La Stampa, 12 maggio 2026
Xi-Trump, la linea rossa
Il G2, come lo ha definito lo scorso ottobre Donald Trump, sta per riunirsi di nuovo. Il presidente degli Stati Uniti è pronto a volare da Xi Jinping, col quale anche ieri ha ribadito di avere un «ottimo rapporto» che consente di fare «affari intelligenti».
La prima visita di un leader americano in Cina dal novembre 2017 comincerà domani sera, ma entrerà nel vivo giovedì. Otto anni e mezzo fa, a Trump fu concessa una rarissima passeggiata nella Città Proibita di Pechino. Stavolta, in programma un’escursione al Tempio del Cielo, antico simbolo della centralità del potere imperiale cinese. Prima, la cerimonia di benvenuto e il vertice con Xi, che in serata ospiterà anche un banchetto di Stato. Venerdì ci sarà spazio anche per colloqui informali, durante una cerimonia tradizionale del tè, per chiudere con un pranzo di lavoro.
La Casa Bianca avrebbe invece declinato l’invito della Cina a organizzare incontri di settore tra alti dirigenti cinesi e amministratori delegati Usa, temendo che ciò potesse far apparire le aziende americane troppo vicine a Pechino. Eppure, non mancano i grandi manager ad accompagnare Trump: spiccano Elon Musk, Tim Cook di Apple e David Solomon di Goldman Sachs. La presenza di Kelly Ortberg di Boeing lascia immaginare possibili intese per l’acquisto di jet civili. In lista anche i manager di Blackstone, BlackRock, Citigroup, Meta Platforms, General Electric, Cisco Systems e Qualcomm. Non ci dovrebbe essere invece Jensen Huang, il ceo di Nvidia che in Cina è un habitué. La sua assenza è un segnale che non ci saranno accordi significativi sui chip, uno dei nodi cruciali delle relazioni tra Usa e Cina.
Trump arriva al summit cercando soprattutto tre cose: risultati economici spendibili politicamente, stabilizzazione della rivalità con la Cina e cooperazione su alcune crisi globali dove Washington da sola fatica a ottenere risultati, a partire dal conflitto contro l’Iran. Sul commercio, la Casa Bianca punta ad accordi molto visibili come acquisti cinesi di prodotti agricoli americani, energia e forse petrolio. L’annuncio di un inatteso nuovo round negoziale tra il segretario al Tesoro Scott Bessent e il vicepremier He Lifeng, in programma domani in Corea del Sud, alza le aspettative su potenziali accordi aggiuntivi rispetto a una semplice estensione della tregua sui dazi.
In agenda anche temi strategici. «È probabile che sia Trump che Xi cercheranno di sfruttare la crisi in Medio Oriente», dice Ali Wyne, analista di Crisis Group. «Un blocco a tempo indeterminato di Hormuz sarebbe più problematico per la Cina che per gli Usa, il più grande produttore mondiale di petrolio e gas naturale. D’altro canto, Washington ha bisogno di gallio, metallo la cui produzione è quasi interamente controllata dalla Cina, per rifornire il proprio arsenale missilistico in Medio Oriente. E probabilmente Trump avrà bisogno del sostegno cinese per riportare l’Iran al tavolo negoziale», aggiunge Wyne. Ieri Pechino si è detta pronta a «svolgere un ruolo positivo per il cessate il fuoco», ma Xi non intende farsi tirare per la giacchetta in azioni scenografiche.
Attenzione anche a Taiwan. «Vendita di armi a Taipei? Ne parlerò con Xi, lui vorrebbe che non procedessimo», ha detto ieri Trump, rompendo (almeno a parole) la storica prassi che impone a Washington di non negoziare con Pechino sul supporto militare all’isola. Il passaggio alimenta le inquietudini di Taiwan e rafforza l’appetito cinese. «Xi apprezza l’approccio personalistico di Trump alla diplomazia e la sua disponibilità a invertire le azioni di confronto degli Usa», sottolinea Wyne. Per questo, Xi tiene molto al summit e a tutelare la relazione tra leader, nonostante le tensioni bilaterali siano forse irrisolvibili.
Il pensiero va alle restrizioni incrociate su catene di approvvigionamento tech e terre rare. La sensazione è che Trump e Xi vogliano stabilizzare i rapporti allo scopo di prendere tempo per ridurre l’esposizione alle relative debolezze. Più un rinvio della contesa, che una sua cancellazione. L’inedito appello cinese a non applicare le ultime sanzioni Usa contro aziende cinesi coinvolte nel commercio di petrolio iraniano segnala però un rischio preciso. A pagare il prezzo più alto potrebbero essere soprattutto i Paesi terzi, esposti alle ritorsioni incrociate di due superpotenze pronte a riconoscersi forse non come amiche, ma come pari. G2, appunto.