il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2026
Alessandro Robecchi parla di scrittura e di sé
Se la commedia all’italiana dei decenni passati è vissuta (in gran parte) sui caratteristi, può capitare che due personaggi importanti, non principali, affascino così tanto l’autore da diventare protagonisti del romanzo successivo. Può capitare ed è capitato ad Alessandro Robecchi nel suo ultimo poliziesco, Omicidi Srl: “Mi piaceva ribaltare il senso del giallo: di solito si muore all’inizio e poi è tutta una rincorsa a capire chi è stato; ci sono studi di marketing statunitensi che invitano a piazzare il morto entro pagina 8. Qui il morto c’è, ma alla fine, la storia è come, perché e quando viene ucciso”.
I protagonisti sono i due killer, “Il Biondo” e “Quello con la cravatta”, professionisti inseriti perfettamente nei ritmi e nelle liturgie della società milanese. Soldi. Lusso. Contraddizioni umane e sociali. Poche domande, più fatti. Il risultato è sorprendente.
Il parametro quando scrivi.
Devo divertirmi; se mi diverto può accadere anche a chi legge; se chi legge non si diverte, almeno mi sono divertito io.
È commedia.
Ridere è un modo diverso di piangere ed è possibile farlo di tutto.
Proprio di tutto?
Su Gaza non c’è nulla da ridere.
Cos’è la scrittura?
Quando hai un pensiero, lo scrivi e lo rendi migliore; poi la scrittura ha infinite possibilità, variabili: può risultare densa, fluida; puoi dosare i pesi, i ritmi; per me un testo lungo assomiglia più a una sinfonia; (pausa) il miglior consiglio per chi vuole scrivere è leggere, magari copiare da quelli bravi.
Da chi, per te?
Gogol’: ogni volta che leggo i Racconti di Pietroburgo, penso ‘come ha fatto?’.
Non ripudi i russi?
Che sono matto? Dovrei buttare mezza libreria.
Oltre Gogol’, chi?
Ripeto: i russi, poi Don Winslow. Ci ha insegnato cos’è il montaggio: magari fino a pagina 250 affronti aspetti del libro incomprensibili; a 251 tutto si compone alla perfezione. Poi il mio faro è Raymond Chandler.
Adesso sei uno di loro.
Faccio fatica a crederlo.
Dieci anni fa non lo avresti mai detto.
Quando scrissi il primo, Questa non è una canzone d’amore, era come una tacca sulla cinta alla Tex Willer: avevo lavorato su quotidiani, settimanali, mensili, poi televisione e radio… La sorpresa è stata quando mi ha chiamato Antonio Sellerio per chiedermi il secondo.
Sellerio è la casa editrice di Camilleri…
Evitiamo paragoni, lui è arrivato a creare una lingua; l’unica volta che l’ho incontrato mi ha augurato ‘buon lavoro’. Io stupito. Ho pensato ‘cazzo, un siciliano che dà del buon lavoro a un milanese’. Poi ho capito: per la scrittura viveva una sorta di missione.
Altro collega: Antonio Manzini spiega che, se entra nelle case, la prima cosa che fa è sbirciare la libreria.
Capisco. E aggiungo i dischi; comunque il primo segnale è l’organizzazione della libreria e detesto quelli che si affidano al colore. E grazie ai dischi sveli l’età delle persone.
Terzo collega: Gianrico Carofiglio al Fatto ha raccontato che da ragazzo stava con Ginko, non Diabolik.
Non tutto quello che è illegale è sbagliato e non tutto quello che è legale è giusto; (sorride) certe truffe sono opere d’arte.
I suoi protagonisti sono assassini professionisti.
Che affrontano problemi etici; per fortuna hanno una stagista che risolve le questioni in modo pragmatico, alla milanese.
Ora sei esperto di armi.
Un lettore mi ha scritto: ‘Pensavo fossi un compagno, invece ti intendi di pistole’.
Risposta?
Esiste Internet per informarsi.
Hai mai impugnato una pistola?
Al massimo una fionda.
Nel libro non ci sono termini che ultimamente vanno di moda, vedi “distopico”.
E spesso lo utilizzano a vanvera; aggiungo le parole che arrivano dai social: darei due anni di galera a chi pronuncia ‘instagrammabile’; invece amo ‘insomma’ perché dà ritmo alla scrittura, dialoga con il lettore.
Due anni fa hai dichiarato: “Sono uno bravino che ha avuto culo”. È ancora così?
Credo di essere diventato bravino però ho avuto culo e il culo è imponderabile, come trovare un professore che ti cambia la vita.
La parola è sovrana.
Negli ultimi cinquant’anni, a parte un paio di volte, non c’è giorno in cui non abbia scritto.
Da romanziere è cambiato l’approccio con i libri?
Un po’ sì, anche se non vorrei. Capita di leggere e giudicare.
“Il Biondo” e “Quello con la cravatta” invecchieranno?
Non riesco a fare piani quinquennali anche se sarebbe divertente pensarli con l’artrite, in difficoltà a tenere la pistola in mano. E a correre. Vedremo…