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 2026  maggio 09 Sabato calendario

Zadie Smith racconta di quella volta in cui cadde dalla finestra

Estratto da “Vivi e morti” di Zadie Smith
Ultimamente penso molto agli adolescenti. Adesso ho anch’io una figlia di quell’età, e ovviamente io stessa sono stata adolescente – in un mondo diverso in un’epoca diversa – e mi ricordo come ci si sentiva. Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. Quattro ondate di femminismo, la connettività digitale, un movimento globale per il benessere della persona, l’ordine di «essere gentili», il luogo comune «vedrai che andrà meglio»: sembra che nulla di tutto ciò abbia avuto un grande impatto sull’infelicità adolescenziale, specie quella del tipo che mi sta più a cuore. Guardando le ragazzine radunate davanti ai multisala l’estate scorsa, a scegliere fra Barbie e Oppenheimer, ho pensato: ecco, mi pare un’ottima sintesi. Da un lato una perfezione fragile e impossibile, dall’altro l’apocalisse. Non ho mai dimenticato gli anni che ho trascorso stiracchiata fra questi due poli, e c’è stato un periodo in cui ho pensato che l’intensità dei miei ricordi adolescenziali mi rendesse un caso piuttosto raro, addirittura che fossero stati quelli a farmi diventare una scrittrice.
«Se la me adolescente mi vedesse oggi, rimarrebbe schifata!». L’ho detto a uno psicologo, qualche anno fa. E la risposta è stata: «Perché dare per scontato che la versione quindicenne di lei sia il giudice ultimo della verità?». Beh, è un’obiezione sensata, ma non mi ha fatto smettere di portarmi quella ragazzina sulle spalle.
Alla me adulta sono successe molte cose interessanti, ma secondo la me adolescente nella nostra vita c’è stato un solo vero evento ed è avvenuto il 16 aprile 1993, quando sono caduta dalla finestra della mia camera da letto facendo un volo di dodici metri. Ma devo raccontarvi l’antefatto. Prima della caduta, avevo passato un paio d’anni in cui periodicamente scrivevo lunghe orazioni da far leggere a voce alta durante il mio funerale. Lo scopo di quei discorsi era spiegare alle persone lì raccolte perché, esattamente, la me adolescente aveva deciso di lasciare questo mondo e chi, per la precisione, doveva sentirsi in colpa per la mia morte, e anzi considerarsene direttamente responsabile. Oggi trovo strano che questa macabra tendenza sia potuta esistere a prescindere da qualunque intenzione di porre effettivamente fine alla mia vita. Mai, neanche per un attimo, ho cercato informazioni o riflettuto su una qualunque modalità di suicidio. Potevo tranquillamente scrivere un’orazione funebre al mattino e provare ad aggiudicarmi un provino per Annie il pomeriggio. Ma ero comunque molto innamorata di questo scenario funebre. Certe stronze magrissime coi capelli lisci e i denti perfetti avrebbero chinato il capo setoso e pianto di vergogna. Gente coi genitori in grado di comprargli le lenti a contatto si sarebbe inchinata alla mia postuma superiorità morale working class. Questa purissima energia adolescenziale l’ho in parte trasferita dentro Denti bianchi, ma mentre nel romanzo veniva spacciata per verve comica, nella vita reale era pesantemente priva di autoironia e spossante per chi mi stava intorno. Da quando avevo undici anni battevo, in pratica, sempre sullo stesso tasto. Io sono profonda/Tu sei superficiale. Tu sei ricco/ Io sono povera. Io sono intelligente/Tu sei bella. E via dicendo. Adesso avevo diciassette anni. E passavo ancora una quantità di tempo incredibile ad accusare gli altri di pensieri che in realtà riempivano ogni minuto della mia giornata. In fin dei conti, chi era più fissata con la frangetta liscissima e ondeggiante di Eleanor? Lei o io? E con le belle chiappe caraibiche di Kelly dentro i jeans con le toppe? (Il mio sedere, piatto come una frittata, lo consideravo un’eredità maledetta delle sorelle di mio padre).
E quel giorno, il 16 aprile, nel bel mezzo delle vacanze di Pasqua, avevo deciso di usare il telefono in camera di mia madre per chiamare il mio migliore amico e rendergli noto ancora una volta che ero innamorata di lui, e che il fatto di non piacergli «in quel senso» mi stava rovinando la vita. Ma visto che infliggevo al mio migliore amico una versione di questo ultimatum un paio di volte all’anno fin da quando ci eravamo conosciuti (in seconda media), lui riservava alle mie scene madri una grande pazienza ma poche parole. Nel frattempo, all’altro capo del filo telefonico arrotolato io rantolavo e piangevo come una fontana, sperando che cogliesse il velato messaggio di Love 2 the 9’s di Prince (non poi tanto velato), che avevo lasciato a tutto volume nella mia stanza. In un modo o nell’altro lui mi convinse a riattaccare. Io me ne tornai mestamente in camera. Mi sedetti sul davanzale della finestra con un pacchetto di Silk Cut che avevo rubato a mia madre, mi lasciai avvolgere da 7 di Prince, e in un’orgia di autocommiserazione, piangendo sonoramente, tirai fuori una sigaretta e mi preparai ad accendere.
Antefatto: all’epoca vivevo in un mondo di puro Prince, e anche in un lurido porcile di mia creazione. A volte, quando inveisco contro i miei figli per come riducono le loro stanze, mi ricordo improvvisamente cosa pensavo quando mia madre entrava e provava a lamentarsi delle ciotole di avanzi che lasciavo sotto il letto, delle cicche di sigarette spente nelle ciotole di avanzi, e delle candele che mi piaceva accendere e attaccare con la cera alla moquette umida. Ecco, quando mia madre mi lanciava contro la sua arringa, la me adolescente pensava questo: «Povera donna. Se solo avessi una vita degna di questo nome! Che misera esistenza la tua, se l’unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze!» Lei poteva starmi di fronte alla fine di una lunga giornata di lavoro da assistente sociale e comunque io guardavo mia madre, quella donna immigrata che cresceva tre figli da sola lavorando sodo, e pensavo: «Cristo santo, che palle, ma non ce l ’hai una vita?» Di tanto in tanto, però, provavo un moto di autentica compassione nei suoi confronti. Autentica compassione significava non cambiare nessuno dei miei comportamenti ma dirle che l’avevo fatto. Quell’aprile le avevo giurato che non stavo fumando. Da qui le sigarette rubate. Da qui il davanzale della finestra.
Non so bene cosa prescriva al giorno d’oggi il galateo rispetto al parlare del proprio peso all’interno di una narrazione, ma un elemento fondamentale di questo antefatto è che la me adolescente era parecchio in carne e allergica all’attività fisica, il che rendeva già una mezza impresa il fatto di salire sul davanzale della finestra. Immagino che una persona più agile si sarebbe seduta con tutte e due le gambe all’esterno, ma io, una volta messa fuori una gamba, non mi scomodai a spostare anche l’altra, e rimasi seduta a cavalcioni sul davanzale di legno mezzo marcio e, come sempre troppo sicura di me, usai entrambe le mani per tirar fuori la sigaretta dal pacchetto e mettermela in bocca.
Poi sono, semplicemente, scivolata. O forse il davanzale roso dalle tarme ha ceduto, non lo so. Ma in una frazione di secondo mi ero ribaltata fuori dalla finestra. Adesso ero aggrappata con le dita al cornicione, sospesa come sul ciglio di un dirupo, proprio come si vede nei film. Nel nord-ovest di Londra non sono stati più di tre o quattro secondi. Eppure! Il tempo si è dilatato, o espanso, o qualcosa del genere. Ho scoperto quanto infinito c’è in un secondo. Un’epifania adolescenziale. Ed ero così calma! La me adolescente in quel momento, chissà come, provava un senso di calma beata. Avevo diciassette anni. Avevo amato libri, film, dipinti. Avevo amato il mio quartiere, Keats e Whitney Houston, la mia scuola, i miei amici, i miei fratelli, Tracy Chapman e fumare e – ora me ne rendevo conto – perfino l’esperienza di aver vissuto un amore non corrisposto per sei anni. E adesso era, come dire, tutto finito? Niente può sbarrare il passo all’amore. Il cielo è azzurro. È una bella giornata. Lasciati andare.
Alla me adulta piace pensare che la mia opera, nel corso degli anni, sia qualcosa che cambia continuamente, che vive, che cresce. La me adolescente non è tanto d’accordo. Dice: Nella tua «opera» non hai mai detto altro che quelle stesse due cose che stavo dicendo io il 16 aprile:
a) Il tempo non è quello che pensiamo che sia e b) Non lo è neanche la volontà.
Atterrai a sedere, nella metà del giardino che apparteneva alla signora del piano di sotto. A sentire il dottore che in seguito mi operò, era stato il mio «sederone» a salvarmi la vita, cioè il mio culo piatto ma bello solido. Non so se il termine sia clinicamente esatto, ma evidentemente era così che i medici parlavano con le giovani pazienti nei primi anni Novanta. Ma che poteri da supereroe mi sentivo addosso! Ero caduta da più di dieci metri, ed ero ancora viva! Tuttavia non riuscivo a dare una risposta precisa alla domanda: cos’è successo? A trent’anni di distanza non sono ancora in grado di farlo. Perché mi sono lasciata andare? Lo volevo? Triste, ero triste. Un attimo prima ero terribilmente triste. Ma dopo ero così felice! Insomma, ero caduta o mi ero buttata? Era stato un incidente? Una scelta inconscia? Una decisione? Cosa intende la gente quando dice di aver scelto una certa cosa? O che desiderava una certa cosa e con la forza di volontà ha fatto in modo che si realizzasse? E come facciamo a sapere quando desideriamo davvero qualcosa, o quando esercitiamo la nostra forza di volontà? Che cavolo è, in fondo, la volontà?
Nessuno osava chiedermi se avevo tentato di ammazzarmi – neppure la mia famiglia – e anche se a chi faceva domande rispondevo che ero caduta dalla finestra della mia stanza «fumando una sigaretta», mi sa che nessuno si beveva neanche questa. Come storia non aveva senso, quindi mi rimase addosso come un ingombrante dato di fatto, un dato di fatto che comunque si adattava piuttosto bene al resto della mia reputazione di imbranata stizzosa che faceva sempre cose fuori luogo e vagamente ridicole.
La caduta non mi portò nessuna gloria nè rispetto, ma mi fece passare il vizio di scrivere discorsi funebri. Presi la mia infelicità adolescenziale e la riportai sulla mia fetida poltrona, aprii un libro, mi ritirai.
A volte mi chiedo: oggi cosa farebbe la me adolescente con la sua infelicità? Dove può andarsene oggigiorno una ragazzina del ventunesimo secolo, se vuole ritirarsi dalla realtà? Temo che le vie di fuga si siano ristrette. Fra tutte le cose che pensavo riguardo al tempo, ad esempio, l’unica a cui non dovevo pensare era se ce ne sarebbe stato o no abbastanza, esistenzialmente parlando. Ma ormai la fine stessa del tempo – l’apocalisse – è diventata, per l’adolescente medio, un’idea del tutto familiare e addomesticata. All’epoca non ricordo di aver preso sul serio il Millennium Bug, ma scommetto che oggi sarei una complottista fissata col problema del 2038. E a chi sarebbero dirette le mie orazioni funebri? L’ambito della mia potenziale invidia non sarebbe più limitato solo alle persone della mia scuola o del mio quartiere. Ora si estenderebbe a tutte le persone che il telefono mi può far vedere, cioè a tutte le persone del mondo. Immagino che farei tantissima fatica a capire se voglio davvero quello che mi sembra di volere. Adoro sinceramente la mia lunghissima beauty routine? Quanta voglia ho effettivamente di vedere Barbie? Non è che qualche invisibile entità commerciale ha preso tutte queste decisioni al posto mio? Credo che l’infelicità adolescenziale non sia poi tanto diversa da quella che era un tempo, ma sono convinta che il suo raggio di azione sia molto più vasto e lo spazio dove rifugiarsi stia quasi scomparendo. Ma è ovvio che io lo pensi: ho quarantasette anni. È davvero troppo facile, oggi, per gli adulti, piombare in un abisso adolescenziale di disperazione osservando l’attuale esistenza degli adolescenti, però cerco di ricordarmi che nonostante tutte le evidenti trasformazioni, due delle mie forme preferite, intime, di autoterapia continuano a essere a portata di mano: le persone e i libri. Stare con le persone. Leggere libri. Di tanto in tanto le madri di mezza età irrompono senza bussare nelle camere degli adolescenti e provano a raccomandare queste due cose. Sappiamo tutti come va a finire. Il tempo si annulla. Vorresti non averlo fatto. E allora perché l’hai fatto? Che misera esistenza la tua, se l’unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze!