Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 12 Martedì calendario

Arabia Saudita: «Salvate la vita ai 200 immigrati etiopi»

Salvate la vita di 200 giovani immigrati etiopi in Arabia Saudita condannati a morte per detenzione e uso di stupefacenti dopo processi farsa. Lo chiede all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, all’Oim, all’Unione Europea e all’Unione Africana l’eparca cattolico di Adigrat, in Etiopia, Abba Tesfaselassie Medhin, la cui voce dall’unica diocesi cattolica del Tigrai si è levata più volte nel drammatico biennio 2020-2022, quando la regione autonoma del nord dell’Etiopia era sconvolta dalla guerra civile e dall’invasione della soldataglia eritrea che ha compiuto massacri e crimini di guerra contro i civili ed era oscurata da un blackout comunicativo.
Nell’accorato appello alle organizzazioni internazionali umanitarie chiede l’apertura di canali di dialogo con le autorità di Riad. E il vescovo chiede direttamente ai sauditi pietà per i tigrini emigrati in quel biennio per andare a lavorare nella penisola arabica e imprigionati. La rotta orientale che porta da Gibuti allo Yemen e da lì in Arabia Saudita, nonostante sia tra le più pericolose al mondo, è infatti molto battuta soprattutto da chi è stato ridotto in miseria dal durissimo conflitto o sfollato perché cacciato da casa dagli invasori eritrei nei territori degli Irob al confine conteso tra Asmara e Addis Abeba e dalle truppe Amhara nel Tigrai occidentale.
In Arabia Saudita vivono 750mila etiopi, perlopiù impiegati in lavori manuali e domestici in condizioni spesso precarie, con alti tassi di sfruttamento lavorativo e sessuale. Ogni anno, nonostante i rigidi controlli alle frontiere, arrivano 100-150mila persone e ci sono stati circa 100mila rimpatri tra il 2024 e il 2025. I duecento tigrini sono stati arrestati tra il 2023 e il 2024 dalla polizia saudita nella regione di Abaha, dove lavoravano, con l’accusa di traffico e consumo di stupefacenti, reato che in Arabia Saudita prevede la pena di morte. In realtà avrebbero portato con sé e masticato il khat, l’erba stimolante che riduce fame e stanchezza abitualmente consumata nel Corno d’Africa, ma proibita nel regno saudita. Stando alle fonti umanitarie 65 di questi 200 giovani detenuti etiopi sarebbero a rischio immediato di esecuzione e tre sono già stati uccisi. Sempre secondo le organizzazioni umanitarie non avrebbero avuto un processo equo, con un’assistenza legale estremamente scadente, senza rappresentanza legale o traduttori. In molti casi i detenuti sono stati picchiati dagli agenti e obbligati a firmare confessioni in arabo senza conoscerne il contenuto.
Un giudice, stando quanto rivelato da un imputato a una organizzazione per i diritti umani, avrebbe detto agli emigrati che sarebbero stati di esempio per gli altri. I 200 migranti sono stati tenuti in cella per almeno due anni senza appello e senza contatti con le autorità consolari. Ci sono tra loro, dice in una nota l’arcivescovo di Adigrat, persone che sono sostegno di famiglia. «L’esecuzione rappresenterebbe una perdita irreparabile di vite umane e un colpo straziante per le famiglie rimaste in Etiopia, molte delle quali già soffrono le difficoltà della povertà e dello sfollamento». L’eparca chiede revisioni dei processi, con adeguate rappresentanze legali. Che si apra un dialogo ad alto livello con le autorità reali saudite per commutare le esecuzioni. E implora alternative alla pena capitale che consentano a queste persone di essere riabilitate e magari espulse. La pena capitale è stata condannata dal Papa il 24 aprile ed è il coraggioso vescovo tigrino a sottolineare che «la giustizia è più efficace quando è temperata dalla misericordia».