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 2026  maggio 12 Martedì calendario

La versione di Conceiçao

Appena arrivato, Sergio Conceiçao ha vinto. Nel 1998 da calciatore la Supercoppa con la Lazio segnando il gol decisivo, un anno fa lo stesso trofeo nelle prime due partite da allenatore del Milan. «Ero stato chiamato per portare a termine un lavoro in cui Fonseca aveva trovato difficoltà, pur essendo anche lui un grandissimo allenatore. Ho trovato un gruppo che voleva lavorare: c’era la Supercoppa italiana in Arabia (dove attualmente allena l’Al-Ittihad), abbiamo battuto Juve e Inter e l’abbiamo vinta».
Conceiçao, i problemi sono iniziati subito dopo: quali sono stati i principali che ha incontrato?
«Giocavamo ogni tre giorni, ci allenavamo in partita. Tanti video, poco lavoro in campo. Ma non mi lamento. Quando ho firmato, conoscevo il calendario. Sono comunque stati sei mesi positivi. Abbiamo fatto due finali. Una l’abbiamo persa, è vero, ma sarebbe potuta andare diversamente».
A Milanello, che clima ha trovato?
«Non è facile fare l’allenatore del Milan. É una squadra storicamente abituata a giocare stagioni di altissimo livello, e a vincere le finali di Champions. Al tempo stesso, il momento era complicato».
Lei veniva dal Porto, era abituato a certe pressioni.
«Lì ho vinto tantissimo. Ma era diverso, avevo un presidente che è rimasto in carica per decenni e si è ritirato da più titolato al mondo. La società è ben strutturata e organizzata. Il passaggio non è stato facile. A Milano, dopo la vittoria della Supercoppa, è bastato un pareggio col Cagliari perché cominciassero a girare voci su chi avrebbe preso il mio posto. E nessuno le ha smentite».
I giocatori come vissero quel momento?
«Ho frequentato spogliatoi per venticinque anni e so che l’instabilità ambientale arriva anche lì. Non era facile giocare con i tifosi che disertavano la curva. E con i social, quello che si diceva di noi arrivava ai calciatori. Ci sarebbe servita grande protezione da parte del club».
Un’immagine simbolica dei suoi mesi al Milan è l’esultanza col sigaro, dopo la vittoria a Riad.
«L’ho sempre fatta, per ogni trofeo in carriera. Non volevo fare il “Conceição show”, ma solo qualcosa che mi venisse naturale. Qui in Arabia, peraltro, ai sigari mi sono ancor più affezionato. Ne ho una scatola fornitissima. Il vino non è permesso. É l’unico sfizio».
Chi erano i leader nello spogliatoio del suo Milan?
«Leader è chi dà l’esempio, anche nel modo di comportarsi fuori dal campo, dal riposo alla nutrizione. Pulisic e Gabbia erano leader per l’esempio che davano, ma non erano gli unici».
Come vede suo figlio Francisco alla Juve con Spalletti?
«Sono orgoglioso di lui, come dei miei altri figli, anche se non giocano in Serie A. Spalletti sta facendo un ottimo lavoro, con lui e con la squadra».
Come calciatore, c’è qualcosa che invidia a Francisco?
«Siamo diversi. Io sono destro, lui mancino. Io mi allargavo per crossare, lui si accentra per tirare. Quello in cui mi riconosco, è che ha un bel caratterino. Non è mai contento, vuole migliorarsi tutti i giorni. Ha la mia stessa fame, anche se è nato in una situazione agiata. Come tutti, e come me per primo, deve ancora migliorare. Giocare con giocatori forti aiuta».
Ronaldo il Fenomeno ricorda che fu soprattutto lei a consolarlo il 5 maggio 2002, dopo lo scudetto perso con la Lazio.
«Fu un momento durissimo per entrambi. Eravamo in panchina, uno al fianco dell’altro. Ci dicemmo cose che restano fra noi. Siamo rimasti amici, come tanti altri compagni all’Inter, da Córdoba a Zanetti, fino a Materazzi».
Chi vince mercoledì?
«Il mio cuore batte un po’ più per la Lazio, la squadra con cui ho vinto di più da calciatore. Sono arrivato a Roma per sostituire Diego Fuser, gran giocatore. All’inizio la gente mi chiamava Flavio, confondendosi con l’altro Conceição, che all’epoca giocava al Deportivo La Coruña. Io mi arrabbiavo. Poi ho avuto modo di farmi conoscere e alzare trofei: scudetto, Coppa Italia e Supercoppa italiana ed europea».
Cosa vi mancò in Champions?
«Sbagliammo una partita, nei quarti a Valencia. In quel torneo basta poco. Ed è un rammarico, perché eravamo forti. Avevamo un grande allenatore come Eriksson, che teneva unito uno spogliatoio pieno di personalità forti. Molti oggi sono allenatori e manager: Stankovic, Nedved, Simeone, Almeyda, Verón, Nesta. E c’era il mio amico Mihajlovic».
Le piacerebbe tornare in Italia ad allenare?
«Per l’Italia provo un grandissimo affetto. Ho tanti amici lì e alcuni dei miei figli sono nati in Italia. Ho vissuto la serie A quando era il campionato più bello del mondo. Ora le cose sono cambiate, ma allenando in Italia ho imparato molto: ho avuto contatti con club italiani, ma nomi non ne faccio».
A proposito: lei si è iscritto all’università a 51 anni. Prossimo esame?
«Ne ho due a fine mese: Metodologia dello sport e Psicologia dello sport. L’anno prossimo mi laureo. Ma il titolo della tesi non lo dico ancora. Ovviamente c’entra col calcio, ma sarà una sorpresa».
È vero che si informa molto sulle passioni e gli hobby dei suoi calciatori?
«Certo. Oggi è importante per un allenatore sapere come i calciatori impiegano il loro tempo. Dice molto della loro personalità, del loro percorso, di cosa pensano. Prima del calciatore, per me, c’è sempre la persona».