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 2026  maggio 12 Martedì calendario

Quintavalle, tre vite nel nome dell’arte

Nel suo studio di Parma, proprio accanto alla macchina per scrivere, c’è un disegno di Emilio Tadini che lo ritrae come fosse un temibile vampiro dalle mani adunche e i denti aguzzi: quasi una figura mitologica di predatore di opere d’arte e archivi fotografici. In calce, una scritta che sintetizza ironicamente l’impegno di una vita: «Arturo Carlo Quintavalle in atto di suggerire una donazione». Walt Whitman un giorno scrisse: «Se vuoi sapere dov’è il tuo cuore, guarda dove va la tua mente quando cammini». Sicuramente Arturo Carlo Quintavalle, che oggi compie 90 anni, per tutta la sua esistenza ha camminato pensando solo all’etica dell’arte, allo studio rigoroso e a un’idea di progetto culturale. Senza l’interesse al profitto.
Per questa ragione (e non solo) Quintavalle è una figura unica nell’ambito della storia dell’arte italiana e internazionale. E ieri al Teatro Regio di Parma, alla presenza del sindaco Michele Guerra e dell’intera città, studiosi e amici, colleghi professori e tanti, tantissimi ex studenti, si sono stretti intorno a lui in un abbraccio affettuoso per una festa a sorpresa, ben fuori dai riti formali e le convenzioni istituzionali. In questa occasione il sindaco ha anche annunciato che Quintavalle donerà alla città la sua collezione di opere d’arte antica.
Certo, con Parma lo studioso ha un legame speciale: già professore ordinario di Storia dell’arte medievale dell’Università di Parma, l’opera forse più importante è stata quella di aver fondato il Csac, Centro studi e archivio della comunicazione, per cui ha raccolto, attraverso donazioni, milioni di fotografie e una massa enorme di opere d’arte. Ed ecco spiegato il disegno di Tadini, che «il professore» con giocosa autoironia conserva come fosse una preziosa onorificenza. O meglio, l’ufficiale testimonianza di uno spirito di servizio per la difesa dell’arte come bene collettivo.
Studioso di rilievo internazionale, Quintavalle è anche membro della Society of Archaeological Historians di Londra e socio nazionale della Accademia dei Lincei. Tra i riconoscimenti, la medaglia d’oro conferitagli dal presidente della Repubblica per i meriti della cultura.
Quintavalle oggi compie non solo 90 anni, ma è quasi si trovasse a celebrare tre diverse vite, quasi avesse tre volte trent’anni. E sempre nel nome dell’arte.
La prima è dell’accademico. Ma con una formazione speciale: quella della Normale di Pisa, dove si laurea con Carlo Ludovico Ragghianti. Da lui impara le interconnessioni tra arte antica e linguaggi della modernità, la fotografia, il cinema. Dopo una esperienza negli Usa, rientra in Italia e diventa severissimo ma amato professore a Parma. Quintavalle resta sempre il puntiglioso e sofisticato studioso di Medioevo, tuttora invitato in convegni di tutto il mondo e promotore di studi internazionali. Un percorso carico di energia da far invidia agli studenti dell’Erasmus: gira tutta Europa e partecipa senza sosta a conferenze a Oxford, Mosca, Barcellona, Parigi... Inventa i convegni di Parma, spazio di altissimo confronto tra i maggiori studiosi di Medioevo al mondo. A sentirlo, lui che ha girato in automobile e con la sua Hasselblad mezzo Medio Oriente e tutto l’Occidente, oggi preferisce non prendere l’aereo: «Mia moglie non mi lascia andare da solo. E poi si perde troppo tempo in aeroporto», nota scherzando.
La seconda vita, già ricordata, è quella dell’accanito costruttore di archivi della contemporaneità, il Csac, appunto. Un’esperienza unica capace di custodire dipinti, fotografie e sculture di grandi artisti. Ma soprattutto Quintavalle ha creato la raccolta, oggi ancora ineguagliabile, di fumetti, disegni di architettura e moda. Le prime mostre di Ugo Mulas, Luigi Ghirri, Nino Migliori, Mario Giacomelli, le ha inventate lui. Grazie a Quintavalle lo Stato italiano ha oggi 9 milioni di foto, cui si aggiungono più di tre milioni di altre opere, fra cui 90 mila disegni di moda, 2 mila dipinti e sculture e 20 mila disegni di Sironi, Burri, Fontana, Pomodoro, Paolini, Schifano, tanto per citare qualche nome. E poi, 15 mila bozzetti fotografici del cinema, ma anche tutto il disegnato, il progettuale di architettura e design: Ponti, Gardella, Nervi, Mari, Munari, Sambonet, Sottsass, Castiglioni, Rosselli. Non è poco.
Infine, la terza vita: il Quintavalle amante e critico di fotografia, interprete dell’immagine. Fotografia intesa come linguaggio della comunicazione, dell’arte, ma in particolare come testimonianza del presente. Pensiamo solo a un libro come Messa a fuoco (Feltrinelli, 1983) in cui, tra l’altro, leggiamo: «Il senso della fotografia muta col suo uso. Peccato che troppe volte questo sia funzione di modelli, ideologie, apparentemente nascosti ma, con un poco di attenzione, immediatamente evidenziabili»: in queste parole l’impostazione metodologica e il suo pensiero.
In tutti i suoi interventi, che siano articoli sul «Corriere», saggi o testi curatoriali di mostre, per Quintavalle la fotografia non è mai un fatto estetico, ma mezzo per comprendere la storia. La fotografia, dunque, non come strumento di documentazione del reale, tantomeno visione artistica, ma forma di scrittura all’interno di altre scritture per «ricostruire» la realtà. Fotografia come ideologia, bene culturale da tutelare, memoria. Una visione che ha a che fare col suo percorso umano e professionale maturato nella stessa famiglia, quando il padre, Armando Ottaviano Quintavalle, durante la Seconda guerra mondiale, mise in salvo gli oltre duemila dipinti della Galleria nazionale di Parma, da Correggio a Parmigianino a Leonardo, nascondendoli nel castello di Torrechiara. E tuttora Arturo Carlo ricorda i camion di Goering davanti al castello che ripartono vuoti: suo padre aveva detto alle SS che le opere erano oltre la linea gotica, invece erano nel castello.
La vita di Quintavalle è racchiusa in queste tre vite, sovrapposte, legate, accavallate. Giorgio Manganelli lo ricordava come «chiarissimo, turbolento, passionale e astratto. Uno dei personaggi cui si affida un nuovo uso della storia dell’arte». «Sii plurale come l’universo!» sembra essere il suo imperativo. Nato con una tendenza allo svelamento della complessità, la sua vita (e forse il suo destino) lo ha portato a vivere «una sola moltitudine». Con fermezza, ma anche con sottile ironia. «Non c’è nessun merito scientifico a compiere 90 anni», ha sussurrato alla moglie Gloria che per brevità lo chiama ironicamente ACQ. Ma lui, pensando alle polemiche su arte e politica che hanno accompagnato le ultime cronache veneziane della Biennale, resta sul pezzo: «L’arte non esiste, sono le diverse culture che decidono che cosa è arte. L’arte è sempre politica. Nel passato non è mai stata neutrale. Tantomeno oggi».
Buon compleanno, Carlo, tre volte trentenne.