Domenicale, 10 maggio 2026
Mio nonno, l’editore incanta serpenti
Sulla mia scrivania c’è una fotografia del nonno Arnoldo Mondadori. La dedica «Al nostro caro Luca, instancabile dinamico mio comandante», sottolinea le mie gesta di capobanda di uno stuolo di ragazzini in un campo giochi di Verona, dove allora abitavo, a due passi dall’Arsenale. Per i suoi 70 anni ne aveva regalata una a ogni nipote. Avevo quasi sette anni e il nonno era una figura sospesa tra la realtà degli affetti familiari e l’immaterialità della sigla Arnoldo Mondadori Editore via Bianca di Savoia 20 Milano in cui m’imbattevo nella seconda pagina di ogni numero di «Topolino».
Per me, nato nei primi anni 50, quel nome e quell’indirizzo erano magici, il luogo dove spedire la letterina per chiedere la promozione a scout delle Giovani Marmotte, forse la casa di Paperino e Pippo, essenziale nella nostra storia di giovani lettori o spettatori, al pari di via del Babuino, via Teulada, il Teatro delle Vittorie. Anni in cui le lettere, il telex e i telefoni, neri e pesanti, non erano ancora stati sostituiti dalle e-mail, dal web e dagli smartphone, e tutto, luoghi e cose, aveva una più immediata fisicità. Il nonno, gli occhi mobili dietro le lenti spesse degli occhiali rotondi, era autorevole, ma giocoso. A volte si divertiva ad agganciare, con l’impugnatura ricurva del suo bastone, noi nipoti che lo assediavamo, come a volerci trattenere sotto la sua protezione. Altre volte, a tavola, pretendeva il silenzio assoluto per poter ascoltare i titoli del giornale radio delle 13, salvo poi rivolgersi a noi con domande scherzose: «Chi del gitano i giorni abbella?», alle quali seguiva il coro dei nipoti: «La zingarella!». Solo molti anni dopo ne avrei scoperto l’origine verdiana, perfettamente consonante con la figura del nonno, nato nella bassa padana pochi anni prima della morte del grande musicista, tra fitte nebbie, argini, campi a perdita d’occhio: impegnato, in quei luoghi, agli albori del secolo scorso, in mille mestieri, commerciante ambulante, proiezionista di cinema muto, tipografo e infine editore.
Del rapporto affettuoso e intenso con gli autori e in genere con i personaggi della cultura, aspetto emblematico del suo modo di fare editoria, hanno parlato in molti. Veniva chiamato l’incantabiss («incantatore di serpenti» in mantovano) per la capacità di affascinare scrittori italiani e stranieri, lui che, come ricordava con una certa civetteria, aveva fatto «solo la quinta elementare». È impressionante la lista di nomi che, prima con i più stretti collaboratori (tra questi il futuro editore Valentino Bompiani) e poi con il figlio Alberto, riuscì a riunire nel corso degli anni sotto l’ala della casa editrice: D’Annunzio, Bontempelli, Trilussa, Pirandello, Deledda, e poi Mann, Huxley, Gide, Faulkner, Woolf, Maugham, Hemingway, Buck, per citarne una minima parte.
Insieme alla dedizione per gli autori anche le sue antipatie erano proverbiali: chiamava «R» lo storico antagonista Angelo Rizzoli, ed era fatto divieto a familiari e dipendenti di acquistare o mostrare in sua presenza pubblicazioni del rivale. Non si era mai perdonato di aver venduto a Rizzoli alcuni periodici (il primo dei quali «Novella» nel 1927) che avrebbero contribuito alla nascita di quell’altra grande avventura editoriale. Si narra che mandasse il fido Eliseo (portiere e gran cerimoniere di via Bianca di Savoia) a «prendere in prestito» dall’edicola di fronte i giornali della concorrenza per poter contare personalmente le pagine della pubblicità, e poi restituirli. Gesto rimasto in famiglia: io editore di «Diario» per quasi dieci anni mi rivedo intento a contare le inserzioni, e scoprirle con disappunto sempre in diminuzione, numero dopo numero. Ma questo sarebbe accaduto molto dopo il mio ingresso al Saggiatore del 1977, l’anno dopo la morte del fondatore, mio zio Alberto Mondadori, quando la casa editrice aveva sede in un piccolo appartamento al primo piano di via San Senatore 7 a Milano, a pochi passi dalla Torre Velasca (e sotto agli uffici della ditta «Fratelli Sponzini Spazzole»), e di cui nel 1993, dopo molte vicissitudini, sarei diventato presidente.