repubblica.it, 12 maggio 2026
Legittimo un equo compenso agli editori dalle piattaforme di Internet
Gli Stati membri possono riconoscere agli editori di giornali e siti una equa remunerazione. Il compenso giusto dovrà essere pagato dalle piattaforme online che utilizzano i contenuti proprietà di questi editori.
La Corte di Giustizia dell’Ue ribadisce questo principio nella sentenza che respinge il ricorso di Meta (Facebook) contro il Garante italiano delle comunicazioni (l’AgCom).
Meta aveva impugnato, davanti alla Corte di Giustizia Ue, il regolamento del Garante italiano che stabilisce i criteri per la determinazione e l’attribuzione agli editori di questo equo compenso.
Il pluralismo
Per i giudici, il regolamento del Garante italiano è perfettamente compatibile con le norme comunitarie che stabiliscono il diritto a una remunerazione giusta degli editori nella Direttiva sul diritto d’autore del lontano 2019. Direttiva recepita in Italia fin dal 2021.
La Corte riconosce, è vero, che il regolamento del Garante italiano può limitare la libertà d’impresa delle piattaforme web. Ma la limitazione è “giustificata e proporzionata” perché permette il corretto funzionamento del mercato del diritto d’autore. Anche su questo punto, dunque, Meta deve incassare una sconfitta.
Il regolamento italiano, in sintesi, instaura un giusto equilibrio tra le prerogative delle piattaforme di Internet e il diritto alla proprietà intellettuale dei contenuti editoriali. Un simile scenario – aggiunge la Corte – tutela il pluralismo del media.
La condivisione dei dati
Sul piano operativo, la sentenza conferma che le piattaforme web sono tenute a negoziare con gli editori di giornali e siti un equo compenso; non possono limitare la visibilità dei siti editoriali durante le trattative; e devono infine condividere tutti i dati necessari al calcolo puntuale della giusta remunerazione.
Solo le piattaforme, d’altra parte, dispongono di questi dati. La loro condivisione, quindi, rappresenta il presupposto per una negoziazione vera con gli editori che non possono giocare la partita alla cieca, in condizioni di sudditanza e inferiorità.
La replica
Alla pubblicazione della sentenza, un portavoce di Meta dà una lettura diversa del provvedimento. A suo parere, le piattaforme web non devono niente agli editori “quando non utilizzano pubblicazioni giornalistiche”.
E ancora: “Esamineremo integralmente la sentenza e collaboreremo in modo costruttivo quando la questione tornerà davanti ai tribunali italiani”.
Così Riffeser Monti
Invece gli editori italiani dei giornali della Fieg esprimono “grande soddisfazione per la decisione che riconosce la compatibilità con il diritto europeo della normativa italiana sull’equa remunerazione degli editori”.
“La Corte di Giustizia europea conferma la validità del percorso intrapreso dall’Italia per tutelare l’informazione professionale nell’ecosistema digitale – spiega il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti – Viene riconosciuto un principio essenziale, per il quale ci battiamo da anni: i contenuti editoriali hanno un valore economico e democratico che non può essere ignorato né utilizzato senza un’equa remunerazione”.
“L’auspicio è che i principi affermati dalla Corte trovino ora piena e concreta applicazione, sbloccando le trattative pendenti e favorendo relazioni trasparenti ed equilibrate tra editori e piattaforme digitali”.
Per Laura Aria e Antonello Giacomelli, commissari AgCom, “la decisione della Corte è un passaggio di rilievo nel processo di costruzione di un ecosistema digitale più equilibrato, nel quale i diritti degli editori e la sostenibilità dell’informazione trovino adeguata tutela”.
Ecco Massimiliano Capitanio, anche lui commissario AgCom: “La sentenza sull’equo compenso per giornalisti ed editori è, pur nella sua scontatezza, epocale”.
“Viene ribadito che il lavoro giornalistico va pagato, lasciando intatta la libertà delle parti di negoziare sul prezzo. Bisogna uscire dalla logica anacronistica dello scontro con le piattaforme per sottolineare che una informazione di qualità farà bene a tutti”.