutto, e ovviamente, perché mai come adesso ci sembra che il mondo abbia bisogno di essere salvato. Poi perché i ragazzini piacciono a tutti – se qualcuno dissente fa una brutta figura. Ci riposa pensare che i giovani siano innocenti e forti, non colpevoli e fragili come noi ci sentiamo; ci fa comodo che prendano l’iniziativa, salvandoci innanzitutto dalla nostra impotenza; ci solleva la poetica idea che siano loro a proteggere noi, e non viceversa, come forse sarebbe più logico. Ma la scelta è oculata anche perché scommette su una grande scrittrice come Elsa Morante: dopo l’edizione del 2024 – Vita immaginaria, da Natalia Ginzburg – e quella del 2025 – Le parole tra noi leggere, da Lalla Romano – abbiamo capito che il Salone del Libro si ispira alle autrici. Scelta oculata, infine, perché il libro morantiano che regala il titolo non è solo bello, è anche unico nel suo genere. Opera di poesia, che però rincorre la prosa; ricca di politica – sembra il manifesto della nuova Sinistra, notò Pasolini recensendola – ma (apparentemente) povera di ideologia. Sincronizzata all’energia del Sessantotto, che è l’anno in cui esce, e di cui diventa presto il simbolo; ma libera dalla zavorra dei partiti, anti-istituzionale, anzi barbarica e dichiaratamente anarchica. Il Mondo salvato dai ragazzini proclama l’urgenza di una Rivoluzione pubblica e privata, popolare e aristocratica, poetica e pacifica – senza la contraddizione e la pena di doverla realizzare attraverso la violenza, senza la fatica e i compromessi che impone farla funzionare e durare: insomma non è una vera Rivoluzione, ma proprio per questo è l’unica che possiamo guardare negli occhi senza dover abbassare lo sguardo. Contiene poemi innovativi e sperimentali, influenzati dal Beat e dal Living Theatre, nella Commedia chimica; altri decisamente personali e per molti versi inediti, nelle Canzoni popolari. Il registro è perlopiù gioioso, anzi un’allegria un po’ coatta (e per questo sospetta) costituisce uno dei suoi temi centrali; eppure il libro si apre con un poemetto cupissimo, Addio, tra le cose più belle mai scritte in lingua italiana, da studiare a scuola per spiegare cosa può la poesia.
Proprio Addio, se ci disturbassimo a leggerlo, servirebbe a capire cosa ci trovasse Morante nei ragazzini, e in che senso dovessero salvare il (suo) mondo. Il componimento è infatti dedicato a Bill Morrow, giovane pittore americano che Elsa aveva conosciuto nel ’59, innamorandosene. Bisessuale e tossicodipendente, intenso come Van Gogh e bello come Alain Delon (così assicurava Adele Cambria), Morrow incarna uno dei grandi miti artistici di Morante, Arthur Rimbaud, che a sua volta impersona il fantasma archetipico in cui Elsa amava proiettarsi: l’immagine efebica di un giovane Narciso da completare con un’ombra materna, mediterranea, sapienzale e protettiva. Prima di scrivere Addio, anzi prima ancora di conoscere Bill, Morante aveva già plasmato questa coppia complementare di madre e figlio nell’Isola di Arturo, attraverso l’adolescente omonimo protagonista che si innamora, ambiguamente ricambiato, della matrigna Nunziata. Sono due personaggi che raffigurano l’ideale maschile e femminile nei quali Morante si è concretamente identificata, rispettivamente nella prima e nella seconda parte della sua esistenza. Affidando ad Arturo il compito di raccontare la sua storia, nel ’57, Morante aveva in fondo esaudito – come spiegava a Giacomo Debenedetti – il suo «antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo» (Umberto Saba, dolce e feroce, la spingeva più in là, suggerendole che la fantasia di immaginarsi bambino compensasse la nostalgia di non averne messo al mondo uno: «lo cerchi nell’arte perché non l’hai voluto nella sua fisicità»).
Morrow muore nel ’62, a ventisei anni, precipitando da un grattacielo; crisi personale e depressione a parte («non esiste felicità senza un ragazzo/ senza un ragazzo è inutile trascinare la vita»), per Morante comincia, dopo due anni di silenzio, una nuova fase creativa, improntata al progetto, suggerito dalla scoperta di Simone Weil, di «non essere sé, ma tutti». Uscire dall’io, per non impazzire; nell’impossibilità di venire a capo della realtà, convincersi con Buddha che la realtà stessa non è altro che un gioco. Nascono così i versi che finiranno nella seconda e terza parte del Mondo salvato dai ragazzini. Il lutto si converte in gioia, la pesantezza in leggerezza, il senso della fine in quello di un nuovo rivoluzionario inizio (con Bill Morrow che risorge nei panni di un personaggio-ragazzo di nome Rufo). Per un decennio e oltre – fino alla morte violenta del suo amico Pasolini, ragazzo per eccellenza («Adulto? Mai – mai, come l’esistenza/ che non matura») – Morante continuerà a credere che la felicità, la grazia, la saggezza e insomma la realtà precluse agli adulti e ai borghesi siano tutte dalla parte dei ragazzini, meglio se poveri; ancora nel ‘74 decide di aprire La storia con un passo del Vangelo di Luca («Hai nascosto queste cose ai dotti e ai savi e le hai rivelate ai piccoli… perché così a te piacque»). Poi arriverà Aracoeli: questa palinodia della Storia – come la definisce Cesare Garboli – è il referto di una doppia, definitiva catastrofe, in cui il fallimento di una madre viene raccontato dalla prospettiva del fallimento di suo figlio. Se Il mondo salvato dai ragazzini offre al Salone, prima di tutto, «un messaggio di speranza» – così la Direttrice Annalisa Benini – Aracoeli si affida invece alla disperazione, per concludere che nessun ragazzino può salvarsi dal mondo. «Il catalogo è questo» (Mozart era un altro dei “suoi” giovani miti): la scelga il lettore la Morante a cui credere.