Corriere della Sera, 12 maggio 2026
Intervista a Mara Maionchi
«Io non penso di essere una grande comunicatrice». Eppure Mara Maionchi negli ultimi 15 anni è stata giudice, opinionista, coach, concorrente, ospite fissa, commentatrice in programmi che vanno da X Factor a Che tempo che fa.
Non si direbbe. In cosa pensa di difettare?
«A volte non mi esprimo in maniera comprensibile. Do per scontato che si capisca comunque quello che dico, ma non è così. In generale dovremmo imparare a parlare chiaro, a spiegare quello che vogliamo dire».
Sarà, ma televisivamente lei funziona sempre. È una delle poche che riesce a dire parolacce in continuazione senza sembrare volgare.
«E pensi che prima di ogni diretta mi dico sempre: questa volta non devi dire parolacce. Faccio promesse incredibili e giuro a me stessa che devo contenermi. E poi inesorabilmente non riesco a trattenermi».
Si pente?
«Mi dispiace, davvero. Però quando arriva il momento culminante della scena, mi faccio travolgere. Il fatto è che sono una sanguigna».
Lei ha fatto delle parole – nella musica, in tv – un mestiere. Oggi pubblica un libro – «Dove ho lasciato le chiavi?», con Manuela Mellini, edito da Rizzoli —: un percorso di enigmi, giochi e attività volti a tenere in allenamento il cervello. Perché questo libro?
«Perché si invecchia bene se si rimane giovani! Penso che possa essere utile per le persone che hanno compiuto gli anni che ho compiuto io (85) per tenere sveglia la mente. Ti diverti, ti misuri, ti arrabbi, ti viene una tristezza infinita quando non riesci a risolvere i giochi».
Con i giochi di parole, rompicapi e sudoku come se la cava?
«Sono una pippa, però mi affascinano. Mi piacerebbe essere bravissima, ho una grande stima di quelli che li risolvono immediatamente. Mia madre giocava sempre con l’enigmistica ed è arrivata a 99 anni».
Sua mamma Emilietta, detta «la sanguinaria».
«Aveva un carattere particolare, era una donna molto autonoma e soprattutto le piaceva guidare tutto quello che era attorno a lei. Insomma non era certo una donna remissiva. Così le abbiamo dato quell’appellativo: una definizione che non faceva una piega».
Cosa ha preso da lei?
«Forse un po’ di prepotenza: quando voglio fare una cosa mi piace farla come decido io».
Prepotente e indipendente: suo marito – il paroliere e produttore Alberto Salerno – le ha dedicato un verso in una canzone.
«È l’unico verso della sua sterminata produzione da paroliere che ha dedicato a me. Senza nemmeno nominarmi! Si è limitato a mettermi tra le “donne controcorrente” di Zucchero. Io sono una donna indipendente, lo sono sempre stata ed è stata anche la molla che mi ha spinto a sposarmi, perché nella vita mi sono sempre arrangiata da sola».
Siete sposati da 50 anni. Come si resiste?
«Abbiamo una comune linea politica della vita, siamo molto simili. Non ci diamo fastidio, ognuno tiene la propria barra, siamo indipendenti l’uno dall’altro, perché se no il matrimonio diventa una galera. Ognuno di noi ha fatto la propria vita nella vita in comune».
In cosa la snerva suo marito?
«Vuole fare la spesa, così decide cosa si mangia. È un prepotente».
A posto, così siete in due. Perfetti... I tre segreti per arrivare a 85 anni come lei.
«Primo: lavorare fa bene. Non a tutti, ma a me sì: mi piace uscire, fare mille cose, iniziare nuovi progetti, tenermi occupata. Stare con le mani in mano mi deprime: finché posso io voglio divertirmi».
Secondo?
«Essere saggi. Vivere serenamente la propria esistenza».
Terzo?
«Pensare che i tempi cambiano e adattarsi a quello che ci circonda. A me fa piacere continuare ad apprendere e imparare perché se no la vita diventa noiosa. Imparare mi gasa».
Il bilancio?
«Tutta la mia vita è stata un gioco, una scommessa quasi, che a volte ho vinto e a volte no, ma che mi ha portato molte più gioie che dolori».
Tra altri 85 anni dove andrà, all’Inferno o in Paradiso?
«Credo che mi toccherà fermarmi per un po’ di tempo al Purgatorio».
Crede in Dio?
«Sì. Dico le preghiere: mi piace, mi dà sollievo. Ho una fede abbastanza incrollabile che mi fa vivere bene».
Qual è l’artista che ha lanciato a cui è umanamente più legata?
«Sicuramente Gianna Nannini. La sua carriera mi ha dato una grande soddisfazione perché all’inizio ci credevo solo io, tutti dicevano che non avrebbe combinato niente, invece io ho continuato a spingerla. Così è nata anche una grande amicizia».
Quando invece ha sbagliato e non ha riconosciuto un talento?
«Credo di essere sempre stata giusta con me stessa, è capitato che non riconoscessi un talento perché io non ero in grado di riconoscerlo, perché non era nelle mie corde. Mi è successo con Biagio Antonacci, è successo con tanti».
Conta più l’abnegazione o l’estro?
«Entrambi alla stessa maniera. Certo il talento se non è lavorato bene, se non è indirizzato nella maniera giusta, rimane sterile».
Chi si è buttato via?
«C’era questo ragazzo, Pablo Ciallella, che aveva idee pazzesche, scriveva benissimo, però non è stato capace di lavorare seriamente. Un vero peccato».
Cosa le piace?
«A me sono sempre piaciuti gli artisti meno tradizionali, i più originali. Hanno qualcosa di particolarmente interessante, un modo diverso di dire le cose. Essere fuori dagli schemi non vuol dire muoversi a caso. Significa invece saper osservare e conoscere le regole per poi divertirsi a romperle e a sovvertirle».
Oggi nella musica c’è più omologazione rispetto a un tempo?
«Si lavora in maniera totalmente diversa: oggi magari molti artisti crescono e poi spariscono, esplodono grazie a un pezzo ma non danno continuità alla carriera. C’è un saliscendi veloce, un’altalena continua».
Se ripensa a «X Factor»?
«Non so dire se oggi sarei in grado di fare ancora il giudice. Il percorso di crescita di un artista lo vedo per come ero abituata, con il tempo giusto per farlo maturare. Lì è tutto velocissimo e io faccio fatica a capire il velocissimo».
C’è qualche giudice con cui si è trovata meglio? E con chi peggio?
«In linea di massima mi sono trovata abbastanza bene con tutti. So che sembra strano perché sono una senza peli sulla lingua, ma sono disponibile a capire anche chi la pensa diversamente da me».
Chi non la pensava come lei?
«Con Manuel Agnelli non eravamo sempre d’accordo, ma questo non vuol dire niente: non significa che uno abbia ragione o abbia torto. Certo è semplice: se poi succedono le cose che dicevi tu, avevi ragione; se non succedono avevi torto».
In cosa è migliorata?
«Sono diventata più brava nei rapporti con il prossimo: bisogna essere accondiscendenti anche con persone che magari ti sono meno simpatiche o con cui non sei d’accordo».
Cosa ha imparato dalla vita?
«Che è importante difendersi da sé stessi. Dobbiamo imparare a volerci bene per quello che siamo. Tutti facciamo errori e più di una volta mi sono pentita di aver avuto un atteggiamento che non era necessario avere. Sai, come quando credi di essere il genio della situazione. Qualche genio c’è, ma mica tanti».
La morale?
«O si vince o si impara».