Corriere della Sera, 12 maggio 2026
Los Angeles, ex star televisiva sfida la sindaca
«Io vivo qui adesso – grida davanti a una roulotte parcheggiata su un prato carbonizzato —. Hanno lasciato bruciare la mia casa. Ecco perché mi sono candidato». Comunque vadano le elezioni del 2 giugno a Los Angeles, Spencer Pratt sta scrivendo una pagina politica importante (nell’era post Trump tutto è comunicazione). Pratt era una star vent’anni fa, protagonista del reality The Hills (aveva anche fan importanti tra i quali lo scrittore Bret Easton Ellis), poi la legge implacabile dello show business aveva condannato lui e la moglie Heidi, sua co-star, al dimenticatoio.
Losangelino di nascita, aveva una bella villa a Pacific Palisades dove viveva con Heidi e i due bambini, finché nel gennaio dell’anno scorso l’hanno rasa al suolo gli incendi che hanno devastato una buona parte di Los Angeles. Si è candidato sindaco, accolto dall’ilarità degli esperti (gli stessi che nel 2015 ridevano di un’altra star d’un reality scesa in politica), ilarità che da qualche settimana si è spenta. Los Angeles è terra democratica, da un quarto di secolo in città c’è un solo partito, nello Stato è democratico il governatore e i due senatori mandati a Washington. Eppure.
Prima lo spot virale, con la bella casa della sindaca democratica Karen Bass (che quando sono scoppiati gli incendi era in visita in Ghana e non è ansiosa di indagare sulle scandalose negligenze che hanno portato al disastro), la bellissima magione dell’altra candidata democratica Nithya Raman, gli accampamenti di senzatetto sorti un po’ ovunque negli ultimi anni a L.A. E Pratt che grida la sua rabbia come Peter Finch in Quinto Potere.
E poi gli spot creati con la AI che rimbalzano ovunque sui social media: Bass-Joker e Pratt-Batman, Bass-Darth Vader e Pratt-Luke Skywalker, il governatore Gavin Newsom (con sogni presidenziali) nei panni del Re Sole che ride delle sofferenze del popolo, Raman sghignazza mentre la scritta «Hollywood» brucia, il banchetto a Versailles dove Kamala Harris beve gin a garganella finché Pratt-Batman dalla sua roulotte corre in soccorso della città e il popolo della gente comune – di tutte le razze – invade il palazzo.
Pratt corre da indipendente, sa che il brand repubblicano è letale in California, e non entra nelle beghe ideologiche a parte il gusto trumpiano per i soprannomi offensivi (Bass diventa «Karen Basura», spazzatura in spagnolo, e in spagnolo sforna un video dopo l’altro per erodere voti tradizionalmente democratici). La piattaforma è semplice: ricostruire subito (Bass è ferma al palo), togliere i senzatetto dagli accampamenti stradali, combattere la piaga del fentanyl, la terribile droga sintetica, tagliare le tasse per riportare la produzione di film e tv in città.
La settimana scorsa il primo dibattito tv tra Pratt e le due democratiche è finito in un massacro, nei sondaggi l’88% l’ha indicato come il vincitore: bravissimo in tv perché quello era il suo mestiere, aggressivo, deciso, preparato sui temi specifici più di quanto obiettivamente sia mai stato il candidato Trump, ha il vantaggio della disperazione perché la sua è una corsa impossibile. Oggi è secondo nei sondaggi, sballati perché il 40% è tuttora indeciso. Joe Rogan gli ha dato l’endorsement. Se Bass otterrà meno del 51% andrà al ballottaggio in novembre con il secondo classificato. Se fosse Pratt, lo show dell’estate è assicurato.