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 2026  maggio 12 Martedì calendario

“A casa di Martin Mystère c’è un tesoro da salvare”

La casa di Alfredo Castelli, a Milano, è viva. Non è un museo. Le librerie pervadono lo spazio. Un semaforo giallo, spento, pende dal soffitto del salotto. Nello studio, un cartello stradale indica la via per Atlantide. «Per stare qui bisogna avere un ottimo spirito di adattamento», confida Anna Giusto, moglie e custode del lascito di uno dei più importanti fumettisti e sceneggiatori italiani, scomparso due anni fa. «Ad Alfredo chiedevo: “Chi ci abita, io o i libri?”». È rimasta lì, nella casa dove con il tempo le passioni dell’uno hanno incrociato quelle dell’altra. «Nella sua concezione delle cose, lo spazio serviva per essere riempito. È ancora un luogo in divenire».
 
Creativo eclettico, visionario multiforme, per scrivere Castelli andava alla ricerca di immagini, idee, libri, frammenti che potessero poi modellare i personaggi di Martin Mystère, suo alter-ego, come dell’Omino Bufo, di Scheletrino (la sua prima creatura, in appendice a Diabolik) e degli Aristocratici. «Era in continuo movimento. Quello che prendeva, conservava» racconta Anna. «Per questo dico che non era un collezionista, ma un raccoglitore».
Libri di storia del fumetto americano si mischiano a riviste di cinema degli anni Trenta e Quaranta. Volumi sui caratteri tipografici lasciano posto a fumetti giapponesi (fu tra i primi a portarli in Italia) e libri umoristici sono impilati insieme a quelli di magia, teatro, jazz. Ma non raccoglieva solo libri. In giro per casa ci sono maschere, giocattoli, carte da gioco, biliardini d’epoca e strumenti musicali appesi alle pareti. Ciò che accendeva la sua curiosità finiva per abitare qui, diventare parte di un universo in espansione.
Tra questi, un plastico di Ray Charles in miniatura che suona e canta: «L’abbiamo trovato per caso, guardando la televisione» rivela Anna. «C’era un documentario su Renzo Arbore. A un certo punto gli ho detto: “Tu questo non ce l’hai”. Non poteva credere di non essere nemmeno a conoscenza della sua esistenza. Mezz’ora dopo l’aveva trovato su internet. Tre giorni dopo era arrivato a casa».
La collezione di Castelli è così densa da aver convinto il ministero della Cultura a dichiararla ora patrimonio culturale di particolare interesse storico. «Castelli è probabilmente più noto come autore, ma è stato anche un preziosissimo storico. Non si può fare la storia del fumetto se non si parte da lui», spiega Vincenza Petrilli, funzionaria bibliotecaria della Sovrintendenza incaricata di lavorare alla tutela della collezione attraverso una prima catalogazione. «In Italia spesso si lega ancora il fumetto a un mondo infantile. Invece è un genere importante dal punto di vista storico, semiotico, grafico e anche economico». L’obiettivo è rendere l’archivio accessibile: non tenerlo «racchiuso tra quattro mura», ma renderlo fruibile, aperto. «Questa collezione è inscindibile», continua Petrilli. «Il nostro compito è tutelarla e preservarla». In Lombardia è la prima volta, è Castelli a fare da apripista.
 
E così da novembre una cooperativa di archivisti e bibliotecari (la CAeB) lavora a un censimento analitico, scaffale per scaffale, oggetto per oggetto. Ma il lavoro è ancora lontano dall’essere concluso. «Solo in queste stanze siamo a quota 12.176 pezzi», dice Anna indicando uno dei numerosi biglietti attaccati alle mensole dello studio di Alfredo. «Stavamo progettando di trasferire tutto altrove per sistemare, riorganizzare. Non ne abbiamo avuto il tempo. Quando è mancato mi sono chiesta cosa fare. Per me Alfredo ha nobilitato il fumetto, unendo divertimento a cultura e conoscenza». La sperimentazione era il suo fil rouge; lo studio analitico era il metodo ereditato dal giornalismo degli inizi di carriera. «Non volevo che il suo lascito si disperdesse. Al contrario, volevo che fosse ospitato in un luogo di aggregazione e stimolo soprattutto per i giovani. Quello lo sto ancora cercando».
 
Nella catalogazione, separare la vita di Anna da quella di Alfredo è stato il problema più grande. Gli oggetti di lei sono accantonati altrove, ad eccezione delle statuine dei Beatles che, conservate in una piccola vetrina, gli archivisti avevano creduto fossero di Alfredo. Il confine, qui dentro, non era netto: i libri si mescolavano e alla fine nessuno sapeva quasi più distinguere il proprio. «Ho lasciato alcune cose perché completavano le sue», ammette. «Anche se erano mie».
Anche se l’appartamento è ancora pieno, Anna avverte il vuoto. Quando gli archivisti hanno cominciato a spostare gli oggetti per lavorare, lei ha preferito non esserci. Personaggi della Disney, Snoopy, le evoluzioni di Topolino e statuine stampate in 3D (tra cui anche un Alfredo in miniatura). «Non vederli è stato già come perdere qualcosa», dice. «Come togliere un po’ dell’anima». Poi si corregge, sottovoce: «Questa casa è tutto il suo vissuto». E aggiunge: «Io parlo ancora al presente».