Avvenire, 12 maggio 2026
Spari delle milizie libiche contro l’Ong Sea Watch
Ancora una volta, le milizie libiche hanno sparato contro le navi che soccorrono persone nel Mediterraneo. Una motovedetta tripolitana ieri mattina ha esploso almeno quindici colpi di arma da fuoco in direzione della nave Sea-Watch 5 della ong Sea Watch, che aveva appena soccorso novanta migranti in acque internazionali, nella zona Sar (Ricerca e soccorso) libica. Terminata la raffica, la cosiddetta guardia costiera libica ha iniziato a seguire l’imbarcazione di Sea Watch per alcune miglia, minacciando l’abbordaggio qualora la nave carica di migranti non avesse invertito la rotta riportando le persone a Tripoli. La Sea-Watch 5 ha ignorato l’intimidazione e si è diretta «a tutta velocità» verso nord, come ordinato dalla Germania (Stato di bandiera della nave). Minuti dopo, ha subito minacce anche da una seconda motovedetta libica, la Ras Jadir finanziata interamente dall’Italia, che chiedeva la riconsegna dei migranti. Tutte le persone a bordo sarebbero ora fuori pericolo, mentre la nave naviga verso l’Italia. Le autorità del nostro Paese hanno assegnato alla nave il porto di Brindisi, lontano 4 giorni di navigazione, come luogo di sbarco sicuro.
Non è la prima volta che le milizie tripolitane aprono il fuoco contro le navi di ricerca e soccorso in quella porzione di Mediterraneo. Il 4 maggio scorso, tenendo conto della minaccia, il governo tedesco aveva esteso il livello di allerta nell’area compresa tra le acque territoriali libiche e la zona di ricerca e soccorso tripolitana. Le navi delle ong che battono bandiera tedesca erano state informate dell’innalzamento del grado di allerta già il 5 maggio.
L’obiettivo della cosiddetta guardia costiera libica è sempre lo stesso: portare a termine respingimenti illegali verso la Libia e trascinare i migranti indietro nei lager tripolitani. L’organizzazione Justice Fleet, che riunisce tredici ong tra cui Sea Watch, a novembre 2025 aveva contato sessanta «brutali aggressioni» in mare negli scorsi dieci anni. Per questo motivo, le ong da allora hanno interrotto ogni comunicazione di intervento in mare con il Centro di coordinamento per il soccorso (Jrcc), ritenuto responsabile degli attacchi alle navi delle organizzazioni di soccorso. «Quando comunichiamo il nostro ingresso nella zona Sar libica – aveva spiegato Giulia Messmer, portavoce di Sea-Watch – e la posizione operativa delle nostre navi, il Jrcc è a conoscenza di tutto e può inviare la milizia libica a sparare o a portare a termine respingimenti illegali delle persone migranti in Libia, che non è un luogo sicuro per i rifugiati». Alle navi che rifiutano le comunicazioni con il Coordinamento libico, però, il decreto Piantedosi impone sempre un trattenimento nei porti italiani, che spesso viene considerato “illegittimo” dai Tribunali chiamati a esprimersi sui ricorsi. Le leggi italiane «potrebbero comportare multe, detenzioni o confische dei mezzi di soccorso da parte dello Stato italiano», aveva spiegato Messmer. Non solo. Da anni la cosiddetta guardia costiera libica viene finanziata direttamente anche dall’Unione europea e dall’Italia. La stessa motovedetta responsabile della sparatoria di ieri contro la Sea-Watch 5, «insieme a un’altra imbarcazione più piccola, è stata regalata nel 2023 dal governo italiano alla Libia per le operazioni di cattura e respingimento nel Mediterraneo», denuncia la ong. Il riferimento di Sea Watch è alla serie di donazioni dell’Italia alla Libia, finanziate con i fondi del programma europeo Sibmmil dal valore complessivo di oltre 61 milioni di euro. Tra queste compaiono, appunto, anche alcune motovedette responsabili di centinaia di respingimenti illegali nel Mediterraneo centrale. L’accusa dell’ong è diretta: «Siamo vittime di un atto di pirateria finanziato dal nostro Paese», commenta Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italia. Allertate dell’aggressione in mare da Sea Watch, «le autorità italiane – continua la ong – se ne sono lavate le mani, affermando che la situazione non è di loro competenza».
«Non si tratta di un episodio isolato: quotidianamente si contano episodi di violenza in mare perpetrati dai libici ai danni delle persone in fuga, nell’impunità totale – conclude Linardi –. Il Mediterraneo ormai è diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici dell’Unione europea». Lo scorso 24 agosto, ad esempio, la nave Ocean Viking della ong Sos Méditerranée era rimasta vittima di un’aggressione simile in tutto: per venti minuti una motovedetta della cosiddetta guardia costiera libica aveva sparato «ad altezza testa» in direzione della nave, che aveva appena soccorso in mare 87 persone migranti. Tutte si erano salvate, in quell’occasione, ed erano state portate sulle coste italiane.
Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, le persone scomparse nel Mediterraneo dell’inizio dell’anno a ieri sono 1.211.