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 2026  maggio 12 Martedì calendario

Le scuse del ministro e il richiamo della premier

«Ho capito di aver sbagliato, di aver provocato un problema al governo e al partito». Giorgia Meloni riceve Alessandro Giuli a Palazzo Chigi. Per primo parla lui. Il ministro vuole scusarsi. La premier lo ascolta, lo rincuora, ma lo richiama all’ordine: «Così fai un favore alla sinistra, ora cerchiamo di ripartire, ma basta con questi errori». Giuli è inseguito da una faccenda che ha rovinato la domenica al governo e a tutta Fratelli d’Italia.
Chat roventi, veleni a profusione, opposizione scatenata: Via della Scrofa e Palazzo Chigi ce l’hanno con il titolare del Mic, anche se non lo si può dire. In privato però, chi conosce le dinamiche della «Fiamma magica», bolla l’ultima mossa di Giuli «come un harakiri». Un gesto estremo insomma, degno di Yukio Mishima, intellettuale giapponese molto caro al ministro. Ecco perché, annusata l’aria non proprio di festa intorno a sé e dopo input poco lusinghieri ricevuti in mattinata, Giuli «chiede e ottiene un incontro» con Meloni.
Una visita di cui all’inizio non si accorge nessuno. È il governo a rivelarla con tanto di dettaglio sulla durata: un’ora. A occhi maliziosi si tratta di un modo per ristabilire, qualora ce ne fosse bisogno, i rapporti di forza. Ribaditi dalla nota ufficiale in cui la presidenza del Consiglio parla anche a nome del ministro. Il quale riconosce gli «errori di comunicazione» sorti intorno al licenziamento di Emanuele Merlino ed Elena Proietti, dirigenti dello staff e molto legati al partito, a partire dall’ormai ex capo della segreteria tecnica. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari non c’è, ma dal suo entourage trapelano parole di encomio nei confronti di Merlino: «Di gente come lui alla Cultura ce ne sarà sempre bisogno e sicuramente non avrà problemi a trovare un’altra collocazione». Al di là dei nomi e delle scelte legittime, per quanto non concordate nella modalità, la premier si sofferma sugli effetti prodotti da questo caso svelato dal Corriere. Con faide e ripicche continue si fa un favore alla sinistra e basta, è il senso del ragionamento di Meloni. Giuli dice di esserne consapevole: si scusa. Queste sarebbero storie da «cucina dei ministeri», cose di staff, invece se ne sono già occupati prima il capodelegazione al governo Francesco Lollobrigida e poi i big del partito e adesso lei, Meloni.
Mentre Galeazzo Bignami, Andrea De Priamo e altri esponenti di FdI cercano di ridimensionare il caso, Giuli è da Meloni per chiedere comprensione e chiudere il caso, come accadrà. Matteo Salvini, che lo ha in uggia per un sacco di argomenti (dalla Biennale alle soprintendenze) si tira fuori. La Lega «non vuole gettare altra benzina sul fuoco». Le difficoltà del ministro, insinuano i salviniani, «sono evidenti: è pieno di nemici, ma non è affar nostro». Giuli ha fretta, e non solo di ottenere «il perdono» di Meloni. Lo attende un volo per Bruxelles in vista del Consiglio europeo dei ministri della Cultura. Il set di valigie nel portabagagli dell’Alfa Romeo Stelvio gli ricorda l’orario d’imbarco. Dopo la ramanzina della padrona di casa, il faccia a faccia prende la piega dell’agenda delle cose da fare da qui al prossimo anno. A partire dalla vicenda Tax credit. Si cerca di ripartire, smentendo le ricostruzioni, per arrivare senza scossoni alla fine della legislatura. Per la prossima però c’è chi giura che Meloni abbia le idee chiare e che non intenda candidare in Parlamento il ministro di cui, dice chi la conosce, non si ritiene soddisfatta. Chi vivrà, vedrà. Terminato l’incontro Giuli torna al ministero, in un Collegio romano attraversato dai tramestii. Il ministro resta con la valigia in mano. Anzi in auto: a causa dello sciopero del trasporto aereo, il suo volo per Bruxelles sarà cancellato. La premier d’altronde gli ha chiesto di rimanere, d’ora in poi, con i piedi ben piantati a terra.